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PLANETARIUM
LE GRANDI MOSTRE DI PALAZZO COLLICOLA
Mostre come pianeti preziosi, geografie artistiche che svelano la loro combinazione di memorie solide e contenuti liquidi. Grandi nomi, il Padiglione Umbria per la Biennale di Venezia, giovani di larga fama, tendenze di presa globale... il Planetarium di Palazzo Collicola sceglie la natura eterogenea della molteplicità, indagando il presente con voce curatoriale e intonazioni emozionanti.
28 MARZO - 31 MAGGIO 2015

A cura di Gianluca Marziani

 

Raccontare la pittura italiana, quella nata subito dopo la Transavanguardia. Un viaggio visivo dalla doppia anima: ora con artisti che iniziarono a esporre negli anni Novanta, ora con diversi nomi emersi di recente ma già consapevoli del buon uso linguistico. Una selezione eterogenea, supportata da consensi istituzionali, da una precisa riconoscibilità nel panorama iconografico, da un codice veggente con cui gli autori alimentano la disciplina evoluta del metodo pittorico.

CLOSE-UP racconta le qualità di un linguaggio attraverso molteplici radici tematiche ed estetiche, offrendo un vasto repertorio di passaggi concettuali e contenuti etici. Non ci sono spunti per nessuno, soltanto un vincolo dimensionale: agire entro i trenta centimetri come formato massimo del quadro.

Gianluca Marziani: “Trenta centimetri è di solito il formato minimo in circolazione, una sorta di consuetudine che vede nel 30x30 un’ideale unità di misura pittorica. Sono partito da quel minimo per tramutarlo nel massimo formato eseguibile, un’indicazione agli artisti per ribaltare il rapporto tra impatto e dimensione. Volevo che si ragionasse sul piccolo come spinta alla riscoperta del valore, dei dettagli, di quella preziosità che non implica esagerazione ma altissimo controllo.”

La mostra avrà una doppia natura espositiva: un lavoro di ogni artista sarà allestito nel Piano Nobile del museo, tra mobili, quadrerie, pareti e soffitti lavorati, secondo scritture curatoriali che privilegiano la strategia mimetica, il nascondimento, la rivelazione improvvisa; un secondo lavoro di ogni artista sarà presentato, invece, in una zona del Piano Mostre, dove il pubblico troverà un timeline orizzontale, sorta di lungo serpente che attraverserà tre zone del Piano (Sala Sten & Lex, Sala Archi, Galleria) come un esercito pittorico in rigoroso ordine alfabetico.

Gianluca Marziani: “Nel doppio ruolo di direttore artistico e curatore del progetto, mi assumo la piena paternità delle scelte, una sorta di responsabilità autografa per certificare le presenze e le necessarie assenze. La selezione risponde ai criteri che definiscono il mio metodo, così come accade davanti a qualsiasi sintesi collettiva per mostre tematiche. Piaccia o meno, questo gruppo rappresenta la sintesi spendibile di un’altissima energia figurativa. La pittura italiana che spargerei nel cosmo è qui: in un sogno vorrei alzare gli occhi e scoprire che ogni stella nel firmamento pulsa in forma di quadro, anche perché l’unico linguaggio artistico con la preziosità di un minerale rimane l’intramontabile pittura dal cuore irrequieto, sconfinata per natura, senza compromessi per istinto e ragione”.

La mostra diventa esperienza, evento sensoriale, avventura oltre la forma

L’allestimento nel Piano Nobile sarà una passeggiata rivelatrice, come una caccia al tesoro nascosto, tra cassetti, quadrerie, cornici, pavimenti vasi, scrittoi, vetrine, ante… ogni quadro avrà una sua zona speciale, un antro scenico per attivarne l’anima spaziale e lo spirito narrativo. Il Piano Mostre sarà, al contrario, il riordino alfabetico di una disseminazione avventurosa del quadro, quasi a ripristinare il senso logico dopo le frantumazioni del senso originario.”

