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COLLICOLA

ONTHEWALL

A cura di Gianluca Marziani

 

Ci sono immagini mentali che ti accompagnano da lungo tempo, che ti seguono come l’ombra di una veggenza sopita ma disponibile. Sono immagini resistenti e riproduttive, fatalmente dense non appena l’occasione si presenta con lucida sintonia. Immagini così aspettano il momento giusto per diventare reali, l’occasione privilegiata per travasare l’ipotesi ideativa in un virtuosismo risolutivo. Ebbene, era il 2009 quando venni invitato da Vincenzo Cerami per la direzione artistica del museo spoletino. Accettai e quell’immagine mentale uscì subito dal limbo, trasformandosi in un’occasione, un regalo del destino.
L’immagine stava per trasformarsi in un immaginario. L’immaginario stava per divenire un progetto.
L’immagine ideale aveva trovato casa reale: eccola lì la struttura perfetta, un palazzo settecentesco su quattro livelli, collocato su una piazza scenografica, nel cuore di un borgo medievale umbro. Palazzo Collicola si presentò col suo abito aristocratico, monolitico dal di fuori, imponente dentro, tirato a lucido dopo lunghi restauri. Era una bella sfida muoversi tra piani restaurati, un appartamento nobile con mobilio e pinacoteca, una collezione contemporanea di pregio, superbe dislocazioni scenografiche e una biblioteca imponente. Un complesso abitativo in stile grande città, legato alla storia papalina di Spoleto, ai legami diretti tra Roma e la famiglia Collicola, all’ambizione diffusa di creare una polis illuminata tra le fortezze montagnose dell’Umbria.
Quell’ombra ispirata era pronta per rivelarsi nel progetto. Avevo deciso che a un edificio dai presupposti storici serviva un’integrazione organica coi linguaggi del presente. Ci voleva un disegno curatoriale che imprimesse nuove spinte al sistema collezionistico del museo. Serviva una dialettica “filosofica” con la ragione statica del palazzo, elaborata per traiettorie sensate lungo gli interstizi, le zone di passaggio, i punti silenti, le scale e altri punti identificabili del museo.
Il principio era semplice ma detonante: perché non immaginare alcuni interventi sul corpo del luogo, sopra la sua pelle, lungo le sue muscolature, i suoi sistemi ossei... perché non aggiungere opere sulla misura sartoriale degli spazi individuati, creando inserimenti visivi senza rigetto, tatuando l’opera come una visione tra arcadia e futuro... perché non ripartire dalle origini di Giotto e Cimabue, dai mosaici presso la Casa Romana, dalla camera stupefacente di Sol LeWitt dentro il museo, da un’antica cultura dell’affresco e dell’arte parietale su cui si articola la più bella vicenda dell’arte italiana.
Il 25 giugno 2010 si aprì ufficialmente il nuovo corso del museo. Palazzo Collicola diventò Palazzo Collicola Arti Visive.
Il primo grande muro era pronto.
L’immagine mentale aveva un titolo: COLLICOLA ONTHEWALL.
Febbraio 2015...
Sono passati cinque anni e la prima fase (quella dentro la struttura) giunge oggi al suo culmine naturale. Diciotto artisti ci offrono il resoconto artistico di una mappatura complessiva di Palazzo Collicola, un ragionamento ottico e prospettico che mette in dialogo le visioni murali con la storia di Spoleto, con l’architettura del luogo e, ovviamente, con le opere del Museo Carandente (ricordando che il piano con la collezione storica, Collezione Collicola per la cronaca, è stato dedicato a Giovanni Carandente, la persona cui si deve la traccia necessaria da cui tutto è partito).
