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TERRITORIO
Storie di artisti umbri. Storie di artisti in Umbria
27 GIUGNO - 12 LUGLIO 2015

In occasione del centenario della nascita di Leoncillo Leonardi, Spoleto – la sua città natale – e il Festival dei 2Mondi che ne ospitò nel 1969, ad un anno dalla improvvisa scomparsa, un’indimenticabile antologica, promuovono, a partire dal giugno 2015 sino al 2016, una serie di manifestazioni sostenute dal Comune di Spoleto, dal Comune di Campello e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Spoleto. Due gli appuntamenti nel 58° Festival per ricordare una straordinaria figura di artista che, con le sue opere e con il suo diario, offre una delle più acute, originali ed intense testimonianze dell’arte italiana del ’900.

Questa esposizione vede Fabio Sargentini, Alberto Zanmatti e Gianluca Marziani uniti in un progetto che ripercorre affinità elettive e artistici incontri che da sempre Spoleto ispira e aiuta a realizzare.

Nel 1962 il giovane Zanmatti, che curò l’allestimento della storica mostra "Sculture nella città", ideata da Giovanni Carandente, raccoglieva il desiderio di Leoncillo di vedere collocate le sue quattro sculture, Affinità Patetiche e San Sebastiano I e II, tra le acque delle Fonti del Clitunno. Oggi, lo stesso Zanmatti coglie l’opportunità del centenario della nascita per realizzare finalmente il desiderio dell’Artista, affettuosamente custodito per cinquantatré anni, ed offre ai visitatori l’occasione unica di vedere emergere dalle Fonti la creta «[...] che nascerà come un nuovo oggetto naturale, una pianta tra le foglie [...] Un nuovo oggetto naturale profondamente vero della nostra naturalezza, come una pietra che è della terra, come la foglia dell’albero, come questa mano che è la mia [...]» (dal Piccolo diario di Leoncillo).

 

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12 APRILE - 2 GIUGNO 2014

A cura di Gianluca Marziani

 

Non esiste antinomia tra astrazione e figurazione… ci sono artisti che lo ribadiscono in silenzio, attraverso i codici di una ricerca metodica, coerente, prolungata nel tempo come un’ombra dinamica del proprio essere. Partirei da qui per raccontare il viaggio artistico di Franco Troiani, da un filo invisibile che connette oltre quarant’anni di produzione visiva. Un filo che legge il mondo nella sua coscienza pittorica, stabilendo uno strategico superamento della dicotomia figurazione/astrazione. Per l’artista spoletino non esiste invenzione nel linguaggio visivo, tutto già appartiene al Pianeta e alla memoria di una continua presenza. Le cose sono disponibili in natura, si tratta solo di intuirne il simbolo, recepire la metafora e plasmarne l’anima pittorica, sempre sulla misura concettuale del singolo progetto. Troiani ribadisce così l’impossibilità di procedere per astrattismi: perché ciò che appare denota una radice concreta, una provenienza che attende lo spostamento, un passaggio metabolico dal piano reale a quello iconografico. Qualsiasi ipotesi figurativa trova un rimando nella natura, una radice nell’arte del passato, un legame con l’esistente nella sua molteplicità semantica. La materia del mondo si trasforma in un viaggio dei sensi, il colore diventa lirico ed emozionale, le geometrie evocano archetipi di necessario riferimento.

La prima retrospettiva su Troiani ha il sapore di un progetto al presente, dove ogni opera partecipa come singola nota sulla scala polifonica dell’installazione globale. Le sale di Palazzo Collicola si trasformano in una sorta di unico grande lavoro che agisce per frammenti temporali, materici e tematici. Ogni pezzo prescelto è per l’artista una battaglia, una sfida morale che si oppone allo scempio della decadenza storica. L’opera crea così una distanza dalla cronaca attraverso la sintesi della sua forma mentale. Per Troiani non esiste citazione ma recupero metabolico, una visuale inclusiva che considera il passato nella sua fluidità al presente, senza sganci epocali, esercitando il dialogo e la partecipazione. L’arte torna a essere una polis evoluta, luogo ideale dello scambio reale, agorà del continuo futuro per intuire le distonie e immaginare nuovi margini di crescita.

La prima sezione della mostra comprende alcune sperimentazioni dei primi anni ’70. Sono pitture dinamiche di matrice futurista, diverse tra loro per approccio tematico, accomunate da una densità drammaturgica, da un tenore notturno, da un furia compressa che ricrea un naturalismo anomalo. Tra le opere giovanili vedrete anche alcuni disegni e bozzetti per piccole pitture e sculture antropomorfe.

La seconda sezione parte nel 1977 e termina nel 1984: ancora con una pittura di matrice futurista ma con tematiche che toccano la religione e il sociale, secondo parametri iconografici che ormai caratterizzano l’approccio di Troiani. E’ anche il periodo in cui l’autore realizza numerose pitture murali in varie parti d’Italia, confermando la sua vocazione per lo spazio collettivo, per un accesso relazionale all’opera e al contesto d’appartenenza. L’opera come geografia di riflessione collettiva.

