Opening Sabato 7 Luglio Ore 12:00

GIOIELLI COME SCULTURE, SCULTURE COME GIOIELLI

GIORGIO FACCHINI dialoga con le opere della Collezione Carandente… ad accompagnarlo nel prezioso viaggio i gioielli di Arman, Pol Bury, Alexander Calder, Cesàr, Lucio Fontana, Roy Lichtenstein, Niki de Saint Phalle, Pablo Picasso, Arnaldo Pomodoro, Giò Pomodoro...

a cura di Gianluca Marziani

Giorgio Facchini, marchigiano, scultore del gioiello contemporaneo, torna a Spoleto con una mostra dentro la Collezione Carandente di Palazzo Collicola Arti Visive. Si tratta di una selezione tra i pezzi unici dell'autore pesarese, oltre ad una scultura da esterni, tutti realizzati dagli anni Sessanta ad oggi, seguendo un filo cronologico che si dirama lungo molteplici chiavi figurative. La qualità esecutiva, il tema visionario e la forza espressiva caricano di contenuti la sua dialettica tra l’oro e l’arte del Novecento, in un processo iconografico che tocca Informale, Surrealismo, Spazialismo, Arte Cinetica e Costruttivismo. I pezzi firmati Facchini dialogano con diverse opere della Collezione Carandente, interessanti duetti in cui le sue creazioni, allestite dentro teche di protezione, entrano in sintonia virtuosa con l'opera prescelta. Un progetto unico, pensato con approccio artistico, strutturato per dare al gioiello il carattere universale di scultura pura dalle piccole dimensioni.

Gianluca Marziani: “La scultura da esterni con altezze umane, un monolite scuro dalle trame complesse, sfida la visione intima e crea il cortocircuito tra la scala del macro e la dimensione raccolta del micro. Un’opera che offre il ponte iconico tra gioiello scultoreo e scultura minuziosa, dove le ragioni del rilievo ribadiscono l’approccio ibrido di un autore dall’indole slittante e contaminata. Se il gioiello ambisce al corpo come fosse uno spazio installativo, così la scultura in fusione contrae la sua anima in un gigantismo delle preziosità dal cuore modellistico.”

Tommaso Trini: “Che la scultura innervi ogni artefatto prodotto nel suo atelier di Fano, lo dimostra appieno la circolarità degli elementi raffigurati. Segni simbolici e figure allegoriche si coniugano sempre per formare un concerto plastico, un coro cromatico, di singolare eloquenza in tondo, anche se annodati su un piano. Facchini crea raffinate sculture, aperte all’ambiente, senza gonfiarle in monumenti chiassosi. Preferisce gli incontri ermetici. Egualmente circolare è il costrutto geometrico dei suoi gioielli di fama internazionale. Che non abbracciano solo i polsi che pulsano di vita, ma fasciano l’orecchio e il petto come costrutti convessi, una convessità già tanto cara ai dipinti di De Chirico. In loro, Facchini fa circolare un flusso di pietre e metalli preziosi, arcuato su scudi di luce. La forza dell’essenza rende le composizioni tanto più esemplari quanto essenziali…”

Carlo Bo: “Facchini nasce orafo e poi diventa scultore. Un po’ come dire che sul solco della tradizione familiare, ha saputo innestare un nuovo ramo di invenzione e creazione. Si potrebbe anche sostenere che a forza di perfezionare le sue prime ragioni ne ha colto, in un secondo momento, delle appendici di verità e penetrazione…”

Vittorio Rubiu: “Punto di partenza del suo stile è quello di rifarsi a qualche forma primordiale o simbolica, di dipartirsi dalla geometria ma per riattivarla, secondo un’intenzionalità più intima e nascosta. E sempre, va detto, con un gusto selezionatissimo della materia, un’invenzione, una sperimentazione che poco hanno a che vedere con la nozione tradizionale di oreficeria. Donde il costante interesse per la scultura, e la sua capacità, appunto, di applicare al gioiello il tema spaziale della scultura, con un’intensità, una perspicuità e fermezza d’impianto che sfidano la minuzia dell’esecuzione, per quanto ricca e mirabile…”

Giancarlo Menotti: “Come tutti sanno l’oro è malefico ma nelle mani di un artista come Facchini può diventare fragile e delicato come una frase melodica.”