Il progetto nasce dalle radici più profonde dell’iconografia classica. Si riallinea al metro comunicativo del Rinascimento fiorentino e del Barocco veneziano, a quel potere dei simboli su pareti silenziosamente parlanti. In un’epoca tecnologica e virtuale, riaffermare il muro come codice linguistico diventa un atto di resistenza contemporanea, un modo sensato di recuperare le origini del disegno primigenio. Ovviamente le tecniche non sono più le stesse dell’affresco storico, semmai ritroviamo echi lontani, filamenti di memoria, docili richiami che sfiorano le rarità etrusche, i ritrovamenti pompeiani, le eredità romaniche, la Roma dei secoli illustri, le evoluzioni graduali, la chiave moderna dei messicani, passando per Mario Sironi e Massimo Campigli, fino a Richard Long e David Tremlett, Daniel Buren, Lawrence Weiner, Sol LeWitt... I diciotto artisti ripartono dalla traccia antica come perimetro d’origine, dando vesti meticce alle superfici conseguenti, sintetizzando i padri putativi con la velocità dei nativi digitali.
Volevo che la COLLEZIONE ONTHEWALL s’integrasse organicamente ai muri del palazzo, che appartenesse al sistema nervoso e circolatorio del museo. Volevo opere che non fossero protesi ma struttura, muri che non fossero pareti ma quadri di grande formato. Una collezione biologica con la fisionomia della pelle rigenerata e l’energia nascosta della catena proteica, sia muscolare che intellettuale. Volevo immagini con la consapevolezza del passato, la coscienza del presente e l’attitudine del futuro. Volevo un museo che somigliasse ai volumi dissonanti del mondo reale.
I diciotto artisti selezionati raccontano radici, storie, visuali e contenuti che cambiano lungo il percorso, ridandoci una poli- fonia in naturale equilibrio figurativo. Non esiste un tema comune ma un approccio identitario, uno stimolo a collegarsi con le onde radianti di Spoleto, con il suo patrimonio artistico e la miriade di grandi cose nate all’ombra della Rocca.
Scoprirete tanti italiani, come è giusto avvenga quando il museo appartiene al nostro territorio. Ma anche tre autori stranieri, provenienti da Spagna e Stati Uniti, a conferma di traiettorie incrociate tra continenti e nazioni. Non è un caso che diversi italiani vivano a Londra, Amsterdam o San Paolo, secondo una logica urban che mappa il Pianeta con traiettorie sinusoidali. Le generazioni dai venti ai quarant’anni usano il mondo come fosse un monitor dove tutto è connesso, dove si parlano lingue comuni, dove cultura significa integrazione senza dogmi, dove il viaggio implica costruzione e scambio.
Tra i diciotto artisti ci sono anche quattro nomi che appartengono al circuito “tradizionale” dell’arte visiva, quello che usa modelli espositivi da interni chiusi e pareti bianche. Danilo Bucchi, Mario Consiglio, Alberto Di Fabio e Veronica Montanino hanno raccolto la sfida, pensando al muro come spazio organico e non come raccoglitore per l’opera aggiunta. Si sono “spostati” in termini di spazio e tempo, fedeli a se stessi ma “cellulari” nel dinamismo biologico della figurazione.
Questo libro nasce per dare armonia e memoria a una bellissima storia umana, fatta di tecniche e visioni, intonaco e idee, talento e materiali. Un volume supportato con amorevole mecenatismo da Olga Urbani, leader di una storia industriale nel mondo del tartufo, assidua visitatrice del nostro museo, un’amica sensibile che ama questi luoghi, la loro memoria necessaria ma anche la vertigine della ricerca, la sostenibile leggerezza dell’essere sempre “in avanti”.
Signore e signori, nuove finestre si aprono sui muri del museo...

