22 APRILE / 3 GIUGNO 2012

A cura di Gianluca Marziani
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Svetlana Ostapovici rispetta le urgenze iconografiche dell’opera, direi che tutto il suo percorso è una sfida di equilibri e contaminazioni, una tensione costante per amalgamare messaggio e forma finale, senza che uno prevalga mai sull’altro. Non era facile visto il medium prediletto: la fotografia. Ancor meno facile quando la tecnica digitale costruisce paesaggi altri che inventano una seconda realtà sulla base del mondo concreto. Le immagini provocano reazioni, sfidano lo sguardo con le loro vertigini urlanti. Si vestono di epidermidi solide che vibrano con lo stridore vivo di pietre, metalli, legni, plastiche… La natura urla la sua sofferenza e l’opera ne amplifica le passioni, si trasforma nella cassa acustica che fa risuonare la fibrillazione instabile del Pianeta. L’artista moldava ascolta le ferite del paesaggio, carezza la patologia tumorale che lacera l’eden perduto. Guarda con amore il disagio ambientale, senza alcun disgusto o toni nichilistici, mostrando invece la luce dietro ogni tragedia, elaborando un lutto in forma di lotta. Le sue visioni, pur criticando la cultura del benessere postcapitalista, vanno oltre la retorica del problema e cercano gli spazi d’adattamento, l’alchimia dialettica tra opposti, una sorta di continuità storica che stabilisca le ragioni del reale in mutazione. La Ostapovici ci racconta il lato sporco del Pianeta senza alcun moralismo; preferisce l’emozione lucida e il senso di protezione verso l’elemento debole, sottolineando la natura ciclica degli eventi e l’ineluttabilità del cambiamento. I suoi progetti vanno nella direzione della bellezza pericolosa ma necessaria, dentro la consapevolezza del problema, oltre il muro della nostalgia. Ogni opera parla con frasi metalliche, come avrebbero fatto James G. Ballard e Kurt Vonnegut se al posto delle parole avessero scelto le immagini. E’ l’arte visiva che incarna l’esperanto della visione globale, un codice aperto alle interpretazioni e al fluire della contemporaneità. E’ il quadro che si assume la responsabilità del futuro.
L’artista si muove per cicli tematici, come fossero capitoli narrativi dentro lo stesso romanzo visuale. Elabora frasi di un medesimo dialogo tra la propria attitudine e gli elementi feriti del mondo, un continuo scambio di informazioni da plasmare secondo specifici codici figurativi. Le opere hanno una loro vitalità biologica, sembrano corpi accesi in mutazione costante, statici per natura tecnica ma fibrillanti per codice morale. Senti che qualcosa di biodinamico scorre sottotraccia, un sangue multicolore che ricorda il “Concerto per quattro elicotteri” di Karleinz Stockhausen. L’esempio ha molte relazioni con la Ostapovici: in entrambi i casi l’artificio meccanico cambia la natura delle forme (le pale di un elicottero come strumento ambientale), la durezza si ammorbidisce e l’inaspettato ridefinisce le nostre utili incertezze. Quando Stockhausen affermò, con spirito colto e non gratuito, che la tragedia delle Twin Towers era la più grande opera d’arte mai prodotta dall’umanità, non stava celebrando il fondamentalismo islamico ma la potenza superiore dell’atto creativo, la sua feroce crudeltà che prescinde da qualsiasi valutazione morale. Stava dicendo che Natura e Opera sono due facce della stessa medaglia: e che noi umani siamo semplici portavoce di un gigantesco disegno chiamato Universo.

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