Opening Sabato 30 Giugno Ore 12:00

 

ANDREA PACANOWSKI "All'infuori di me?"

A cura di Gianluca Marziani + Miliza Rodic
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Chi non si è cimentato, almeno una volta, con un puzzle da centinaia di tasselli? Ricorderete le immagini che di solito compongono il mosaico: vincono i paesaggi a campo lungo e le visioni panoramiche in genere, con una quota maggiore per le nature incontaminate, gli spot culturali e le folle umane. Il puzzle racchiude, involontariamente, il senso dell’immagine odierna: la disintegrazione di un ordine da riassemblare somiglia ai passaggi tra analogico e digitale, ai trasferimenti tra device e stampa, ai legami tra alta e bassa definizione… la natura analogica del puzzle tocca il close-up e le profondità di campo, le staffette tonali tra zone di colore, fino ad integrare il glitch (l’errore di posizione del tassello) come ulteriore possibilità esplorativa.

Andrea Pacanowski presenta a Spoleto una quindicina di lavori fotografici. All’infuori di me raccoglie masse umane, corpi in ordine militaresco, gente in uniforme, gruppi rituali. Sono pattern collettivi che provengono, in particolare, dal consesso religioso in esterni, dai luoghi d’aggregazione dei culti monoteistici più diffusi. Le foto racchiudono tasselli d’umanità in un telaio geografico che gioca con l’astrazione pittorica e le iconografie del web, creando un cortocircuito estetico di alta fattura, mantenendo la purezza dell’analogico come potenziale mimetico (simulare tecniche digitali attraverso il talento analogico è un passaggio nodale nella fotografia contemporanea). Quei corpi riguardano le inquietudini del nostro tempo, i confini della libertà, la necessità di una guida spirituale, la ricerca di condivisione… tutti temi di portata storica e pregnanza politica, centrali in un’epoca così narcisistica, narrati da Pacanowski con abilità estetica e intelligenza concettuale.

Una fotografia dal risultato pittorico, modulata per ritmi e griglie, dove il colore diviene struttura plastica, dove il ritmo comprime il dinamismo interno dell’immagine. Pacanowski, attraverso l’ambiguità ottica del puzzle, sfida il pubblico alla visione mobile in avanti e indietro, per definire la messa a fuoco, per sciogliere le ambiguità retiniche che le immagini contengono. Le opere sono puzzle fotografici che rompono diverse certezze su usi e abusi del digitale. Secondo l’autore ogni scatto è un viaggio unico dal senso analogico, un’immersione lenta che richiede conoscenza tecnica, invenzione, ribaltamento di regole in apparenza immobili. L’immagine finale è il risultato di riprese, combinazioni, luci di scena e altri trucchi che il nostro ha affinato nel contesto della Moda, il suo luogo d’origine professionale, spazio di crescita tecnica ma anche di perfezionismi robotici senza emozioni. Pacanowski sentiva il limite del set e della post-produzione, del digitale come dittatura patinata: ed eccolo sfidare la messinscena elettronica, preferendo i codici lenti di un habitus interiore, dove la pelle fotografata si tramuta in geografia complessa, dove colori e tonalità definiscono l’invisibile, dove graffiature e segni amplificano l’energia iconografica. Le sue azioni sono scie sonore che mappano le armonie sinuose, localizzano dettagli, ampliano i segnali emotivi dietro un corpo. La fotografia prende qui il ritmo lento del pennello, rivelando una qualità metafisica che ci conduce in un rituale misterioso, ascetico, fatalmente spirituale.
La mostra a Spoleto entra così nel cuore dei culti monoteisti: Cristianesimo, Ebraismo, Islam. Un viaggio fotografico che racconta le metodiche spontanee dei grandi raduni, secondo un approccio che coglie gli equilibri gravitazionali, le scale cromatiche, i ritmi sincretici, le armonie collettive. Un’analisi per mostrare il valore etico di ogni religione, la possibile convivenza tra diversità, l’importanza del dialogo come cardine di una rifondazione universale. La fotografia di Pacanowski ribadisce tutto ciò, e lo fa con un’energia estetica che rompe il giudizio di merito, annullando i termini di superiorità e inferiorità, i pericolosi personalismi, le manie estremiste. Qui si parla di armonia e libertà, di uomini e donne che camminano sullo stesso Pianeta, respirando lo stesso ossigeno, inseguendo gli stessi sogni, in cerca di quella cosa indistruttibile che ovunque si chiama Amore.