STEN LEX

Lex e Sten sono i pionieri dello “Stencil Graffiti” in Italia. Iniziano l'attività a Roma nel 2001. I primi stencil raffigurano icone di b-movies, come gran parte della tradizione della Stencil Art, ma la ricerca li porterà presto a raffigurare volti anonimi di studenti ripresi dagli annuari dei college degli anni ‘60 e ’70, allontanandosi sempre più dal classico immaginario Pop. Un filone parallelo è quello delle stampe e delle incisioni: Sten e Lex riprendono dettagli di francobolli, banconote ed illustrazioni del passato, come quelle di Gustave Dorè, le rendono monumentali, dipingendo su poster di grande formato (dai 4 ai 6 metri d’altezza) ed attaccandoli per strada illegalmente. La tecnica dello stencil appartiene alla famiglia delle tecniche incisorie, per questo motivo lo studio delle arti di stampa del passato è stato, ed è ancora, molto importante nel loro lavoro. Spesso tra le immagini prescelte ricorrono elementi sacri ed ecclesiastici: il tono non è irriverente ma fa parte del recupero dell’arte classica riproposta in maniera soggettiva dai due artisti. L’importanza in ambito internazionale è dovuta all’introduzione della mezza-tinta nella tecnica stencil; i loro stencil sono composti da punti, pixel, e/o linee che compongono immagini di senso compiuto. Punti e linee che hanno letture diverse a seconda della distanza da cui si osserva l’immagine: a distanza ravvicinata appare astratta, allontanandosi l’immagine si configura nella sua interezza ed appare più realistica. La tecnica in questione è stata da loro stessi definita HOLE SCHOOL.

Le immagini che oggi propongono riguardano ritratti personali a partire da foto scattate da loro stessi; l’utilizzo della mezza-tinta fa sembrare i loro lavori simili a stampe ed incisioni del passato. Gran parte della produzione recente riguarda poster dipinti a mano su carta velina. La produzione dell’ultimo periodo, in strada come in galleria, è una summa del loro percorso decennale. Ora realizzano stencil intagliati su carta, matrici di stencil, e attaccano al muro la matrice stessa, fonte della stampa. Si tratta di un poster/stencil che è per forza di cose copia unica in quanto è la matrice stessa ad essere esposta ed utilizzata per un'unica volta. Il loro merito, riguardo la tecnica dello stencil, è stato riconosciuto da Banksy, che li ha invitati al Can’s Festival di Londra. In quell’occasione la “Santa” di Sten & Lex è stata dipinta vicino al “Buddha” di Banksy. Le loro opere sono state esposte in importanti musei: nel 2009 al Museo Madre di Napoli (Urban Superstar Show) e nel 2008 all’Auditorium di Roma (Scala Mercalli), ancora nel 2008 hanno partecipato insieme a Blek Le Rat, DFace, Dolk, Chris Stain ed Herakut al più importante festival di street art europea: il Nuart Festival. I loro stencil, poster e dipinti murari sono presenti in ogni parte di Roma, nelle principali città italiane ed europee.

 

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SANTIAGO MORILLA

L’apporto che Santiago Morilla (Madrid, 1973) ha voluto dare alla nuova era di Palazzo Collicola si sviscera in una struttura antropomorfa progettata appositamente per una parete esterna del Museo. L’elaborazione dell’opera intitolata “The renewal mold (La rigenerazione della muffa)” parte proprio dalla conformazione del muro composto di una nicchia, che per sua natura è atta ad accogliere oggetti tridimensionali, statue o sculture, riparandole dagli agenti atmosferici diretti, e utilizzata qui dall’artista come utero da cui far diffondere figure scomposte imprigionate nelle loro stesse viscere. L’interazione tra il disegno, il suo concetto e la superficie, risulta essere per Santiago Morilla il punto di partenza su cui sviluppare l’opera, intesa come nuovo humus del Museo, nuova forma di vita che si dipana dal suo nido verso l’esterno, generando una forma vitale pronta a dilatarsi nel tempo come una materia organica, come un fungo che attecchisce lentamente all’intonaco del muro, nutrendosi dei cambiamenti climatici e celebrando giorno dopo giorno la sua crescita.

