Opening Sabato 30 Giugno Ore 12:00

 

EUGENE LEMAY "Ghost Witness Shadow"

A cura di Gianluca Marziani
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Il Piano Nobile di Palazzo Collicola Arti Visive apre le sue quinte settecentesche per ospitare un nuovo progetto d’artista, disegnato in maniera “sartoriale” sul modello domestico delle stanze. L’approccio con Eugene Lemay segue le consuete regole di un inserimento morbido e inclusivo, ricreato con modi mimetici che si fondono nell’antico senza modifiche sostanziali.

Integrazione è la parola giusta per cogliere l’abbraccio tra la natura di un appartamento gentilizio e l’energia elettrica di un artista contemporaneo. Da una parte lo splendore opulento del luogo, dall’altra la potenza metaforica di Lemay, la sua critica sociale, la durezza monolitica delle opere. Il contrasto apparente si trasforma così in una fluida integrazione: ora la pienezza mai aggressiva del luogo, ora l’essenza espressiva di un’arte che aggredisce lo sguardo, caricando le stanze di un magnetismo invisibile ma denso.

Lo statunitense Eugene Lemay (1960, Grand Rapids, Michigan) torna in Italia dopo la personale romana al MACRO Mattatoio (a cura di Micol Di Veroli, febbraio – aprile 2015). Dimensions of Dialogue era il titolo di quella mostra, una frase che ben racchiude la coscienza etica di Lemay, la natura politica e militante del suo lavoro. Le opere a Palazzo Collicola sono le stazioni di un cammino nel dolore della guerra, nell’ipocrisia della politica, nella fobia e nel terrore che acceca, nelle ferite della carne e in quelle del cuore. L’artista americano conosce il rumore delle bombe, lo stridore delle armi letali, l’odore del sangue che scorre. A 13 anni si trasferì dal Michigan in Israele, passando l’adolescenza in un kibbutz, diventando poi un soldato volontario che ha impugnato le armi e combattuto per Israele. Un’esperienza durissima che ha segnato la sua vita di ebreo americano, plasmando il suo talento come fosse una tempesta che modella una montagna.

Ci sono vite normali che talvolta creano racconti straordinari. E poi ci sono vite straordinarie, senza approdi sicuri, che si sublimano in opere universali, destinate all’esperanto dello sguardo, alla dimensione collettiva dei valori naturali. Eugene Lemay si porta dentro lo straordinario di un’esistenza nomade, culturalmente feconda, impressionante per eventi e conseguenze. Una vita dentro la vita, talmente coinvolgente da trasformarsi in una spinta artistica, così da produrre conseguenze in forma di opere e messaggi visuali.

Gianluca Marziani: “Mi colpisce la doppia anima di alcune opere, la capacità che hanno di plasmarsi sui singoli habitat. Quando ho visto le installazioni nel gigantesco studio del New Jersey, ho pensato che respiravano in silenzio, dentro un ambiente neutro che le accettava senza conflitto. Una volta allestite a Spoleto, qualcosa in loro è completamente cambiato, adesso iniziavano una fase di respiro più rapido, come se sentissero un luogo anomalo e cercassero di adattarsi ad un habitat carico di memorie…”

Fantasmi, testimoni, ombre… sono loro che ci guidano idealmente lungo le stazioni del Piano Nobile, li sentiamo dentro i quadri, oltre le cornici, tra le finte bombe di un’installazione, dentro l’impasto pittorico, nei fondali monocromi delle superfici… Lemay attraversa il male dell’umanità con il passo metaforico dell’arte, evitando il ricatto del realismo, preferendo il passo sospeso dei riti allegorici, delle figure archetipiche, del nero che dissolve, del grigio che annebbia. Attraverso l’elaborazione digitale e l’esecuzione manuale si ricreano corpi e volti che sembrano nati dalla plastilina, dalla lana, dal vapore, dalla neve, dalla panna… sono ombre di carne, fantasmi solidi, testimoni silenti del male subìto… Corpi artici e nebulosi, simili ad orsi bianchi che abbracciano, si piegano, soffrono, cadono, si alzano in piedi… Corpi di soldati che potrebbero diventare tutto ciò che vorremmo fossero… Corpi che sono archetipi filosofici tra Platone e Nietzsche, talvolta neri come ombre nel buio della caverna, come soldati sotto il cielo senza stelle… Corpi che incarnano il dolore e la voglia di rinascita, divisi tra un male necessario e un bene ancor più necessario… corpi che sono fantasmi in cammino nel mondo, lenti ma elefantiaci nel passo pesante che calpesta le terre ferite… corpi che sembrano ombre solide, testimoni oculari del dolore collettivo… corpi che cercano la luce della notte, le stelle del giorno, l’orizzonte lontano degli eventi.