La terza sezione, che va dal 1985 al 1996, presenta pitture e sculture aniconiche in cui l’artista recupera geometrie ancestrali, codici arcaici, simbologie alchemiche. Un ritorno alla materia e agli elementi naturali, una felice opposizione al mondo virtuale tramite sapienti gestioni estetiche. La sezione comprende anche un nutrito corpus di lavori su carta, materiale che Troiani ha sempre gestito con cura speciale, considerandola un passaggio necessario, una sintesi degli attriti, un mondo autonomo.

La quarta sezione va dal 1997 al 2004: vedremo opere su tavola quasi monocrome ma con evidenti composizioni architettoniche, rarefatte nel loro apparire, condotte verso l’ideale della forma archetipica. E’ la perfetta corrispondenza di astrazione e figurazione, un combaciare che elimina ogni antinomia ed elabora l’ideale iconografico, il punto di fusione tra radice e veggenza.

La quinta sezione mescola linguaggi e temi, inserendo lavori fotografici e altre sorprese. A questa sezione si lega anche l’installazione presso il San Carlo dal titolo “…come Zattera della Medusa”. Nata da disegni e fotografie del terremoto Umbria-Marche 1997, vuole essere una denuncia al sistema politico ma anche una riflessione sulla condizione umana, dalla paura ancestrale al bisogno di equilibrio per una vita migliore…

Franco Troiani nasce a Spoleto, luogo dove vive e lavora.
Ai primi anni Settanta risalgono le personali d’esordio: Terni (Palazzo Comunale), Spoleto, Perugia (Palazzo dei Priori) e Roma (Palazzo Spinola) tracciano le coordinate del suo inizio e indicano le direttrici del suo futuro. L'apertura di uno studio a Spoleto gli permette di vivere, soprattutto nel periodo del Festival, il fermento culturale che animerà la città come crocevia del talento interdisciplinare. Seguono anni in cui il suo lavoro s’ispira alle ambientazioni teatrali, anni in cui esegue pitture murali in varie parti d'Italia. Dal 1985 inizia una nuova linea di ricerca che esplode nel 1986, quando la tragedia di Chernobyl aumenta la sua coscienza esistenziale e ambientale. Sempre nel 1986 crea STUDIOARTE'87 (poi STUDIO A'87), un luogo mentale dove fare arte come atto propositivo, forma di educazione e disciplina associativa. Nel 1988 è artefice e cofondatore (assieme all’architetto Giuliano Macchia, altra figura fondamentale nella cultura spoletina) dell'associazione "Amici del Museo Centro Arte Contemporanea Spoleto", creata per la promozione dei giovani e delle arti in genere. Nel 1988 viene invitato al “14° Internationalen  Pleinairs, Fachschule fur Werbung und Gestaltung” di Potsdam, prima apertura agli artisti occidentali nel segno della Glasnost', esperienza significativa anche sotto l'aspetto antropologico e politico, ripetuta nell'agosto 1989 e poi nel 1990. Negli spazi del suo nuovo studio, l’ex chiesa di S. Carlo, o in altri luoghi istituzionali, continua a proporre numerose iniziative connesse all'arte contemporanea. Nel tempo il suo linguaggio diviene più autonomo, sperimenta formule contaminate, si dedica con maggior frequenza all'uso della fotografia e alla progettazione di libri d'artista. Negli anni Novanta realizza in Umbria diverse opere murali (wall drawing): nel 1994 all'Albornoz Palace Hotel a Spoleto, l’anno successivo presso l’Artèhotel a Perugia. Cura nel 1997 la prima uscita dell'itinerario d'arte "Viaggiatori sulla Flaminia", giunto oggi all’ottava edizione. Nel 2002 lavora alla Biennale del libro d'artista "LiberolibrodArtistalibero", progetto che crescerà nel tempo grazie all'organizzazione di Viaindustriae e alla cura di Emanuele De Donno che ha traghettato il progetto fino al traguardo della settima edizione. Tra i lavori più recenti ricordiamo il wall drawing eseguito nel 2004 presso la chiesa di S. Carlo a Spoleto, liberamente ispirato al "Cristo tra le croci" di Lelio Orsi, visionario manierista del '500; infine, nel 2006, le pitture murali nei trentasei box del parcheggio multipiano Spoletosfera, composte su incarico del progettista Giuliano Macchia.
Con la mostra Azioni e Rivelazioni, curata nel 2010 da Gianluca Marziani, una sua opera del 1988 entra nella collezione permanente di Palazzo Collicola Arti Visive. Nel 2011 ha partecipato alla sezione regionale (Padiglione Umbria) della Biennale Internazionale d’Arte di Venezia. Nel 2012 è stato uno degli artisti selezionati da Marziani per +50, la grande kermesse spoletina dedicata alla scultura contemporanea.

