A cura di Gianluca Marziani
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Ci sono immagini mentali che ti accompagnano da lungo tempo, che ti seguono come l’ombra di una veggenza sopita ma disponibile. Sono immagini resistenti e riproduttive, fatalmente dense non appena l’occasione si presenta con lucida sintonia. Immagini così aspettano il momento giusto per diventare reali, l’occasione privilegiata per travasare l’ipotesi ideativa in un virtuosismo risolutivo. Ebbene, era il 2009 quando venni invitato da Vincenzo Cerami per la direzione artistica del museo spoletino. Accettai e quell’immagine mentale uscì subito dal limbo, trasformandosi in un’occasione, un regalo del destino.
L’immagine stava per trasformarsi in un immaginario. L’immaginario stava per divenire un progetto.
L’immagine ideale aveva trovato casa reale: eccola lì la struttura perfetta, un palazzo settecentesco su quattro livelli, collocato su una piazza scenografica, nel cuore di un borgo medievale umbro. Palazzo Collicola si presentò col suo abito aristocratico, monolitico dal di fuori, imponente dentro, tirato a lucido dopo lunghi restauri. Era una bella sfida muoversi tra piani restaurati, un appartamento nobile con mobilio e pinacoteca, una collezione contemporanea di pregio, superbe dislocazioni scenografiche e una biblioteca imponente. Un complesso abitativo in stile grande città, legato alla storia papalina di Spoleto, ai legami diretti tra Roma e la famiglia Collicola, all’ambizione diffusa di creare una polis illuminata tra le fortezze montagnose dell’Umbria.
Quell’ombra ispirata era pronta per rivelarsi nel progetto. Avevo deciso che a un edificio dai presupposti storici serviva un’integrazione organica coi linguaggi del presente. Ci voleva un disegno curatoriale che imprimesse nuove spinte al sistema collezionistico del museo. Serviva una dialettica “filosofica” con la ragione statica del palazzo, elaborata per traiettorie sensate lungo gli interstizi, le zone di passaggio, i punti silenti, le scale e altri punti identificabili del museo.
Il principio era semplice ma detonante: perché non immaginare alcuni interventi sul corpo del luogo, sopra la sua pelle, lungo le sue muscolature, i suoi sistemi ossei... perché non aggiungere opere sulla misura sartoriale degli spazi individuati, creando inserimenti visivi senza rigetto, tatuando l’opera come una visione tra arcadia e futuro... perché non ripartire dalle origini di Giotto e Cimabue, dai mosaici presso la Casa Romana, dalla camera stupefacente di Sol LeWitt dentro il museo, da un’antica cultura dell’affresco e dell’arte parietale su cui si articola la più bella vicenda dell’arte italiana.
Il 25 giugno 2010 si aprì ufficialmente il nuovo corso del museo. Palazzo Collicola diventò Palazzo Collicola Arti Visive.
Il primo grande muro era pronto.
L’immagine mentale aveva un titolo: COLLICOLA ONTHEWALL.
Febbraio 2015...
Sono passati cinque anni e la prima fase (quella dentro la struttura) giunge oggi al suo culmine naturale. Diciotto artisti ci offrono il resoconto artistico di una mappatura complessiva di Palazzo Collicola, un ragionamento ottico e prospettico che mette in dialogo le visioni murali con la storia di Spoleto, con l’architettura del luogo e, ovviamente, con le opere del Museo Carandente (ricordando che il piano con la collezione storica, Collezione Collicola per la cronaca, è stato dedicato a Giovanni Carandente, la persona cui si deve la traccia necessaria da cui tutto è partito).
Il progetto nasce dalle radici più profonde dell’iconografia classica. Si riallinea al metro comunicativo del Rinascimento fiorentino e del Barocco veneziano, a quel potere dei simboli su pareti silenziosamente parlanti. In un’epoca tecnologica e virtuale, riaffermare il muro come codice linguistico diventa un atto di resistenza contemporanea, un modo sensato di recuperare le origini del disegno primigenio. Ovviamente le tecniche non sono più le stesse dell’affresco storico, semmai ritroviamo echi lontani, filamenti di memoria, docili richiami che sfiorano le rarità etrusche, i ritrovamenti pompeiani, le eredità romaniche, la Roma dei secoli illustri, le evoluzioni graduali, la chiave moderna dei messicani, passando per Mario Sironi e Massimo Campigli, fino a Richard Long e David Tremlett, Daniel Buren, Lawrence Weiner, Sol LeWitt... I diciotto artisti ripartono dalla traccia antica come perimetro d’origine, dando vesti meticce alle superfici conseguenti, sintetizzando i padri putativi con la velocità dei nativi digitali.
Volevo che la COLLEZIONE ONTHEWALL s’integrasse organicamente ai muri del palazzo, che appartenesse al sistema nervoso e circolatorio del museo. Volevo opere che non fossero protesi ma struttura, muri che non fossero pareti ma quadri di grande formato. Una collezione biologica con la fisionomia della pelle rigenerata e l’energia nascosta della catena proteica, sia muscolare che intellettuale. Volevo immagini con la consapevolezza del passato, la coscienza del presente e l’attitudine del futuro. Volevo un museo che somigliasse ai volumi dissonanti del mondo reale.
I diciotto artisti selezionati raccontano radici, storie, visuali e contenuti che cambiano lungo il percorso, ridandoci una poli- fonia in naturale equilibrio figurativo. Non esiste un tema comune ma un approccio identitario, uno stimolo a collegarsi con le onde radianti di Spoleto, con il suo patrimonio artistico e la miriade di grandi cose nate all’ombra della Rocca.
Scoprirete tanti italiani, come è giusto avvenga quando il museo appartiene al nostro territorio. Ma anche tre autori stranieri, provenienti da Spagna e Stati Uniti, a conferma di traiettorie incrociate tra continenti e nazioni. Non è un caso che diversi italiani vivano a Londra, Amsterdam o San Paolo, secondo una logica urban che mappa il Pianeta con traiettorie sinusoidali. Le generazioni dai venti ai quarant’anni usano il mondo come fosse un monitor dove tutto è connesso, dove si parlano lingue comuni, dove cultura significa integrazione senza dogmi, dove il viaggio implica costruzione e scambio.
Tra i diciotto artisti ci sono anche quattro nomi che appartengono al circuito “tradizionale” dell’arte visiva, quello che usa modelli espositivi da interni chiusi e pareti bianche. Danilo Bucchi, Mario Consiglio, Alberto Di Fabio e Veronica Montanino hanno raccolto la sfida, pensando al muro come spazio organico e non come raccoglitore per l’opera aggiunta. Si sono “spostati” in termini di spazio e tempo, fedeli a se stessi ma “cellulari” nel dinamismo biologico della figurazione.
Questo libro nasce per dare armonia e memoria a una bellissima storia umana, fatta di tecniche e visioni, intonaco e idee, talento e materiali. Un volume supportato con amorevole mecenatismo da Olga Urbani, leader di una storia industriale nel mondo del tartufo, assidua visitatrice del nostro museo, un’amica sensibile che ama questi luoghi, la loro memoria necessaria ma anche la vertigine della ricerca, la sostenibile leggerezza dell’essere sempre “in avanti”.
Signore e signori, nuove finestre si aprono sui muri del museo...