Buon avvicinamento. Buon ingrandimento. Buona visione

 

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28 MARZO - 31 MAGGIO 2015

A cura di Gianluca Marziani

 

Malta. Un’isola nel Mediterraneo. Un luogo di densità archeologiche e transiti umani. Una realtà storica al centro di una geopolitica inquieta. A Malta esiste una luce speciale che si diffonde in modo omogeneo, creando riverberi morbidi sul colore della pietra locale, sui rossi della terra, su una vegetazione bassa e grassa che ricorda il Salento e il Messico. La geografia sinuosa, le muraglie simili a cuciture sul territorio, i porti naturali che si distendono come respiri verso l’orizzonte, la Mdina con i palazzi dal sapore aristocratico e le pavimentazioni lucide: c’è una dimensione organica del luogo, come se l’isola fosse un corpo disteso nel mare, una mater che accoglie sotto il sole caldo della sua latitudine. A Malta spicca un tono del giallo mescolato al marrone, un impasto di fieno, sabbia e sole che è la pelle luminosa dell’isola, la sua identità che somiglia al colore della pelle umana, baciata morbidamente dal sole d’inverno. Un’isola femmina, portatrice sana di eros naturale, accogliente, decisa nella sua personalità, aperta al dialogo per spirito antropologico. Come direbbero in molti, una donna a tutti gli effetti. Anche il nome, Malta, scivola liricamente come un invito verso il cielo, dove le altezze reinventano la sensualità e danno al femminile la misura della creazione.

Nell’isola caravaggesca è nato e cresciuto Patrick Dalli, uno dei migliori artisti maltesi per talento e qualità progettuale. Nella sua pittura ritroverete i colori di Malta nei toni cesellati dei nudi pittorici, la luce gialla nell’atmosfera dei corpi, le sottigliezze della pietra negli incarnati, negli intervalli d’ombra che ornavano le pelli femminili. L’artista e l’isola si appartengono come membrane di una stessa storia, dove particolare e universale si mescolano, fluidamente, amorevolmente.

La mostra per Palazzo Collicola Arti Visive non è solo solo un viaggio cronologico dei quadri ma anche un racconto immaginario, fatto d’incontri fatali, di emozioni e rivelazioni. Le diverse presenze femminili, conoscenti o amiche dell’artista, ricreano su tela l’arco temporale di una carriera, oltre quindici anni di relazione privilegiata tra corpo e pennello. La sequenza di opere ha una doppia cronologia: quella del momento in cui la tela è stata dipinta e quella in cui la figura si muove davanti a noi, così da mescolare l’ordine temporale con lo spazio dei sentimenti.

Le sue dermografie pittoriche calibrano la silhouette come fosse un’isola umana, un apparato complesso che bilancia magicamente carne e spirito. Eros e pensiero si fondono in una singolarità che richiama Lucian Freud, Francis Bacon, Egon Schiele, Gustav Klimt e tutti quei maestri che denudavano il corpo per rivelarne le espressioni interiori. Dalli parla con loro, ne prende porzioni per ricomporle nel prisma del suo occhio chirurgico. Li cita senza citarli, convinto che non esista arte senza padri acquisiti. Le loro lezioni sono l’educazione necessaria di cui ogni figlio ha bisogno per crescere. E diventare uomo, disegnando la propria mappa, le rotte privilegiate, gli approdi migliori del viaggio estetico.

Patrick Dalli ci conferma un dato: che la nudità resta un detonatore rivoluzionario. Accompagna la natura artistica da sempre, in un certo senso il corpo nudo rappresenta simbolicamente la stessa pittura, quasi fosse uno scheletro atavico della creazione, la traccia divinatoria, il soffio sacro. Per tale ragione è la bellezza femminile l’apice della contemporaneità. E’ la donna dipinta l’unica dea terrena che possiamo carezzare e possedere coi nostri occhi: ieri, oggi e in ogni futuro domani.

