Opening Sabato 30 Giugno Ore 12:00

 

YIGAL OZERI "Where are we going?"

A cura di Gianluca Marziani
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La pittura sta definendo nuove relazioni coi media tecnologici, confermandosi il più attrattivo, assorbente e intenso codice visuale del nuovo millennio. Passano i secoli, scorre il progresso ma non cambia l’idea che la pittura incarni una solida permanenza, un linguaggio densamente biologico, detonatore di metafisiche resistenti e simboli tramandabili. Sono molteplici i dialoghi che la pittura intrattiene con il mondo fotografico: un binomio virtuoso per codificare un’estetica transmediale, specchio metaforico di un presente ad alta consumazione visiva. In un periodo storico di revisione linguistica, era naturale che il codice fotorealista riprendesse centralità operativa e concettuale. Anche perché oggi, distanti dagli esordi di Chuck Close e Richard Estes, il linguaggio iperrealista assorbe le cellule digitali e modifica la pittura in un ibrido, calibrato sulle proiezioni in 3D e 4D, sui sistemi operativi degli smartphone, sui software fotografici di scatto e modifica. La pittura iperrealista si è così trasformata in pittura postdigitale, una sorta di OGM pittorico che ha metabolizzato la fotografia analogica, sedimentando nel suo impasto diverse tracce di futura memoria.

La pittura postdigitale di Yigal Ozeri mette al centro dello sguardo la DONNA…

Eva continua ad alimentare l’estasi dell’arte a due dimensioni. Lei, la Prima Donna del desiderio, la pietra miliare della narrazione, l’archetipo erotico dell’umanità ancora irradia l’ambizione artistica della traccia, del contornot, del segno, del colore… La creazione in generale insegue icone resistenti, cerca i moloch che siano la Stonhenge dell’educazione emotiva. La Donna nuota da sempre al centro del pensiero artistico, guida il documento storico ma anche l’azione rivoluzionaria, il cambiamento, la lotta militante. Raccontare la Donna nel quadro significa agire dall’origine per inquadrare la complessità; significa amare e condividere, usando la lingua del corpo e dello sguardo, della chimica e dell’alchimia; significa nascondere messaggi etici nelle pieghe di un abito, nel riflesso dentro l’occhio, nella postura del viso, negli oggetti indossati…

La Donna come detonatore simbolico per una rinascita sociale, politica, culturale…

Yigal Ozeri (1958) è un autore israeliano che vive e lavora a New York, nella città che meglio di altre regala stimoli al suo immaginario, dentro un perpetuo ritmo fisico che aderisce alle sue intenzioni tematiche. Dalle strade, dai volti, dai corpi in cammino l’artista ricava sensazioni che trasferisce nei suoi shooting con le modelle in posa, quando definisce il portfolio da cui ricaverà le immagini da dipingere. Non pensiate, però, ai vecchi codici della pittura iperrealista, oggi non si catalogano strade, macchine, vetrine o altri feticci del modello americano. La lucida freddezza dei predecessori si tramuta in un occhio caldo, emotivamente coinvolto, alla ricerca di un erotismo fluido, di una giovinezza raffaellita ma anche digitale, di una sensualità senza barriere. Le donne di Ozeri sono detonatori rivoluzionari che agiscono sullo sguardo. Non urlano, non abbracciano armi, non distillano odio ma guardano davanti e in avanti, verso il mondo stravolto, le derive psicotiche, le culture del terrore. Lo fanno dai loro luoghi silenziosi, dai contesti quieti in cui vivono la loro eternità pittorica. Guardano ognuno di noi, colpendo il nostro sguardo, la nostra coscienza civica, agendo a rilascio lento e prolungato, come accade con la Letteratura e la Poesia.