15 DICEMBRE - 17 FEBBRAIO 2013

A cura di Massimo Duranti

 

La mostra Giuseppe De Gregorio opere 1935-2004. Il Gruppo di Spoleto. Ultimo naturalismo e informale al Premio Spoleto è incentrata sull’artista spoletino, nato nel 1920 e scomparso nel 2007, inserito nel contesto storico-artistico del proprio tempo.

La prima sezione è legata agli inediti figurativi realizzati in giovane età e quelli di poco successivi legati a tematiche d’impegno sociale. La seconda sezione è dedicata alla stagione informale che dalle influenze romane passa a quelle dell’ultimo naturalismo. Nodo cruciale della vicenda è il Premio Spoleto, evento nato per volontà degli stessi spoletini nel 1953, grazie al quale Francesco Arcangeli, critico d’arte già assistente di Longhi a Bologna, arriva in città come membro della giuria portando le sue teorie e alcuni esponenti di quella tendenza che stava teorizzando come Ennio Morlotti e Mattia Moreni. Tali influenze portarono De Gregorio a cambiare in parte il proprio orientamento, ma ciò non coinvolse solo lui poiché accanto aveva altri amici pittori con i quali aveva instaurato un sodalizio artistico: Filippo Marignoli, Bruno Toscano, Ugo Rambaldi, Piero Raspi, Giannetto Orsini. Proprio Arcangeli compatterà questi giovani che si costituirono in un vero e proprio gruppo artistico che si presentò per la prima volta nel 1954 a Roma: il Gruppo di Spoleto. La mostra indaga quindi non solo De Gregorio, presentato con un centinaio di opere, molte inedite, ma anche le esperienze del gruppo dedicando ad essa una sezione con due opere ciascun artista; l’altra presenta gli artisti che grazie ad Arcangeli presero parte al Premio Spoleto nell’arco di undici anni dal 1953 al 1963 le cui opere vincitrici di premi sono rimaste nella raccolta della galleria Civica di Palazzo Collicola. Luogo che oggi, grazie a questa mostra, rivive quel fermento che portò Spoleto a non essere più una solo un’illustre città di provincia, ma un vero e proprio luogo privilegiato per le arti visive contemporanee. Dopo tale sezione storica, che culmina con le opere del 1964 di De Gregorio, quelle che parteciparono alla Biennale di Venezia, la mostra inizia un percorso suddiviso per tematiche poiché l’artista, per tutta la sua intensa attività, lavorò ad alcuni soggetti privilegiati: La natura, sia vegetale che animale, quindi alberi, foglie, colline e quant’altro; il mare e le sue creature, particolarmente affascinato da mondo dei fondali con i suoi crostacei, conchiglie e molluschi o il mondo dei pescatori, con le loro barche e reti da pesca, spesso tradotte nella condizione decadente del “rottame”; poi altre suggestioni come quelle legate alla magia e credenze popolari: in mostra si trovano infatti opere ispirate al malocchio, alle fattucchiere e a tutto quel mondo nascosto che si cela nei riti e nel mito, richiamato quest’ultimo attraverso riferimenti al minotauro e ai tanti bucrani che nel tempo dipinse. La storia è un altro argomento privilegiato di De Gregorio, fatto di soldati e antichi duchi longobardi come Teodelapio o Faroaldo, entrambi legati alla storia di Spoleto. Chiude infine una sezione legata alle opere ispirate all’arte sacra, della quale si sono anche riscoperte opere realizzate su commissione come quelle per la Cappella dell’Istituto San Giuseppe delle suore della Sacra Famiglia del 1960: un grande crocefisso di più di tre metri per oltre due, figurativo, e sul lato destro della stessa cappella un impegnativo ciclo sulle Storie vita di Gesù. Un altro lavoro di genere sacro, imponente per dimensioni, De Gregorio lo realizzò nel 1975 per la sede romana delle Suore della Sacra Famiglia, un grande dipinto di più di tre metri di altezza per oltre cinque, formato da numerosi pannelli con il tema della Sacra Famiglia, portato da tempo nella cappella dell’Istituto Nazareno di Spoleto della stessa congregazione. Queste opere, insieme a quelle collocate permanentemente al Liceo artistico Leoncillo Leonardi e alla Scuola Media Dante Alighieri costituiscono un breve itinerario della pittura “in situ” di De Gregorio poco conosciuta ai più.

Giuseppe De Gregorio è nato a Spoleto nel 1920. Nel 1956 partecipa alla Quadriennale di Roma e, successivamente, ad altre due edizioni (1966 e 1986). Nel 1964 partecipa alla Biennale di Venezia ed è presente a numerose mostre collettive nazionali e internazionali. La sua prima mostra personale è del 1958 e si tiene alla galleria L’Attico di Bruno Sargentini a Roma. Questa di Spoleto è la prima mostra antologica dopo la scomparsa avvenuta nel 2007.