 

›› patrickdalli.com

28 MARZO - 31 MAGGIO 2015

A cura di Gianluca Marziani

 

Li Xiangyang è un artista cinese, appartiene alla media generazione (1957) oggi adulta, quella che era giovane poco prima del boom capitalista, formatasi nel solco finale delle tradizioni maoiste, nel periodo in cui tutto stava cambiando, quando le merci aumentavano la loro spinta globale, il mercato si apriva e il progresso accelerava l’onda d’urto planetaria. Li Xiangyang è un artista che conosce e ama l’Italia: ha studiato a Roma, esposto nella Capitale ma non solo, nella Penisola ha trascorso svariati anni e qui torna con ciclica regolarità, sentendo la spinta dell’iconografia classica, il peso specifico dei secoli illuminati, la valenza educativa delle nostre avanguardie.

Gianluca Marziani: “Il dialogo con un artista cinese assume a Spoleto significati speciali: perché la città del Festival si conferma luogo di scambio, laboratorio del dialogo aperto, roccaforte di contaminazioni linguistiche. Come direttore artistico sentivo l’urgenza del confronto: con un Paese al centro del dibattito geopolitico, così da captare le direzioni connettive del prossimo futuro. Per dare narrazione visiva allo scambio, nulla di più azzeccato del nomadismo di Xiangyang, simbolo di fusione benevola tra Occidente e Oriente, campagna e metropoli, sogno e realtà, utopia e coscienza del reale.

Le opere giovanili camminano nel solco della tradizione figurativa, figlie come sono degli impressionismi francesi, dei generi canonici del modernismo, di un Ottocento europeo che ha influenzato la cultura accademica cinese. Al contempo, gli esordi di Xiangyang aggiungono gli echi di un ritorno europeo e americano al citazionismo pittorico anni Ottanta, nel solco di una Transavanguardia che in Italia, tramite l’intuito di Achille Bonito Oliva, avrebbe preso il centro del dibattito teorico. Li Xiangyang rappresenta, in modo esemplare, la generazione dei figli ribelli, aperti al mondo che cambia, decisi a confrontarsi con gli archetipi e i grandi maestri occidentali, nel rispetto del proprio Paese ma con la coscienza del relativismo storico.

Ovvio che non si poteva continuare tra paesaggi di campagna e nature floreali. Le cose iniziano presto a trasformarsi, Xiangyang sente il vincolo dei generi tradizionali e predilige altre direzioni, verso la riduzione del segno e poi, seguendo l’attitudine figurativa, verso le note surreali del suo racconto metropolitano. Ma cominciamo dalla prima direzione, dal suo segno che diventa denso e informale, una specie di marea che copre idealmente le figurazioni giovanili. Uno tsunami materico che, però, tiene fuori qualcosa del corpo: intravedi volti e occhi, appaiono figure stilizzate, come se dalle sabbie informali uscisse la natura figurativa dell’artista, la sua coscienza che non si lascia soffocare dal gesto. La seconda direzione nasce proprio dallo spiraglio, da quel buco d’ossigeno che riporta a galla la figurazione sommersa. Ovvio che un soffocamento informale trasformi i generi tradizionali (ritratto, paesaggio, nature) in un metagenere, una figurazione “altra” in attesa del momento giusto per distendersi.

L’attitudine di Xiangyang somiglia al respiro polmonare di un corpo vivente. Contrazione ed espansione sono il ritmo incessante del respirare: inspirare aria dall’esterno, filtrare l’utile e convertirlo nel giusto processo aerobico. Il nostro artista compie un passaggio simile nel suo approccio culturale: si confronta con le molteplici identità dell’occidente artistico, ne assorbe radici e sviluppi lineari, metabolizzando le contraddizioni nel suo processo di espirazione figurativa.

Nelle opere recenti l’artista vola sopra la città contemporanea, dedicando una zona della tela al ricordo in bianconero, alle origini naturali, al paesaggio di campagna, al disegno tipico dell’iconografia orientale su carta pergamena. Inspirazione verso il passato delle origini, espirazione verso il caos del presente: due occhi, uno sguardo doppio, un’anima divisa in due ma sempre ricongiunta. Un respiro figurativo nel cuore onesto della pittura, dove il presente trattiene tracce di memoria, dove il progresso non dimentica le sue radici millenarie.