Quello sguardo femminile, così placido e sospeso, ha qualcosa di rivoluzionario…

L’universo di Ozeri si riconnette ad una tradizione occidentale, soprattutto italiana, di ritrattistica al femminile, dai volti virginali nella Firenze del Cinquecento al bianco neoclassico di Antonio Canova, passando per l’Ottocento di Giovanni Boldini, il Novecento di Amedeo Modigliani... Ozeri attraversa le matrici del femminile e le conduce in un’epica urbana, multirazziale, eterogenea. Le sue creature sono le Madonne dei nostri giorni, le Sante di un presente caotico, le gran dame di un oggi virtuale ma non sempre virtuoso. Sono le amazzoni della città visibile, gli sherpa del nostro cammino interiore, le giovani madri dell’umanità che vede il futuro. Sono la risposta alla cultura della violenza, un contrattacco morbido con colpi di bellezza e azioni poetiche. Potete starne certi: il futuro dell’umanità dovrà passare per le traiettorie del sublime, dell’estasi, del desiderio, della bellezza…
Le donne di Ozeri giungono diritte dal presente eppure sembrano fuori dal tempo, oltre lo spazio della creazione, fluttuanti come stelle che attraversano i secoli. I loro sguardi, le loro posture, i loro corpi sono frammenti di un lungo discorso sentimentale, nato con la vita e destinato a durare oltre noi stessi, oltre la contingenza del quotidiano. Le donne di Ozeri simbolizzano un’iconografia resistente, a riprova di una rigenerazione perenne che solo la pittura (e in parte la scultura) rende possibile. Perché queste fanciulle di raggiante sensualità, splendenti negli sguardi, magiche nel modo di porsi, raccontano la resistenza indissolubile del quadro, la capacità di contagiare il futuro con la memoria di un eterno presente. Non sono più semplici modelle ma un modello di bellezza tramandabile, una semantica dell’indissolubile, una traccia dell’infinito immaginato e sognato.
Quelle donne sembrano dirci: “Dove stiamo andando? Cosa stiamo facendo? Come possiamo migliorare le cose?”. Non ci sono risposte nei quadri, ovvio, poiché l’arte si occupa solo delle domande. Al contempo, i loro sguardi ci guidano oltre la soglia, nell’oceano del dubbio, evocando la possibilità di un’isola, di un approdo sicuro per la nostra coscienza. Un luogo in cui chiarire lo sguardo, provando a realizzare una risposta.
L’unica figura maschile in mostra è lo stesso artista, un primo piano in bianconero che scruta come un demiurgo davanti agli allievi. Il volto espressivo e la chioma di capelli hanno l’impatto minuzioso dei ritratti di Bronzino e Rembrandt, quel modo chirurgico di gestire il climax con mirabile drammaturgia. Yigal Ozeri incarna gli occhi delle nostre risposte possibili, somigliando ad una guida che ci osserva mentre la Bellezza rivela le coordinate dell’isola.

Painting is defining new relationships with technological media, confirming itself as the most attractive, absorbing and intense visual code of the new millennium. Centuries pass, progress flows but the idea that painting embodies a solid permanence, a densely biological language, detonator of resistant metaphysics and symbols that can be handed down does not change. Painting has many dialogues with the photographic world: a virtuous combination to iencode a transmedia aesthetic, a metaphorical mirror of a present with a high visual consumption. In a historical period of linguistic revision, it was natural for the photorealist code to regain its operational and conceptual centrality. Also because today, far from the beginnings of Chuck Close and Richard Estes, the hyperrealist language absorbs digital cells and modifies painting into a hybrid, calibrated on 3D and 4D projections, on smartphone operating systems, on shooting and editing photographic software. Hyperrealist painting has thus been transformed into post-digital painting, a sort of pictorial GMO that has metabolized analogical photography, sedimenting various traces of future memory in its mixture.

Yigal Ozeri's post-digital painting focuses on WOMEN...