Gianluca Marziani: “Godot è arrivato tra noi assieme ai testimoni silenziosi di Lemay. La figura misteriosa di Samuel Beckett giunge tra i viventi, si confonde nella folla di fantasmi e ombre mute. Non si presenta a nessuno ma si capisce che è Godot, archetipo tra gli archetipi, testimone e giudice che guida gli umani sull’orlo dell’abisso, fermandosi poco prima della caduta. Davanti al vuoto ci riassume il male in un istante, carezzando la Terra che soffre, chiedendoci da che parte vogliamo andare… Perché il male ha raggiunto il culmine e oltre inizia il buco nero, l’antimateria dell’esistenza, la fine dell’ultimo finale di partita. Godot ci accompagna sul baratro e ci lascia guardare il vuoto infinito ma anche la luce dietro la schiena, la possibilità di un nuovo viaggio, di una rinascita plausibile. Ad ognuno di noi la scelta tra il buco nero e la luce, tra un lungo addio e un lunghissimo amore…”

 

ENGLISH

The Piano Nobile at Palazzo Collicola Arti Visive opens its 18th-century wings to host a new artist's project, designed in a "sartorial" way on the domestic model of the rooms. The approach with Eugene Lemay follows the usual rules of a soft, inclusive insertion, re-created with camouflage ways that blend into the ancient without substantial changes.

Integration is the right word to capture the embrace between the nature of a noble apartment and the electrical energy of a contemporary artist. On the one hand the opulent splendour of the place, on the other the metaphorical power of Lemay, his social criticism, the monolithic harshness of the works. The apparent contrast is thus transformed into a fluid integration: now the never-aggressive fullness of the place, now the expressive essence of an art that attacks the eye, loading the rooms with an invisible, yet dense magnetism.

American Eugene Lemay (1960, Grand Rapids, MI) returns to Italy after his personal exhibition in Rome at the MACRO Mattatoio (curated by Micol Di Veroli, February - April 2015). Dimensions of Dialogue was the title of that exhibition, a phrase that well encapsulates Lemay's ethical conscience, the political and militant nature of his work. The works at Palazzo Collicola are the stations of a journey in the pain of war, in the hypocrisy of politics, in the phobia and terror that blinds, in the wounds of the flesh and those of the heart. The American artist knows the noise of bombs, the screech of lethal weapons, the smell of pouring blood. At age 13 he moved from Michigan to Israel, passing his adolescence in a kibbutz, then becoming a voluntary soldier who took up arms and fought for Israel. A very hard experience that marked his life as an American Jew, shaping his talent as if it were a storm that shapes a mountain.

There are normal lives that sometimes create extraordinary tales. And then there are extraordinary lives, without safe harbors, that are sublimated in universal works, destined for the Esperanto of the eye, to the collective dimension of natural values. Eugene Lemay enters the extraordinary of a nomadic existence, culturally fertile, impressive for its events and consequences. A life inside life, so involving that it becomes an artistic thrust, so as to produce consequences in the form of works and visual messages.

Gianluca Marziani: "I am struck by the double soul of some of the works, the ability they have to mould themselves on the individual habitats. When I saw the installations in the gigantic studio in New Jersey, I thought they breathed in silence, in a neutral environment that accepted them without conflict. Once set up in Spoleto, something completely changed in them, now they began a phase of faster breathing, as if they felt an anomalous place and tried to adapt to a habitat full of memories ...".

Phantoms, witnesses, shadows... it is them who guide us ideally along the stations of the Piano Nobile, we feel them inside the paintings, beyond the frames, among the false bombs of an installation, inside the pictorial impasto, in the monochrome backgrounds of the surfaces... Lemay crosses the evil of humanity with the metaphorical pace of art, avoiding the blackmail of realism, preferring the suspended pace of allegorical rites, of archetypal figures, of the dissolving black, of the clouding grey. Through digital elaboration and manual execution, bodies and faces are recreated that seem to have been born from plasticine, wool, steam, snow, cream... they are shadows of flesh, solid ghosts, silent witnesses of the evil suffered... Arctic and nebulous bodies, similar to white bears that embrace, bend, suffer, fall, stand up... Bodies of soldiers that could become everything we would have liked them to be... Bodies that are philosophical archetypes between Plato and Nietzsche, sometimes black like shadows in the darkness of the cave, like soldiers under a starless sky... Bodies that embody pain and the desire for rebirth, divided between a necessary evil and an even more necessary good... bodies that are ghosts on their way through the world, slow but elephantine in the heavy pace that tramples on wounded lands... bodies that seem solid shadows, eyewitnesses of collective pain... bodies that seek the light of the night, the stars of the day, the distant horizon of the events.

Gianluca Marziani: "Godot arrived among us together with the silent witnesses of Lemay. Samuel Beckett’s mysterious figure arrives among the living, blurs into the crowd of ghosts and mute shadows. He doesn't introduce himself to anyone but we understand that he is Godot, archetype among the archetypes, witness and judge who guides humans to the edge of the abyss, stopping just before the fall. In front of the emptiness he sums up the evil in an instant, caressing the suffering Earth, asking ourselves which side we want to go to... Because evil has reached its peak and beyond that peak the black hole begins, the antimatter of existence, the end of the last Endgame. Godot accompanies us on the abyss and lets us look at the infinite emptiness but also at the light behind our backs, at the possibility of a new journey, of a plausible rebirth. The choice between the black hole and the light, between a long farewell and a long love is up to all of us..."