 

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13 DICEMBRE 2014 - 1 MARZO 2015

A cura di Emanuele De Donno, Gianluca Marziani, Franco Troiani

 

BACULUS / 4°ITINERARIO CONCLUSIVO: bastoni e scettri di artisti contemporanei esposti l'uno dopo l'altro, come in una parata festosa, tra la Galleria e la Sala degli Archi di Palazzo Collicola Arti Visive. La mostra raccoglie i lavori di artisti, artieri, operatori culturali, collezionisti, cultori della terra e delle tradizioni popolari. In questo quarto itinerario sono presenti nuovi bastoni, oltre a quelli dei tre precedenti itinerari: Orti del Sole (Spoleto), CEDRAV (Cerreto di Spoleto), Museo Archeologico Statale (Spoleto).

BACULUS è ispirato ai bastoni degli “Orti del Sole” nel Centro Sociale per anziani, porzione del Complesso Monumentale San Carlo Borromeo a Spoleto. Ex Ospedale della S. Croce (1250 d.C.) per pellegrini, viandanti, appestati, eserciti in guerra, fino al 1600, poi in uso per attività artigianali e brefotrofio femminile fino al 1974. Parte del fabbricato adibito a scuola pubblica e altri spazi abbandonati, tornati alla luce dalla metà anni Ottanta con l'istituzione degli orti coltivati dagli anziani del Centro Sociale. In questi luoghi aperti, nell’ex chiesa di S. Carlo e alla Madonna del Pozzo di Porta Monterone, si celebravano la Primavera e l'Estate con le feste e le manifestazioni dello Studio A '87, quasi trent'anni di arte condivisa.

Franco Troiani: Il bastone è usato negli orti per una corretta crescita delle piante, così come viene usato dal viandante o dal pastore per sicurezza e compagnia... come pastorale per la guida spirituale... come scettro simbolo di potere ma anche di unità... l'unità di numerosi amici in arte che nel bene e nel male hanno vissuto e vivono ancora con grande speranza la propria avventura umana.

Gianluca Marziani: Un progetto collettivo che attraversa una lunga storia spoletina d’interventi artistici, gestiti con intuito curatoriale da Franco Troiani, artista che del progetto condiviso, come attività di Studio A’87, ha fatto un’opera ambiziosa, probabilmente la sua opera più paradigmatica e universale. BACULUS ne è la sintesi virtuosa, un cerchio che integra assieme generosità e intuizione, archetipi e contemporaneità, concetto e contenuto.

Il bastone si rivela un complesso archetipo funzionale, legato all’Uomo nel corso dei secoli, secondo usanze e costumi che ne variano le narrazioni specifiche. Da oggetto per camminare ad arma contundente, da protesi per lo sport a scettro, il bastone elabora molteplici variazioni attorno alla sua sintesi geometrica. Tutti gli invitati hanno avuto piena libertà elaborativa, così da riportare la funzione d’origine a un valore plastico che ne esaltasse il contenuto simbolico.

1° Itinerario: BACULUS Bastoni agli Orti del Sole + Complesso Monumentale San Carlo Borromeo. Spoleto. Sabato 12 luglio 2014
Festa e ritrovo dei cantori della terra, su ideazione e progetto di STUDIO A '87 con la collaborazione dell'Associazione Orto di Monterone, Comitato Orti del Sole, Centro Sociale San Carlo Borromeo e con il patrocinio dell'Assessorato alla cultura del Comune di Spoleto.
Gli Orti del Sole, nati nel 1987, sono uno dei pochi presidi collettivi spoletini e hanno un grande valore di coesione sociale e produttività cooperativa. Adiacenti alla Porta Monterone, ingresso dell'antica Via Flaminia, sono incastonati alle pendici del Monteluco, con una vista privilegiata sul Ponte delle Torri e sulla Rocca Albornoziana. Artisti, cultori della terra e delle tradizioni popolari, hanno esposto un primo nucleo di "bastoni" liberamente elaborati, come significato di educazione per un costante ritorno alla cultura della terra e della vita. Il bastone è in quest’occasione elemento scultoreo verticale, a testimoniare il tema della fertilità, crescita o potere, ma anche supporto, sostegno utilitario alla coltura... la serata è stata accompagnata da un concerto musicale. I manufatti sono rimasti in esposizione nella vicina chiesa di San Carlo fino al 31 luglio 2014.