30 APRILE - 25 MAGGIO 2011

A cura di Gianluca Marziani

 

Il progetto Territorio indaga le qualità creative della regione Umbria e racconta oggi la lunga ricerca di Marco Agostinelli, tra i protagonisti, il prossimo giugno, del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2011. Un autore che ha sempre lavorato sul linguaggio elettronico, sulla grammatica digitale, sui legami tra il pixel e le molteplici identità dell’icona contemporanea. La ripresa video, lo scatto fotografico e lo still da video si sono trasformati in un viaggio iconografico che è diventato volume solido (sculture) o liquido (i pannelli fotodigitali e i lavori video). Un dualismo estetico che indaga la natura concettuale dell’immagine, la sua capacità di produrre codici morali, lungo processi teorici che toccano i grandi dilemmi filosofici (i dualismi del pensiero, il legame tra natura e artificio, gli sconfinamenti tra bene e male) dentro un continuo riferimento ai fatti del reale (la cronaca, le guerre, la violenza ma anche la cultura del web, l’ossessione per il corpo…). Palazzo Collicola ospita la sintesi di un percorso coerente dentro la tecnologia ma con l’approccio della pittura e il senso sequenziale del fiume randomico. La miriade di immagini del flusso mediatico viene indagata con un primo livello selettivo e un approccio chirurgico che seleziona singoli frammenti, andando a metabolizzarli con impianti rielaborativi in cui ogni immagine subisce processi virali. Da qui la direzione molteplice dei singoli frammenti: ora nel flusso dinamico del video, ora nella staticità dei singoli quadri, ora nei volumi plastici della scultura.

Prima sala: con “Cuore di Cane” e “Nato” vedremo i quadri con le prime sperimentazioni legate alla distorsione dell'immagine e all'inversione dei sistemi di lettura Pal/Ntsc. “Cuore di Cane” è un progetto in nove pezzi ed è quello che ha avuto maggior successo internazionale (2001). “Nato” nasce da un lavoro di immagini autografe ed è girato in una base Nato abbandonata in Germania e poi sovrapposto ad immagini della prima guerra del Golfo (2002). I due video relativi ai progetti saranno visibili nella quarta sala.

Sempre nella prima sala ci sarà "L'albero della vita", scultura luminosa del 2005, legata al progetto “Scultura del Pensiero”. Sono del 2007 le due "anfore" monumentali che andranno a parete, anche loro parte della serie "Sculture del pensiero", tratte dal video “TeleVisionCross” (che si vedrà nella saletta proiezioni). Chiude la prima sala l’installazione “Kaleidoscope Revolution Art in Venice” del 2007/8.

Sala grande: qui ci sarà il nuovo ciclo dal titolo“Guerre/Solitudini/Resurrezioni e altre Epifanie”. Un video raccoglie l'insieme delle immagini del ciclo, divise tra opere in bianconero e a colori. Sulle pareti vedremo quattordici quadri formato 150X180, mentre il video con l’intero ciclo chiude idealmente la sala. I testi del video sono di Solidea Ruggiero.

Terza sala: interamente dedicata al ciclo "La scultura del pensiero 2004/2008", vi troveremo il grande quadro delle anfore esposto a Venezia, il grande quadro degli “Scudi”, due "Vortici" e un “Sipario”.

Quarta sala: una selezione con i più importanti progetti video dell’artista. (1999/2010)

 

›› marcoagostinelli.com

18 DICEMBRE 2010 - 13 FEBBRAIO 2011

A cura di Gianluca Marziani

 

Ugo Rambaldi (Spoleto, 1910 – Roma, 1985) si trasferisce giovanissimo a Bologna e collabora, assieme ad Achille Casanova, alla decorazione di alcune chiese come Sant’Antonio a Padova, San Petronio e San Francesco a Bologna, la chiesa degli Scalzi a Venezia. Dal 1928 è a Perugia per diplomarsi presso l’Istituto d’Arte. Dal 1930, presso la cittadina siciliana di Comiso, dirige la Scuola d’Arte e insegna al Liceo Classico. Inizia ad esporre a Spoleto nel 1934, presentando opere che risentono del clima figurativo di Felice Casorati. Tra il 1944 e il 1945 vive tra Spoleto e Roma, impegnandosi nella lotta partigiana, finché nel dopoguerra partecipa alle mostre del Centro Artistico e Culturale del PCI con opere di soggetto sociale, influenzate dal crudo realismo alla Guttuso. Nel 1947 lascia definitivamente la Sicilia per proseguire l’attività didattica a Rieti. Fondatore del Circolo Artistico di Spoleto, nel 1952 organizza la “Prima Mostra Nazionale d’Arte Figurativa Città di Spoleto”. Nel 1953 si stabilisce a Roma per inserirsi nell’ambiente di Villa Massimo. Nel 1954 è tra gli iniziatori del gruppo “I Sei di Spoleto” (Rambaldi, De Gregorio, Raspi, Marignoli, Orsini, Toscano). Dal gruppo, influenzato dalla cultura informale, Rambaldi si staccò per indagare ulteriori possibilità nello sviluppo non solo astratto della pittura. Nel 1967 la personale alla galleria Lo Scalino di Roma segna un solido impegno figurativo che lo accompagnerà in una costante dialettica tra materia, segno e colore. Tra le collettive si ricordano le partecipazioni al Premio Spoleto (dal 1953 al 1959 e nel 1966), al Premio Termoli (1060, 1961), al Premio Michetti (1956) e alla VIII Quadriennale d’Arte di Roma (1960).