Eva continues to fuel the ecstasy of two-dimensional art. She, the First Woman of desire, the milestone of the narrative, the erotic archetype of humanity still radiates the artistic ambition of the trace, the outline, the sign, the color... The creation generally pursues resisting icons, seeks out the whims that are the Stonehenge of emotional education. Woman has always been swimming at the center of artistic thought, guiding the historical document but also the revolutionary action, the change, the militant struggle. Telling the story of a woman in a painting means acting from the beginning to frame complexity; it means loving and sharing, using the language of the body and the gaze, chemistry and alchemy; it means hiding ethical messages in the folds of a dress, in the reflection inside the eye, in the posture of the face, in the objects worn...

Woman as symbolic detonator for a social, political, cultural rebirth...

Yigal Ozeri (1958) is an Israeli author who lives and works in New York, in the city that best stimulates his imagination, in a perpetual physical rhythm that sticks to his thematic intentions. From the streets, from the faces, from the bodies on the way, the artist gets sensations that he transfers in his shoot with the models in pose, when he defines the portfolio from which he will obtain the images to paint. Let’s not think, however, of the old codes of hyperrealist painting, today there are no catalogues of streets, machines, shop windows or other fetishes of the American model. The lucid coldness of his predecessors turns into a warm, emotionally involved eye, in search of fluid eroticism, of a Raphaelite but also digital youth, and of a barrier-free sensuality. Ozeri’s women are revolutionary detonators that act on the eye. They don't scream, they don't embrace weapons, they don't distill hatred, they look ahead and forward, towards the upset world, the psychotic drifts, the cultures of terror. They do so from their silent places, from the quiet contexts in which they live their pictorial eternity. They look at each of us, striking our eyes, our civic conscience, acting with slow and prolonged release, as it happens with Literature and Poetry.

That feminine look, so calm and suspended, has something revolutionary about it...

Ozeri's universe is reconnected to a Western tradition, especially Italian, of female portraiture, from the virginal faces of 16th-century Florence to the neoclassical white of Antonio Canova, through the 19th century by Giovanni Boldini, the 20th century by Amedeo Modigliani... Ozeri crosses the matrices of the feminine and leads them to an urban, multiracial, heterogeneous epic. His creatures are the Madonnas of our times, the Saints of a chaotic present, the great ladies of a virtual but not always virtuous today. They are the amazons of the visible city, the sherpas of our inner journey, the young mothers of humanity who see the future. They are the answer to the culture of violence, a soft counterattack of beauty blows and poetic actions. You can be sure: the future of humanity will have to pass through the trajectories of the sublime, of ecstasy, of desire, of beauty...
Ozeri’s women come straight from the present, yet they seem out of time, beyond the space of creation, floating like stars across the centuries. Their looks, their postures, their bodies are fragments of a long sentimental discourse, born with life and destined to last beyond ourselves, beyond the contingency of everyday life. Ozeri’s women symbolize a resisting iconography, proof of a perennial regeneration that only painting (and sculpture in part) can make possible. Because these girls of radiant sensuality, shining in their glances, magical in their way of looking, tell the story of the indissoluble resistance of the painting, the ability to infect the future with the memory of an eternal present. They are no longer simple models but a model of beauty that can be handed down, a semantics of the indissoluble, a trace of the infinite imagined and dreamed of.
Those women seem to tell us, “Where are we going? What are we doing? How can we improve things?” There are no answers in the paintings, of course, because art only deals with questions. At the same time, their eyes guide us across the threshold, into the ocean of doubt, evoking the possibility of an island, of a safe harbor for our conscience. A place to clarify the gaze, trying to provide an answer.
The only male figure in the exhibition is the artist himself, a black-and-white foreground who observes like a demiurge in front of the students. The expressive face and the hair have the meticulous impact of the portraits by Bronzino and Rembrandt, that surgical way of managing the climax with admirable dramaturgy. Yigal Ozeri embodies the eyes of our possible answers, resembling a guide who observes us as Beauty reveals the coordinates of the island.