2° Itinerario: BACULUS Bastoni al Festival del Ciarlatano / CEDRAV Cerreto di Spoleto. sabato 23 agosto - 16 settembre 2014
Baculus / Bastoni e Scettri al CEDRAV di Cerreto - Centro Documentazione Ricerca Antropologica in Valnerina, in occasione della 2° edizione del “Festival del Ciarlatano Cerretano”, l'appuntamento che coniuga spettacolo e cultura del territorio per indagare, scoprire e valorizzare la figura che ha reso famoso il paese di Cerreto, organizzato dal Comune in collaborazione con il Cedrav.
 Il convegno di studio all'ex Monastero di S.Giacomo, è stato dedicato quest'anno alla rivalutazione del ruolo del ciarlatano, comunemente ritenuto un "imbroglione" e che invece ha esercitato nel tempo la funzione di "guaritore" attraverso l'uso di balsami ed unguenti preparati con erbe medicinali grazie alla conoscenza delle proprieta' curative delle erbe, comprovata dalle autorizzazioni concesse dalle autorita' mediche dell'epoca alla vendita dei loro prodotti. In questo secondo viaggio la mostra dei Bastoni, di numero ancora più elevato, è stata allestita nella sede del CEDRAV, Monastero di S.Giacomo ed esposti al pubblico fino al 16 settembre.

3° itinerario: BACULUS Bastoni e Scettri al Museo Archeologico Nazionale e al Teatro Romano di Spoleto. Sabato 20 settembre 2014
In collaborazione con la Soprintendenza dei Beni Archeologici dell'Umbria - Museo Archeologico di Spoleto, Palazzo Collicola Arti Visive e con il patrocinio dell'Assessorato alla cultura del Comune di Spoleto.
Il 3° itinerario della mostra "Baculus", bastoni di artisti/artieri contemporanei, è dedicato agli scettri provenienti dalla “Tomba del Re” rinvenuta da scavi (2011) nella necropoli spoletina di Piazza d’Armi, databile al VII° sec. a.C.
“In un periodo in cui Roma era governata dai primi re, a Spoleto emergono con chiarezza le testimonianze di un'antica stirpe reale che si poneva a capo della comunità locale, sancendo il proprio ruolo con oggetti di grande pregio e valore simbolico..." (da: "Gli scettri del Re" insegne di potere nella Spoleto preromana / Museo Archeologico Nazionale e Teatro Romano di Spoleto).

 

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28 GIUGNO - 27 SETTEMBRE 2014

A cura di Gianluca Marziani

 

Il Piano Nobile di Palazzo Collicola apre le sue quinte per un nuovo progetto unitario, disegnato in maniera “sartoriale” sull’aura delle sale, con la logica installativa di un dialogo tra antico e contemporaneo. Matteo Basilé ha seguito le superfici, il mobilio, i vuoti, le prospettive e le evocazioni che il luogo rilascia. Non si è lasciato intimidire dal modello settecentesco dell’appartamento nobiliare, al contrario ha alimentato un cortocircuito tra la sua fotografia e le amenità preesistenti del palazzo. Ha accettato la sfida di un allestimento anomalo, difficilmente immaginabile quando s’inseriscono quadri senza usare i teoremi tradizionali del muro. Un processo percettivo e sensoriale, elaborato per indagare il codice multiplo della fruizione, lo scarto prospettico, l’anomalia come evoluzione iconografica. Nel caso di Basilé, autore d’immagini in cui spicca l’energia magnetica del contesto scenico, ecco che il Piano Nobile diventa un completamento narrativo, il luogo ideale per esaltare la complessità psicologica dei volti, per definire il paesaggio interiore, il valore della memoria, l’estasi del contrasto risolto.