Le figure con sembianze umane riportate all’interno di questo lavoro riconducono all’Inferno dantesco, al girone dei golosi, corpi ammassati l’uno sull’altro, costretti a cibarsi della stessa terra sulla quale hanno commesso il loro peccato capitale o al girone degli avari condannati a spingere massi in semicerchio in punti diametralmente opposti, vincolati ad essi eternamente con tutte le parti del proprio corpo.
Il blob antropomorfo creato da Morilla linea dopo linea, vuole essere il dettaglio di una sedimentazione dell’umanità avviata da secoli sul globo terrestre, un’edera umana, un muschio selvatico, che passo dopo passo occupa l’intero territorio a sua disposizione.

 

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VERONICA MONTANINO

Nell’autunno 2010 nasce la nuova caffetteria-laboratorio del museo spoletino. Per completarla in modo iconico, seguendo la strategia del progetto ONTHEWALL, si è scelto l’apporto di Veronica Montanino, autrice di un blog murale (realizzato in due fasi temporali) che si dirama tra le pareti, il soffitto, il bancone e una serie di complementi funzionali (firmati dal collettivo Artwo). La stanza appare oggi un luogo visionario dalle geometrie lisergiche e dai colori sgargianti, sorta di vertiginoso viaggio onirico nella geografia psichica dell’artista. Rivista nella sua completezza, la caffetteria (utilizzata per lectures, corsi creativi, performance ma anche come bookshop aggiuntivo) diviene un diario di bordo interiore che raccorda e amplifica le molteplici narrazioni interiori.

 

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ALBERTO DI FABIO

Palazzo Collicola Arti Visive presenta un lavoro murale di Alberto Di Fabio. Si tratta della quarta acquisizione su una delle pareti di Palazzo Collicola, a sottolineare una qualità di intervento da muro che supera i confini della street art per ritrovare memorie rinascimentali e aprirsi ad autori con fisionomie eterogenee. Di Fabio indaga gli estremi del creato (dal micromondo cellulare al macromondo delle stelle) attraverso una pittura di raffinata costruzione, immaginifica nel suo spirito ma scientifica negli approcci. Un dipingere sul confine tra figurazione e astrattismi, vicino ai temi scottanti del Pianeta in pericolo, alla cultura ecologista, alle relazioni tra corpo e inquinamento. I paesaggi della mente nascono da qui…

Scrive Gianluca Marziani: “Gli occhi di Alberto Di Fabio sono quelli di un viaggiatore subliminale che mette Uomo ed Ecosistema al centro dello sguardo. Micro e macro si intrecciano così in un’estasi dello spirito visuale: dal micromondo cellulare alle montagne himalaiane, dalle catene di DNA ai minerali ed altri organismi reali, il viaggio negli opposti indica l’umanità come equilibratore necessario, vera bilancia in un’analisi morale tra le più attuali e “utili” della recente pittura. I colori appaiono squillanti e magicamente vivi, fatti di contrasti e scale armoniche, variazioni tonali e accostamenti sorprendenti. Come una concatenazione cellulare, i pezzi tendono a comporsi nello spazio secondo rigorosi allestimenti geometrici. Altre volte vivono da soli su formati più distesi, confermando la duttilità di uno sguardo che ribalta i confini dell’astrazione e della pittura in genere. Nulla è così vero, così tangibile, così figurativo come i suoi soggetti dipinti. Eppure ti avvolge la sensazione balsamica del puro ritmo cromatico, della musica per gli occhi, del flusso armonioso in cui perdersi per ritrovarsi…”

 