Gianluca Marziani, direttore di Palazzo Collicola Arti Visive: “Un bel segnale aprire il progetto Territorio con un artista come Ugo Rambaldi. La mostra che presentiamo, attraverso una selezione di opere significative, omaggia la storia silenziosa di un autore raffinato e talentoso, sensibile ai moti d’avanguardia e al clima morale della sua generazione. Rambaldi ha praticato la pittura con giusta lucidità, senza alcuna enfasi, in sintonia con le molteplici vicende del Novecento, cosciente che tra figurazione e astrazione esisteva un dialogo costruttivo e non dogmatico. Mi piace la sua natura emozionale, la curiosità divagante, l’apertura tematica, il suo mimetismo iconografico, il valore morale delle singole scelte. Mi piace aver scoperto, attraverso l’aiuto della figlia Paola, i suoi diari, documento privato che si intreccia con la vita pubblica e sociale. E poi apprezzo la costante passione per la Donna, raccontata con grazia e sensualità, con l’espressività emotiva dell’occhio carnale che osserva, registra e, soprattutto, ama”.

Scrisse Roberto Melli: “…dolce tristezza rassegnata della sua pittura: ma di interna robusta radice, di profondo senso costruttivo, di ferma presenza: pittura di tono grave, di interiore emozione, schiva di effetti, in cerca di solide strutture e di limpide forme trasfigurate dalla suggestione poetica…”.

Scrisse Giuseppe Selvaggi: “Un artista si guarda e si ammira postumo se riesce a darci il passato come presenza. Anche se non giunge alle rarissime cime dell’invenzione del futuro, dono assoluto, basta alla sua validità presso le generazioni successive l’aver trasmesso la verità sul tempo in cui è vissuto ed ha lavorato, con tensioni, progetti, sicurezze ed incertezze. Certo deve possedere il leale mestiere dell’arte in cui opera. Com’è in Ugo Rambaldi, nella cui produzione ci apprestiamo ad addentrarci”.

Ideazione e progetto: Gianluca Marziani
Supporto curatoriale: Aurora Roscini Vitali + Davide Silvioli
In collaborazione con Cecilia Metelli + Studio A’87

 

E’ arrivato il tempo per PALAZZO COLLICOLA ARTI VISIVE di fare il punto sulla Spoleto dei nostri giorni, di rivelare una città a tratti nascosta, ricca di talenti e idee, di persone che progettano e viaggiano, una Spoleto talvolta inaspettata, piena di contenuti e molteplici identità, stupefacente nel suo modo silenzioso ma profondo di essere, nella sua disciplina lenta, nell’armonia tra le azioni umane e i cicli stagionali in natura.

Fondamentale che il progetto sia nato in un momento propizio dell’anno, lontano dal clamore del Festival, nei mesi in cui le condizioni complessive invitano a un'attenzione speciale per una mostra che vuole essere un segno, da incidere profondamente nella storia di Spoleto. Una geocollettiva per riassumere il recente passato, per ragionare sul presente, per indicare le ipotesi adulte di un futuro condiviso. Una mostra come laboratorio d’idee e confronti, sorta di prontuario culturale che darà ordine ad un contesto unico ma delicatissimo, da maneggiare con particolare cura e imprescindibile rigore.

Il progetto traccia il suo inizio ideale dopo l’esperienza del Gruppo di Spoleto, dopo la lunga avventura del Premio Spoleto, dopo le grandi vicende dell’Informale umbro. Un profilo selettivo che parte dal cosiddetto “ritorno alla pittura” nella seconda metà degli anni Settanta, quando emersero alcuni dei protagonisti storici oggi in mostra. Da quel punto si diramano le tracce filanti di una geografia che si congiunge ad un presente di tangibile vitalità.

Gianluca Marziani: “Immagino il progetto come un ideale acceleratore di particelle atomiche, un generatore di connessioni umane e professionali che mapperà il territorio culturale, disegnando le linee dialettiche di una geografia multiforme ed invitante.”

SPOLETO CONTEMPORANEA come un radar curatoriale che racchiude la Geografia delle Arti in un territorio circoscritto ma germinativo. Abbiamo selezionato gli artisti e gli autori che dimostrano continuità attiva rispetto al proprio passato o che sperimentano agilmente sul presente; si scorre l’elenco tra veterani e giovanissimi, uomini e donne, tra coloro che sono rimasti e coloro che tornano; fino agli "stranieri" che hanno scelto Spoleto come città d'elezione: e ciò vale per artisti statunitensi, europei ma anche per gli italiani che qui si sono trasferiti, stabilmente o per lunghi periodi, con la coscienza sentimentale che solo certi spazi hanno dentro.