UNSEEN è il titolo del nuovo viaggio ciclico di Basilé. Una traiettoria drammaturgica del suo ritrattismo, virata nei margini densi del nero cosmico, verso una dimensione dell’animo sospeso, della crisi spirituale di un nuovo millennio, dove il nero implica vertigini emotive ma anche la necessità di una luce, di un’accensione morale che faccia vibrare lo sguardo dei suoi protagonisti.

Matteo Basilé agisce dentro il margine astronomico di un buio abissale, un nero che è figlio di antiche drammaturgie, pulsante come i fondali mefistofelici di certa pittura olandese (seicentesca ma anche recente, basti pensare a quel clima omogeneo che va da Rembrandt alle foto di Erwin Olaf). Basilé ha il centro prospettico nel volto: qui risiede il punto di fuga del suo paesaggio umano ad alto valore (meta)storico, qui matura un ritratto che nasce dalla partenogenesi del nero e che al nero della morte torna, come diapason impassibile e catartico… nero del Barocco, nero catacombale, nero caravaggesco, nero modulato di Francesco Lo Savio, nero di “ex film” e Polaroid firmate Mario Schifano, nero postpop di Franco Angeli…

UNSEEN è anche un radicale omaggio a Roma, alla sua storia di catacombe e Barocco, papi e imperatori, morti e tramonti infuocati, bellezza e crudeltà. Perché Roma ha moltissimo nero dentro il suo corso secolare, un nero che è sintesi di rosso sangue e misteri notturni, intrighi e malvagità, nero che unisce il potere con la potenza, la carne con il misticismo… Roma sacra e profana, città che resta metaluogo nei secoli, corpo (quasi) immobile ma dal metabolismo furioso e inquieto… una Roma dove Matteo è cresciuto, dove è maturato il suo sguardo, la sua cognizione del dolore e della rinascita virtuosa. Qui nel nero si formula un nuovo volto: eterno e in continua evoluzione, immagine che assorbe la responsabilità degli immaginari, ritratto oltre un solo tempo e un dato spazio… il ritratto rinasce dal vero per aspirare all’impronta universale.

 

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A cura di Gianluca Marziani e Museo Emblema

 

Un viaggio antologico nella pittura di Salvatore Emblema (1929-2006), artista campano amato da Giulio Carlo Argan e Palma Bucarelli, noto per l’utilizzo coerente della tela grezza e dei pigmenti naturali, ricreati in un rapporto di profonda filiazione con la potenza del paesaggio vesuviano. Un artista che ha intuito nuove relazioni tra il quadro, gli spazi e il valore modulabile della luce.

L’artista campano disse un giorno: “Io appartengo alla luce”, ragionando su una vertigine metafisica che avrebbe segnato la sua visione della Natura, il suo legame con lo spazio abitabile, le sue campiture di colore mutevole. Emblema decise presto che tutto ruotava attorno alla LUCE, la pittura stessa era questione di luce, così come lo sguardo esisteva nel suo legame retinico con la luce. Si trattava di un viaggio a ritroso lungo il margine della Storia, un anelito alle origini della figura primordiale, verso lo scheletro cromatico che precede ogni abito della figurazione visiva.

Partiamo dalla superficie, la fatidica tela su cui, da sempre, si ripete il misfatto universale del dipingere. Per Emblema il materiale aveva rilevanza autonoma, non era più soltanto un contesto di avvenimenti luminosi ma un testo espressivo, una geografia e al contempo un corpo geografico. La trama doveva mostrarsi nel suo abito arcaico e odoroso, evidenziare la fibra e il colore grezzo, affermando, al contempo, la sua distanza dal tempo storico e dallo spazio univoco. Pochi artisti hanno ragionato in modo altrettanto rigoroso, dichiarando un principio poetico e concettuale attorno alla riduzione drastica degli elementi.