Gianluca Marziani: “Pensare la scultura indossabile come un viaggio dal micro al macro, dove non conta la dimensione ma l’equilibrio, l’armonia spaziale, la tensione compressa. I gioielli di Facchini nascono da una progettazione che somiglia ai passaggi modulari di uno scultore, quando ingigantisce i disegni e ne ricava visioni spiazzanti; qui si tratta di un processo al contrario, dove il disegno viene plasmato a misura di volume da indossare.”

Gli artisti prescelti per il dialogo sono Alexander Calder, Sol LeWitt, Leoncillo, Beverly Pepper, Carla Accardi, Franco Angeli, Fausto Melotti, Giuseppe Capogrossi, Mario Schifano, Toti Scialoja, Luigi Ontani, Mario Ceroli, Henry Moore, Giuseppe Uncini, Alberto Garutti, Gianni Dessì, Shay Frisch, Giovanni Albanese…

Una sezione speciale della mostra presenta alcuni gioielli realizzati da grandi artisti del Novecento. In una sala si vedranno preziose opere che Facchini e Marziani hanno selezionato tra le migliori proposte disponibili sul mercato internazionale. Capolavori di Arman, Pol Bury, Alexander Calder, Lucio Fontana, Roy Lichtenstein, Niki de Saint Phalle, Pablo Picasso, Arnaldo Pomodoro, Giò Pomodoro...

COLLEZIONE CARANDENTE ll progetto della Collezione Carandente cresce su fondamenta solide, lungo radici mai statiche che parlano dell’arte italiana nella seconda metà del Novecento, di scultori ormai leggendari, di nomi internazionali ma anche di artisti territoriali che hanno alimentato la coscienza culturale di Spoleto (ed estesi dintorni). Le fondamenta di questo museo riguardano il nucleo storico della sua collezione, un patrimonio che Giovanni Carandente ha costruito con dedizione e passione, documentando le vicende artistiche spoletine, i sogni progettuali (Sculture nella città), gli appuntamenti fissi (Premio Spoleto, Festival dei Due Mondi), il Gruppo di Spoleto, le ricerche dei maestri italiani e stranieri, fino al legame speciale con Leoncillo Leonardi, il più importante tra gli artisti “locali”, inventore del Premio Spoleto, tra i principali artefici della maturazione culturale cittadina. Era necessario ripartire da qui: dai pregi filologici del patrimonio, dalle sue peculiarità iconografiche, dai connubi privati che sono diventati la coscienza storica del progetto e delle sue necessarie evoluzioni. Su tali basi, convinti che una collezione debba seguire lo spirito del tempo, bisognava plasmare un nuovo assetto espositivo, creando allestimenti più rigorosi e connettivi, usando il bianco come contrappunto vivo, invitando il pubblico a una rinata empatia, a un viaggio emotivo e sensoriale, a una narrazione assonante tra memoria e futuro.

 

ENGLISH

GIORGIO FACCHINI talks with the works of the Collezione Carandente… accompanied on the precious journey by jewels by Arman, Pol Bury, Alexander Calder, Cesàr, Lucio Fontana, Roy Lichtenstein, Niki de Saint Phalle, Pablo Picasso, Arnaldo Pomodoro, Giò Pomodoro...

curated by Gianluca Marziani

Giorgio Facchini, from Marche, contemporary jewel sculptor, returns to Spoleto with an exhibition inside the Collezione Carandente at Palazzo Collicola Arti Visive. It is a selection of unique pieces, and an outside sculpture, all done following a chronological thread and miltiple figurative keys. The performing quality, the visionary theme and the expressive strength provide the contents for his dialectics between gold and XXth-century art, in an iconographic process that touches Informal Art, Surrealism, Spatialism, Cinetic Art and Constructivism. Facchini’s works converse with the works included in the Collezione Carandente, interesting duets in which his creations, placed inside display cases, enter in vituous tune with the chosen work. A unique project, conceived with an artistic approach, to give the jewel the universal character of a small-sized, pure sculpture.