Vedrete artisti ma anche architetti, designer, illustratori, videomaker e tutti coloro che producono fattori culturali ad un livello di adeguata qualità e reale contemporaneità. Perché raccontare un territorio culturale significa tracciare una rete umana di visioni, intrecci, indicazioni, connessioni, cortocircuiti… significa avere il coraggio di fare il punto, con la coscienza dell’errore e il vantaggio dell’intuizione.

La mostra viene presentata nelle sale del Piano Nobile, secondo un allestimento scenografico curato dallo stesso Marziani. La scelta sottolinea la preziosità del presente dentro le trame settecentesche di un appartamento speciale, dentro un fulcro di aristocrazie che vuole essere un circuito di necessaria memoria, planimetria reale ma anche ideale per accogliere e proteggere la fluidità del contemporaneo. 

Ogni artista presenta un singolo progetto. Può essere un’opera ma anche un insieme di lavori che disegna la forma di una visione circolare. Scrive Gianluca Marziani: “Il grande numero di artisti coinvolti non permetteva migliori soluzioni… e poi, così facendo, si stimola la scoperta, l’avvicinamento curioso, la voglia di andare oltre il lavoro esposto. Saranno gli spettatori a completare il progetto fuori dal museo: chissà che non nasca una diversa consapevolezza del patrimonio locale… d’altronde, vorremmo ribadire che non si vive di solo passato (benché notevole qui a Spoleto) e che la cultura pulsa come un motore a ciclo continuo, da alimentare giorno per giorno, minuto dopo minuto, esperienza dopo esperienza…”

Aurora Roscini Vitali: “La celebre mostra Sculture nella città, capolavoro critico di Giovanni Carandente, di cui è stato celebrato il cinquantenario proprio a Palazzo Collicola Arti Visive (2012), nacque con l’intenzionalità di appropriazione dei luoghi cittadini da parte dell’arte contemporanea: le numerose sculture, dislocate ovunque fra piazze e viuzze, elaborarono una nuova mise en scéne urbana, dilagando nello spazio e nel tempo del quotidiano. Il progetto odierno lancia, se vogliamo, una sfida di senso opposto: la cultura artistica ‘spoletina’ è chiamata a entrare nel museo, a penetrare al suo interno e ri-semantizzarlo. Un’iniziativa dalla forza centripeta, dunque, di raccolta e di riflessione, elusiva però di narcisismi e autoreferenzialità. Un’occasione in cui l’arte dell’oggi possa non solo svecchiare il luccichio settecentesco dell’edificio destinato a ospitarla ma anche farsi portatrice di un genius loci rinverdito, arricchito, non svuotato ma ricco di umori, eccessi e, perché no, disconoscimenti. Attraverso la rassegna, l’istituto museale rifugge il rischio della ‘vetrinizzazione’ e mantiene intatto un ruolo propositivo e dinamico, fortemente legato al contesto e, in questo, portavoce di un mai banale senso dell’appartenenza.”

Davide Silvioli: “Si tratta di un progetto studiato e ambizioso, un importante momento di ricognizione critica che si configura in una realtà culturale che, attualmente, grazie alla compresenza di artisti già affermati e giovani interpreti emergenti, appare pronta a essere impugnata come oggetto di analisi estetica, al fine di delineare con chiarezza quali siano le peculiarità e, soprattutto, le potenzialità della contemporaneità artistica locale, senza circoscrivere tale esperienza al solo ambito territoriale, ma conferendo alla rassegna un valore di respiro nazionale. Attraverso la conoscenza delle numerose singolarità presenti – di retaggi e percorsi diversi – la manifestazione intende definire le caratteristiche espressive generali del contesto in esame, con l'obiettivo di creare un filo conduttore di continuità attitudinale che possa fare da collegamento, da catalizzatore e, in particolare, da punto di partenza per quegli artisti appartenenti alle generazioni a noi più vicine, istituendo, sulla base di ricerche effettuate in corrispondenza di momenti espositivi programmati, una griglia teorica e organizzativa strutturata, in grado di funzionare da collante e da punto di riferimento per iniziative e studi finalizzati all'approfondimento dei linguaggi visivi coevi.”

Cecilia Metelli: “Un osservatorio privilegiato, quello di Palazzo Collicola Arti Visive, per gettare uno sguardo sul presente e per definire le coordinate di quanto prodotto negli ultimi anni in città. Privilegiato perché quel luogo continua a essere il fulcro d’iniziative che dagli anni Cinquanta in poi ha caratterizzato una buona parte della vita artistica di Spoleto, e che di tanta attività ha fatto tesoro, acquisendo opere confluite nella sua cospicua raccolta d’arte contemporanea. La
mostra rappresenta un’occasione per interrogarsi su quanto di quel lascito si trovi traccia nei lavori esposti, o su quanto gli artisti presenti possano contribuire ancora una volta a ridisegnare i confini storico-artistici della geografia urbana, da decenni mutevoli e sensibili ad apporti eterogenei anche di protagonisti delle tendenze più aggiornate.”