Emblema aveva deciso negli anni Cinquanta che la pittura poteva fare a meno della pittura. Nel senso che il quadro meritava un ragionamento autonomo, relativo alla natura biologica della superficie, del colore, delle materie coinvolte. Era questa un’attitudine diffusa tra maestri informali e difensori del colore poetico come Mark Rothko, Barnett Newman o Clyfford Styll; la stessa che colse Emblema in giovane età, quando soggiornò negli Stati Uniti e scoprì gli esiti drammaturgici di un’astrazione radicale, portata alle massime conseguenze da Jackson Pollock e Yves Klein. Il nostro artista stava anticipando diversi approcci che avrebbero caratterizzato il processo metabolico di Arte Povera, rimanendo però fedele alla geografia del quadro, capendo che il dialogo polifonico con la Natura aveva bisogno di una semplice superficie elettiva, senza necessità di aprirsi alle protesi del reale. Quando inserì foglie secche, leggendo la lezione di Jean Dubuffet, lo fece con tale amalgama da indicare insospettate vie della pittura, verso un poverismo che già splendeva di luce propria. Lo stesso colore, ricreato sul posto con pigmenti e preparazioni autoctone, confermava la personalità radicale, il passo ascetico, la chiave biologica del suo pensiero filosofico. I suoi non erano solo pigmenti ma risultati di un processo empatico con il Vesuvio, con una terra che ti si avvinghia addosso, tenendoti legato da un compromesso atavico e indelebile.

Emblema dipingeva forme elementari: ovali, orizzonti ondulati, rettangoli, geometrie floreali, riquadri, macchie cespugliose, filamenti… tutto ruotava attorno ai codici del paesaggio amato, una lotta incessante tra acqua, terra e fuoco per conquistare la luce, per far nascere un segno luminoso dentro la basilare espressione geometrica. C’era qualcosa di sacrale in questo rito pagano, l’artista si affidava all’ascolto silenzioso degli elementi naturali e si piegava alla direzione del vento, del sole, della pioggia… aveva compreso l’immanenza del Pianeta e la piccolezza degli uomini, così microscopici davanti ad un vulcano dal sonno difficile. Emblema sembrava un cacciatore di scarti planetari, un costruttore di utopie da muro che non sfidava la Natura, cosciente di quanto fragile fosse il gesto umano rispetto al rumore delle placche terrestri o al sommovimento degli oceani.

Salvatore Emblema: “Guardate i miei quadri e vi piace la forma, la pennellata, il colore. Ci vedete un fiore, un corpo, un paesaggio. Ma vi dimenticate di cercare la luce che sta dove io non ho dipinto. Questo capita perché abbiamo una cultura con cui dobbiamo fare i conti. Bisogna trovare una lingua nuova, una nuova cultura.”

 

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27 GIUGNO - 27 SETTEMBRE 2015

A cura di Gianluca Marziani + Dominique Stella

Mostra promossa dall’Association Julien Friedler pour l'Art Contemporain Spirit of Boz.

in collaborazione con Fondazione Mudima

Julien Friedler (Bruxelles,1950) è una figura singolare nel panorama dell’arte contemporanea. Il passato letterario, la formazione come psicanalista, l’amore per la filosofia, la scrittura di diverse opere erudite, nonché il suo gusto per i viaggi e per l'incontro con realtà spesso lontane hanno edificato la base di un pensiero labirintico che vede nelle arti visive un’emblematica ipotesi realizzativa. Dipinti, sculture e installazioni sono i portavoce di un immaginario ricolmo e costituiscono i segni visibili di una verità mitica che l'autore sviluppa attraverso tematiche dal taglio personalissimo.

L’artista belga si fa portatore di una visione umanista, delineata tramite le opere ma anche con un'attività di condivisione che porta avanti attraverso Spirit of Boz, associazione nata per instaurare - praticando l'espressione orale, letteraria, pittorica e creativa in generale - scambi e legami germinativi, costituendo così una comunità di pensieri e testimonianze su realtà individuali e collettive, provenienti da svariati luoghi del mondo. Tale realtà esprime l’urgenza di riconciliare azione e contemplazione, nell'intento di promuovere un pensiero umanista e catartico. Il suo universo, in evoluzione permanente, comporta sfaccettature contrapposte, le une d'ispirazione collettiva, le altre di meditazione individuale. È a quest’ultimo aspetto che appartengono tanto la produzione pittorica quanto le installazioni intitolate Schnarks.