E’ la fotografia che riprende la sua essenza analogica ma con il meglio che la stampa e i supporti possano offrire. Non è un ritorno alle origini ma l’origine di una continuità possibile, è la resistenza del fattore umano che orchestra frammenti di bellezza universale. Una bellezza che ci parla di religioni e sincretismo, che entra nel cuore caldo del Pianeta da una porta di liberazione dei contenuti. Andrea Pacanowski ci invita nelle sue tessiture ritmate, nelle moltiplicazioni di ogni singola diversità, nel rumore cromatico di una visione che coinvolge ognuno di noi. Perché, come dice il titolo, all’infuori di me ci sono sempre tutti gli altri.

 

ENGLISH

Who has not tried, at least once, a puzzle of hundreds of pieces? You will remember the images that usually make up the mosaic: long field landscapes and panoramic visions are generally the winners, with a higher share for unspoiled natures, cultural spots and human crowds. The puzzle inadvertently encloses the sense of today's image: the disintegration of an order to be reassembled looks like the transitions between analog and digital, the transfers between device and print, the links between high and low definition... the analogical nature of the puzzle touches the close-up and depths of field, the tonal stirrups between areas of color, up to integrating the glitch (the error of position of the dowel) as a further exploratory possibility.

Andrea Pacanowski brings to Spoleto fifteen photographic works. All’infuori di me (Outside Of Me) gathers human masses, bodies in military order, people in uniform, ritual groups. They are collective patterns that come, in particular, from the religious assembly outside, from the places of aggregation of the most widespread monotheistic cults. The photos enclose pieces of humanity in a geographical frame that plays with pictorial abstraction and iconography of the web, creating an aesthetic short circuit of high workmanship, maintaining the purity of analog as a camouflage potential (simulating digital techniques through analog talent is a key step in contemporary photography). Those bodies concern the anxieties of our time, the boundaries of freedom, the need for spiritual guidance, the search for sharing, themes by the historical importance and political significance which are central in such a narcissistic era, narrated by Pacanowski with aesthetic ability and conceptual intelligence.

A photograph with a pictorial result, modulated by rhythms and grids, where colour becomes plastic structure, where rhythm compresses the internal dynamism of the image. Through the optical ambiguity of the puzzle, Pacanowski challenges the audience to the mobile vision back and forth, to define the focus, to dissolve the retinal ambiguities that the images contain. The works are photographic puzzles that break a number of certainties on the uses and abuses of digital. According to the author, each shot is a unique journey by the analogical sense, a slow immersion that requires technical knowledge, invention, the overturning of apparently immobile rules. The final image is the result of shots, combinations, stage lights and other tricks that Pacanowsky has refined in the context of Fashion, his original profession, a space of technical growth but also of robotic, emotionless perfectionism. Pacanowski felt the limit of the set and post-production, of digital as a glossy dictatorship: here he challanges the electronic staging, preferring the slow codes of an interior habitus, where the photographed skin turns into a complex geography where colours and tonalities define the invisible, where scratches and signs amplify the iconographic energy. His actions are sound trails that map out sinuous harmonies, localize details, expand emotional signals behind a body. Photography here takes the slow rhythm of the brush, revealing a metaphysical quality that leads us into a mysterious, ascetic, fatally spiritual ritual.
The Spoleto exhibition thus enters into the heart of the monotheistic cults: Christianity, Judaism, Islam. A photographic journey that tells the spontaneous methods of the great gatherings, according to an approach that captures the gravitational balances, the chromatic scales, the syncretic rhythms, the collective harmonies. An analysis to show the ethical value of each religion, the possible coexistence of diversity, the importance of dialogue as a cornerstone of a universal refounding. Pacanowski's photography reaffirms all this, and does so with an aesthetic energy that breaks the judgment, cancelling the terms of superiority and inferiority, the dangerous personalisms, the extremist obsessions. Here we speak of harmony and freedom, of men and women who walk on the same planet, breathing the same oxygen, pursuing the same dreams, in search of that indestructible thing that everywhere is called Love.

It is photography that takes up its analogic essence, but with the best that printing and media can offer. It is not a return to the origins but the origin of a possible continuity, it is the resistance of the human factor that orchestrates fragments of universal beauty. A beauty that speaks to us of religions and syncretism, that enters the warm heart of the planet through a door of liberation of contents. Andrea Pacanowski invites us inside his rhythmic weavings, inside the multiplications of every single diversity, inside the chromatic noise of a vision that involves each of us. Because, as the title says, outside of me there are always all the others.

 

*Il catalogo della mostra (Carlo Cambi editore) è disponibile presso il bookshop del museo.