7 NOVEMBRE 2015 - 22 MAGGIO 2016
19 MARZO - 22 MAGGIO 2016

A cura di Gianluca Marziani

 

Un viaggio retrospettivo per narrarvi la visione di Natino Chirico, le sue mitologie contemporanee, i suoi universi che si trasformano in calibrate alchimie pittoriche. Nato a Reggio Calabria nel 1953, trasferitosi a Roma nel 1975, l’artista si divide da alcuni lustri tra la Capitale e l’Umbria, terra d’elezione in cui ha costruito la casa del benessere spirituale, il luogo della fuga senza fughe, lo spazio del viaggio interiore. Molti lavori di questa retrospettiva hanno preso forma nello studio umbro, dove la luce assume un valore meditativo, dove i vuoti diventano pieni, dove il colore connette la retina alle ragioni del paesaggio.

La mostra per Palazzo Collicola Arti Visive parte con le opere nate tra la metà degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta. Sono quadri che indicano una prima strategia teorica: abbassamento della temperatura cromatica, frammentazione della figura, precisione iperrealista. Chirico escludeva qui la città e vincolava l’occhio agli strumenti domestici del fare pittura, al cavalletto e ai tubetti, all’autoritrarsi per dettagli. Una scelta di sottrazione progressiva in cui l’artista entrava nel bianco metafisico, ripartendo da una grafite che azzerava il simbolismo cromatico, in sintonia storica con gli andamenti più concettuali della pittura.

La svolta verso il colore arrivò poco dopo, diciamo nella seconda metà degli anni Ottanta. Ancora permaneva un clima rarefatto e rigoroso, una scia metodica che chiedeva il massimo alla tecnica in funzione del contenuto; di contro, la figura si apriva agli echi di un paesaggio avvolgente, fatto di colori vividi e astratti. Si capiva bene dove stava andando l’artista: poneva le basi di una strategia riduzionista che, nei successivi anni Novanta, isolerà il soggetto per ricomporlo su fondali piani alla Tano Festa, dentro monocromie mineralizzate, quasi vive nella loro vibrazione epidermica.

Chirico ha deciso, a un certo punto, che l’indagine tautologica attorno al soggetto/artista era terminata. Anche il paesaggio non gli bastava più, la Natura era servita per rigenerarsi e scrutare la città con occhi e modi diversi, più consapevoli e delineati, per non lasciarsi travolgere dal clamore mediatico. Da un certo momento l’autore ha intrapreso il suo close-up sulle mitologie del presente, sui lampi che illuminano l’immaginario collettivo, come tanti soli che scaldano paesaggi sentimentali e vertigini emotive.

Federico Fellini e Charlie Chaplin sono le polarità figurative da cui l’artista sta traendo maggior ispirazione. Le loro fisicità fondono persona e personaggio in un respiro iconico, profondo e vibrante. Nascono dal puro colore, da schegge, grumi o scie gocciolanti che stillano energia sui fondali astratti. Impossibile non riconoscerli, difficile non innamorarsi del loro gesto affabile, della postura mitica, del dettaglio che rivela il genio. Al contempo, l’artista ne interpreta il valore simbolico, la capacità di generare pathos attraverso evocazioni e inconsueti slittamenti. Per il nostro artista quei corpi sono un’offerta poetica e sentimentale, un avanzamento verso l’universale della pittura. Si modificano in puro organismo pittorico, sagome del desiderio che solo l’artista trasforma senza stravolgimento. Respirano e si ricompongono, si sfaldano e compattano nel prisma inventivo della storia artistica, lungo l’orizzonte mitico che oggi celebra il sacro mediatico al posto di santi e aristocratici, nobili e condottieri.

Michelangelo Antonioni, Pier Paolo Pasolini, Luchino Visconti, Anna Magnani, Totò, Eduardo, Roberto Benigni, Monica Vitti… loro e altri per una selezione metodica dentro la scala dei miti popolari, tra icone di un sogno che cresce nel tempo, oltre le vite biologiche e la durata meccanica di un film. Sono loro le mitologie di un eterno presente in cui riconoscere il debito con Andy Warhol, il primo che intuì il valore artistico della comunicazione, destinando la cultura pop ai piani alti delle cose resistenti. La composizione chirichiana interpreta, attraverso impasti e gamme cromatiche, il volume energetico del singolo personaggio, captando moltissimo con pochissimo, trasferendo un valore sentimentale attraverso l’azione catartica del colore. L’azione pittorica ha un felice dinamismo motorio, la figura non appartiene più all’immaginario fotografico ma incarna una nuova durata, un altro tempo che è quello interno della pittura.