RETRO BOZ esplora la complessità dell’autore: oltre 150 opere per viaggiare dal 1998, anno dei lavori d’esordio, al 2016. Dipinti, sculture, installazioni, personaggi fantasmagorici dal carattere onirico e primitivo, un caleidoscopio espressivo che ricrea l'atmosfera del suo atelier belga, gigantesco laboratorio al cui centro campeggia la spettacolare installazione Les Innocents (2000), perfettamente ricostruita a Palazzo Collicola Arti Visive. Nella retrospettiva non mancano i suoi personaggi ironici, i cosiddetti Schnarks, che accompagnano una ricca produzione pittorica. Per finire alcuni video che ripercorrono le esperienze di arte sociale, condotte da Friedler con il programma Spirit of Boz.

L’arte di Friedler mette in moto sensazioni, piani relazionali, temi analitici, ed è concepita come azione inclusiva di tutte le espressioni vitali, derivino esse dalla propria esperienza o da quella altrui. La sua azione, di conseguenza, riveste molteplici aspetti e abbraccia vari campi, dalla letteratura alla filosofia, dall'analisi sociologica alle arti plastiche (pittura, scultura). Il suo linguaggio comporta una produzione pittorica generata dalla necessità creatrice, dal desiderio di trasmissione spontanea e viscerale, derivante dal tentativo di scoprire ciò che costituisce l'essenza passionale delle persone. Friedler procede secondo modalità quasi ipnotiche, senza vincolo di soggetti, di materiali messi in opera, definendo così un ritmo, un modo d’espressione informale. La sua energia in espansione deriva dalla capacità di dissociazione e introspezione che applica a se stesso prima di interessarsi all’esterno, scoprendo nell'altro le motivazioni più intime. Un viaggio per esplorare l'animo umano nella sua complessità atavica e universale.

Il suo lavoro si cristallizza anche in una dimensione più concettuale, generata da un altro volto del contemplatore, impersonato dall'alter ego di Friedler: Jack Balance, presente nell’installazione "Les Innocents". Vicina ai codici del movimento Fluxus, questa parte rappresenta un tentativo di fusione tra diverse forme espressive. L'arte come supporto di scambio e comunicazione, che corrisponde più a un atteggiamento verso la vita, a un tentativo di abolire le frontiere che separano quest'ultima dall'ambito della creazione artistica. Non vi è più oggetto privilegiato, sacralizzato dalla denominazione "arte", ma una base comune di scambio che si traduce in proposte, gesti e azioni dal tono collettivo e dai risultati aperti. Seguendo la natura filosofica di quest’approccio, Friedler ha concepito l’installazione La Forêt des Âmes (La Foresta delle anime), un lavoro ambizioso e partecipativo promosso dall'associazione Spirit of Boz.

La sua carica emotiva e sensibile, la capacità introspettiva, arricchita da una conoscenza dei meccanismi segreti degli esseri umani, sviluppata nel progetto di Boz ma nutrita anni addietro attraverso la psicanalisi, alimenta l’immaginario pittorico di un artista inclassificabile e sfuggente. Le sue opere sono abitate da spiriti invisibili, da ombre furtive che vagano in universi eterei. Legati a una solida ispirazione informale, i quadri di Friedler, inquietanti ma anche colorati e aerei, definiscono una pittura di armonie sottili, che riflette il suo interesse per le conoscenze subliminali del mondo.

 

La mostra prosegue fino a Domenica 25 settembre 2016

Catalogo con testi di Gianluca Marziani e Dominique Stella disponibile presso il bookshop del museo

 

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25 GIUGNO - 25 SETTEMBRE 2016