27 GIUGNO / 27 SETTEMBRE 2015

A cura di Gianluca Marziani + Andrea Barchiesi
.

Il ritratto fotografico come un codice genetico aperto, da completare usando il gesto “biologico” della biro sulle zone di vuoto apparente. La definizione delle identità fluttuanti si esprime nel metodo lento dell’artista, nel suo flusso d’inchiostro che diventa il sangue ossigenante dell’immagine finale. Un processo tra close-up e disciplina interiore: per ripensare le apparenze e (ri)modulare i margini dello sguardo.

Federico Moretti parte da un principio: la registrazione del tempo reale. Scatta immagini in maniera asciutta, pensando al ritratto come fosse una traccia pittorica in progress, indefinibile nei suoi inizi (l’identità del soggetto rimane un’astrazione) ma, soprattutto, nei suoi passaggi terminali (il soggetto che stimola un’empatia). Il ritratto ravvicinato diventa così un’apertura narrativa, la fatidica traccia che l’inchiostro ingloberà nel suo ritmo muscolare, coprendo vuoti con superfici che non sono mai pienezza ma incastri temporali nello spazio libero dell’aria. La foto di Moretti non documenta una persona anagrafica e si trasforma in archetipo universale, come deve essere quando un’opera fa scorrere il tempo dentro la sua elegiaca fermezza.

Da una parte il close-up verso il volto, l’aderenza al corpo per modulare il gesto della biro in maniera empatica. Dall’altra una distanza che si realizza con le fotografie di folle indistinte, seguendo un principio progettuale che somiglia al senso della rivelazione, ovvero, indagare nella massa per scoprire il volto annunciato, l’icona che diventerà un mondo da completare a penna.

Dal macro al micro, elaborando l’ampiezza della complessità dentro il frammento…

La fotografia si trasforma in un registratore biologico, quasi un occhio chirurgico che necessita di tempi lenti e progressivi, realizzati attraverso il blu intenso della biro. L’inchiostro crea un groviglio connettivo altamente sensoriale: colori olfattivi, pattern con un loro sapore interiore, scariche sulla retina, estrema tattilità e rumori bianchi, i cinque sensi lavorano orchestralmente per una visione decifrabile del ritratto contemporaneo.