15 DICEMBRE 2012 / 27 GENNAIO 2013

A cura di Gianluca Marziani
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Terre liquide e lattiginose… distese fluide che vibrano silenziosamente… luoghi mentali abitati da forme improvvise, nette come meteore stabili nel mare interiore… oggetti essenziali che sono scialuppe mimetiche tra buio e luce, carne e anima, esterno e interno, corpo e spirito… eccoci nella geografia emotiva di Cecilia Luci, in un perimetro fotografico dove il fruitore galleggia e si raccoglie a grappolo, meditando nel rumore bianco del limbo, trovando una linea di navigazione, centrando la sacralità laica delle immagini.

Solido, liquido, gassoso: partiamo dai tre stadi della materia per definire la geografia elettiva dell’artista, proscenio naturale su cui appaiono forme di realtà e metafora, elementi minimi e quotidiani che delineano un codice significante e un significato decodificabile. Le ambientazioni delle immagini sono così: liquide come latte silenzioso, mercuriali come scie acquatiche, evanescenti come nebbie compatte. Creano atmosfere dense che avvolgono lo sguardo, riportandolo a una visione ancestrale, istintiva, dentro l’energia fluttuante dei sensi. Gli stadi della materia riempiono i cicli fotografici della Luci, ne determinano temperatura e volumi, codici estetici e contenuti. Tutto scorre tra l’anima del liquido e il corpo del solido, lungo linee gassose che diventano il limbo scenico del suo armamentario ad alta temperatura sensoriale. Non si tratta di feticismo, qui gli oggetti incarnano una simbologia con molteplici derivazioni, frutto di viaggi intellettuali, percorsi psicanalitici, esperienze letterarie, vissuto privato. L’artista sceglie elementi con una forte carica prosaica: un pettine, un guanto da cucina, i bastoncini per lo Shanghai, dei semplici fili… cose esili eppure resistenti, legate ad azioni primarie (curare il corpo, pulire, giocare, collegare…) ma ricche di curve interiori, come se fossero aggregatori emotivi, piccoli diari intimi dove le frasi vengono cucite con pazienza, metodo e concentrazione.

Gli oggetti sussurrano (stadio gassoso)
Gli oggetti raccolgono (stadio solido)
Gli oggetti indicano (stadio liquido)

Un’ideale partenza ci riporta indietro a “Lessico Animico”, fondamenta di un viaggio progettuale che l’artista ha affidato, come già detto, ad oggetti semplici e significativi. Il lessico degli inizi includeva alcune figure in plastica, segno di una fisicità filtrata (il gioco apparente come surrogato del reale) per definire una dimensione relazionale, un intreccio di solitudini e confronti con cui focalizzare una visuale nel caos calmo del mondo. “Lessico Animico” è stato un ponte verso la consapevolezza dell’inorganico, verso oggetti reattivi e percettivi, verso ombre che si sono trasformate in forme mobili. Il corpo è rimasto oggi un obiettivo, con la differenza che le figure di plastica (soggetti animati) si assumevano il peso della presenza, mentre le cose (soggetti inanimati) sposano la proiezione e la sublimazione, alimentando l’assenza con una partecipazione tra metafora e allegoria.

Gli oggetti contengono il simbolo

Ripenso ad un titolo di A.M. Homes, “Lta sicurezza degli oggetti”, che ben si presta al percorso gravitazionale dentro le fotografie di Cecilia Luci. Le sfere bianche, il pettine, i bastoncini in legno, i fili, i guanti da cucina: sono loro i protagonisti nel campo liquido delle inquadrature, maschere di un quotidiano che ritrova i vuoti cosmici del teatro No, le pulsazioni nebulose di Giorgio Morandi, le geometrie naturali di Hiroshi Sugimoto, il silenzio mistico di Wolfgang Laib. Le virtù autoriali fanno uso metabolico delle altrui visioni, gestendo le necessarie ispirazioni (nessun futuro senza memoria) per ricreare un mondo empatico, sorta di firma autografa che pittoricizza la fotografia, dando così insospettabili “manualità” al disegno iconografico. Gli oggetti vivono la loro metafisica con quella sicurezza scenica che avevano certe bottiglie bianche di Morandi, esili in apparenza ma fortissime per resistenza veggente, figlie di un tempo orizzontale che ingloba passato e futuro nel costante adesso. Sono i legami con l’acqua e il latte a stabilire le coordinate di questa metafisica, dando agli oggetti una sorta di protezione embrionale, un limbo generativo e rigenerante che “dipinge” le forme anziché riprodurle. Parlerei di fotografia che universalizza il reale, un approccio con cui si neutralizzano i richiami mediatici attraverso una semantica rigorosa e sacrale. Nei vari cicli non percepisci marchi o modelli, al contrario vedi archetipi della forma, stilemi di una narrazione interiore che disegna i sentimenti fluttuanti dell’artista, i suoi dolori privati e le passioni altrettanto intime, le paure e gli slanci, il carattere e l’educazione, la vita e il suo contraltare necessario. Il termine “sakros” sancisce la straordinarietà rispetto alla norma, qualcosa di “altro” che si oppone al profano. In tal senso parliamo di immagini sacre, le uniche che riempiono laicamente lo sguardo interiore e ricostruiscono nello spirito il senso del sacrificio (dal latino sacrificium, sacer + facere, rendere sacro). Guardo e riguardo le opere con una sensazione crescente: che un semplice oggetto possa rendere benissimo la complessità del mondo, assumendosi l’onere della catarsi e il piacere della rinascita.

La femminilità come universo speciale e generativo
La femminilità come un sesto senso
La femminilità come bellezza crudele e necessaria

Un pettine che scioglie nodi e ostacoli, scivolando e risalendo lungo l’asse verticale dell’immagine… Una sfera che galleggia, si riproduce, aderisce o sfiora altre sfere bianche… I guanti in lattice che diventano silhouette elastiche, sinuosamente femminili… I bastoncini di legno che somigliano ad una zattera e animano il campo monocromo del fondale…I fili che si intrecciano, simili ad un sistema nervoso di connessione… Cecilia Luci racconta la sfida privata della femminilità in un mondo chiassoso e confusionario. Ricerca l’ordine nascosto delle cose, i sussurri senza grida, la bassa velocità e la lunga resistenza. Le opere non implicano il facile effetto ma l’effettiva durata figurativa, per questo vivono dentro una fluidità amniotica che conserva e lascia crescere. Il tempo e le mode rimangono distanti da queste geografie emozionali: lo spazio occupato appartiene ai puri archetipi, gli unici che pulsano, respirano, chiamano, stimolano, evocano…

L’opera come un battito costante…

www.cecilialuci.com