Gianluca Marziani: “A man-sized sculpture, dark monolith by the complex plot, challenges the intimate vision and creates a short-circuit between the full scale and the huddled dimension of the small scale. The work offers an iconic bridge between sculptural jewel and thorough sculpting, where the relief’s reasons confirm the hybrid approach of an author by the slipping, contaminated nature. If the jewels yearns for the body as if it was an exhibiting space, likewise the melting sculpture contracts its soul in a gigantism of precious thing by the modelistic heart.”

Tommaso Trini: “Sculpture innervates each of Facchini’s artifacts, as shown by the circularity of portrayed features.
Symbolic signs and allegorical figures always conjure a plastic concert, a chromatic choir by the peculiar, circular eloquence, though knotted down to a plane. Facchini creates refined sculptures, open toward the outside, without inflating them in rowdy monuments. He prefers hermetic meetings. His internationally-known jewels’ geometrical construct is also circular. They don’t just embrace life-pulsing wrists, they shroud ears and chests like convex constructs, a convexity already held dearest in De Chirico’s paintings. Facchini’s creations are a curved flow of precious stones and metals on shields of light. The strength of the essence makes them even more a model, the more essential they are.

Carlo Bo: “Facchini starts as a goldsmith and then becomes a sculptor. Following his family’s tradition, he is an inventor, a creator. You could also say that by dint of perfecting his first reasons, he could later pick up some backlashes of truth and penetration…”

Vittorio Rubiu: “The start of his style is relating to some sort of primordial or symbolic form, detaching from geometry to then reactivate it, following a more intimate, hidden willfulness, always with a very selected taste of matter, an invention, an experimentation that have little to do with traditional goldsmithing. Hence his constant interest for sculpture and his capacity to apply the spatial theme of sculpture to the jewel with an intensity, clarity and firmness that challenge the meticulousness of the performance, no matter how rich and admirable…”
Giancarlo Menotti: “As everybody knows, gold is evil, but in Facchini’s hands it can become fragile and delicate like a melodic sentence.”

Gianluca Marziani: “Thinking wearable sculpture as a journey from micro to macro, where balance, spatial harmony anc compressed tension count more than dimension. Facchini’s jewels originate from a projecting that looks like a sculptor’s modular passages magnifying drawings sprouting out displacing visions; here the process is reversed, the drawing is shaped to fit the volume to be worn.”

The artists chosen for the dialogue are Alexander Calder, Sol LeWitt, Leoncillo, Beverly Pepper, Carla Accardi, Franco Angeli, Fausto Melotti, Giuseppe Capogrossi, Mario Schifano, Toti Scialoja, Luigi Ontani, Mario Ceroli, Henry Moore, Giuseppe Uncini, Alberto Garutti, Gianni Dessì, Shay Frisch, Giovanni Albanese…

A special section of the exhibition features some jewels created by great XXth-century artists. A hall will feature works selected by Facchini and Marziani among the best proposal on the international market. Masterpieces by Arman, Pol Bury, Alexander Calder, Lucio Fontana, Roy Lichtenstein, Niki de Saint Phalle, Pablo Picasso, Arnaldo Pomodoro, Giò Pomodoro...

COLLEZIONE CARANDENTE The project of the Carandente Collection grows on solid foundations, along never-static roots that speak of Italian art in the second half of the twentieth century, of now legendary sculptors, international names but also local artists who have fueled the cultural consciousness of Spoleto and its extensive surroundings. The foundations of this museum concern the historical core of its collection, a heritage that Giovanni Carandente built with dedication and passion, documenting the artistic events of Spoleto, design dreams (Sculptures in the city), fixed events (Spoleto Prize, Festival dei Due Mondi), the Group of Spoleto, the research of Italian and foreign masters, up to the special relationship with Leoncillo Leonardi, the most important of the "local" artists, inventor of the Spoleto Prize, among the main architects of the city’s cultural maturation. Starting from here was necessary: the philological qualities of the heritage, its iconographic peculiarities, the private connections that have become the historical conscience of the project and of its necessary evolutions. On this basis, convinced that a collection must follow the spirit of the times, it was necessary to shape a new exhibition layout, creating more rigorous and connective settings, using white as a living counterpoint, inviting the public to a reborn empathy, to an emotional and sensory journey, to an assonant narrative between memory and future.