 

›› CATALOGO

 

A cura di Gianluca Marziani

 

Per il ciclo espositivo TERRITORIO Storie di artisti umbri, Palazzo Collicola Arti Visive presenta tre nuove sculture dell’artista spoletina Cristina MMR Bonucci.

Quadrato, rettangolo, cerchio, triangolo… la geometria come simbologia dinamica per una riflessione sui valori etici condivisi, sui modelli di equilibrio socioculturale, sui sistemi che connettono persone e comunità abitative. Cristina MMR Bonucci ha costruito tre domus in scala ridotta, sorta di maquette spirituali e meditative, al confine tra scultura visionaria e scenografia sensoriale. Tre isole architettoniche che parlano di sacro e sinestesia, integrazione e dialogo, bellezza e morale. Tre spazi mentali per narrare un viaggio individuale dal valore collettivo, costruito attorno a quelle geometrie simboliche che definiscono la Natura e i suoi cicli biologici.

La mostra a Palazzo Collicola Arti Visive rende omaggio allo sguardo architettonico di Kengo Kuma, allo spirito olistico dei suoi edifici tra misura del corpo e aura del pianeta. Le opere sono state allestite nel Salone del Piano Nobile, la sala più avvolgente con la sua quadratura teatrale e la sua altezza vertiginosa. Il soffitto volumetrico in legno diventa il controcanto ideale delle tre domus, un cielo geometrico che partecipa al rigore scenico delle sculture, al ritmo essenziale degli elementi, alla sospensione gravitazionale della geometria.

Le tre sculture integrano elementi esterni al rigore degli edifici. Nella prima domus l’artista ha inserito alcuni archetipi simbolici, legati allo spirituale e alla ricerca incessante di spazi metafisici. Nella seconda domus si tratta, invece, di figure del potere contemporaneo, declinate dall’artista per affinità interpretative. Nella terza domus, infine, ha scelto evocazioni emotive, sentimenti, ispirazioni interiori che uniscono gli archetipi della prima domus ai personaggi reali della seconda. E’ una triangolazione di contenuti per integrare le differenze e plasmare una comune coscienza sul mondo, sulla vita, sulle relazioni, sulla bellezza.

A KENGO KUMA 1
L’opera, nata come omaggio ai templi di Kyoto, stabilisce nella forma abitabile l’idea di un dialogo tra culture e archetipi religiosi. La scultura, appena sollevata dal suolo, ricrea una polifonia armonica tra Buddhismo, Shintoismo e Cattolicesimo. Una sospensione leggera che simboleggia l’elevazione dello spirituale, così come le canne di bamboo incarnano la congiunzione sinestetica tra Uomo e Natura. Sulle tre pareti scorrevoli troviamo tre immagini che declinano le religioni coinvolte: per lo Shintoismo il Torii, portale sacro secondo la religione di stato giapponese; per il Buddhismo il Bodhi Tree, l’albero sotto il quale Siddharta Gautama avrebbe avuto l’illuminazione; per il Cattolicesimo la Vergine della Tenerezza, Madre per eccellenza e giusta sintonia con i valori aperti di un’architettura aspirazionale. A completare l’opera anche tre testi che illustrano le rispettive religioni e ricreano un confronto, visuale e filosofico, tra le scritture d’origine.

A KENGO KUMA 2
La seconda domus è ispirata alle tipiche pagode giapponesi. Al suo interno vediamo alcuni personaggi che definiscono la narrazione morale dell’artista: l’Imperatore Akihito è inserito al centro del crisantemo, simbolo floreale dell’Impero; il Principe ereditario Naruhito è associato al fiore sacro del ciliegio; il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è collegato alla bandiera tricolore; Pietro Grasso è abbinato all’ulivo; infine due donne, Virginia Raggi e Yuriko Koike, rispettivamente primo Sindaco di Roma e di Tokyo, associate alla Colonna di Traiano e alla Skytree nipponica.

A KENGO KUMA 3
Mentre la prima scultura accentua il ruolo del quadrato e la seconda quello del rettangolo, qui si evidenziano il cerchio e il triangolo. Le immagini sono stampate su plexiglas, per conferire una dimensione eterea - l’aurora, il tramonto, la notte – e dare implicitamente al Cuore il ruolo di connettore simbolico tra Italia e Giappone. Una sorta di uscita dalle due dimensioni, per ricercare quel punto d’incontro che ci fa divenire “uno”, seppur con storie, culture e civiltà lontane. Il centro della domus ospita un piccolo materasso per rilassarsi e scrutare le diverse fasi del giorno, ponendo al centro del proprio essere il Cuore come simbolo e aspirazione. Anche questa stanza è sospesa da terra e vi si accede tramite tre scalette, poste intorno al perimetro circolare del pavimento.

 

3 DICEMBRE 2016 - 12 FEBBRAIO 2017