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›› albertodifabio.com

MARIO CONSIGLIO

Così Mario Consiglio racconta la genesi dell’opera: “L'arrivo a Berlino di due anni fa ha dato inizio al mio ritorno alla pittura e alla scultura. E’ stato l'inverno più duro degli ultimi quarant'anni con temperature scese venti gradi sotto lo zero. La città grigia coi suoi scheletri architettonici in divenire, la natura imperante che ingloba le costruzioni e il mio pensiero rivolto sia all'amata Havana, in particolare al Vedado con le sue lussuose ville, una volta proprietà dei ricchi americani prima della caduta di Batista, avvinghiate da radici e mangrovie giganti, sia alla strepitosa Thailandia, Koh Samui in particolare, coi suoi bar sulle palafitte dentro la giungla. Ecco gli elementi che costituicono il tipo di tematica qui dipinta… ed è anche ciò che si può vedere all'interno di certe mie sculture con animali, dove le architetture diventano costruzioni molecolari che a volte ricreano gli organi interni degli stessi animali. La natura è fatta di costruzioni e l'uomo costruisce... La vita è una trasformazione eterna, così il nostro pensiero… Siamo tutti protagonisti...

 

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DANILO BUCCHI

Velocità, sintesi, controllo: tre momenti che delineano l’attitudine del gesto, la natura del segno e l’impostazione visuale dell’artista. Significativo, in particolare, il connubio tra processo cerebrale ed esecuzione tecnica: esiste un flusso senza interruzioni tra l’idea e il suo sviluppo sul quadro, giocato su un automatismo concentrico che evita la frammentazione discontinua del pennellare. L’uso della siringa al posto del pennello rende possibile la fluidità motoria del gesto veloce eppure calibrato, un’azione che risente delle energie Gutai (l’avanguardia giapponese che aprì la tela alla forza muscolare dell’agonismo) ma anche di Jean Dubuffet e Wols, Jackson Pollock e Maria Lai, fino alla cultura street di cui Bucchi sembra un fuoriuscito talentoso e inclassificabile. Le diverse influenze si raccolgono assieme per una formula che è un codice linguistico, imprinting lessicale con cui l’artista trasforma quei corpi mentali in un “mondo alla Bucchi”.
ìI cerchio nero di Bucchi è un modulo costruttivo, un mattone senza spigoli che edifica storie umane dentro il teatro bianco della superficie. La rotazione segnica diventa un intrico di figura, massa e racconto, una sorta di perimetro organico che sviluppa la fisicità in “negativo” attraverso il bianco piatto del fondale. I vuoti si riempiono attraverso la sottile linea nera dello spruzzo, mentre il rosso spunta (solo in alcune opere) tra pieghe e angolazioni, su interstizi che confermano lo scorrimento di una linfa ematica, vero e proprio ossigeno che scalda il segno nero e il bianco degli organi caldi. Trovo conferma a quel pensiero biologico che collega disegno e pittura, mi azzarderei a dire che Bucchi sta varcando una soglia su cui occorre riflettere in termini generali. Parlo del limite linguistico che ha sempre diviso carta e tela, matita e pennello, foglio e telaio. Quel divario storico (disegno come bozzetto e prodromo, pittura come esecuzione e definizione) perde ragion d’essere in virtù della filiera elettronica al centro del nostro bioritmo.
La tecnologia digitale ha spezzato il duopolio bozzetto/esecuzione, assorbendo il filo dei linguaggi storici ma filtrando tutto nei materiali che compongono la tecnologia stessa: gli strumenti simili eppure diversi, i colori del monitor che sono altra cosa dai colori ad olio o acrilico, i supporti di stampa che assorbono in una certa maniera gli inchiostri, le visualizzazioni che lasciano un filtro (il monitor) tra l’occhio e la forma creata, queste ed altre identità stanno cambiando percezione ed esecuzione, creando un metalinguaggio che non si preoccupa più di alcuna divisione dogmatica. Non dimentichiamo che il linguaggio digitale fonde assieme l’essenza della linea (la scuola Apple di Steve Jobs agisce da sempre per sottrazione e sintesi) con la pluralità del barocchismo (il percorso storico della grafica digitale parla di accumuli e virtuosismi), creando quel metalinguaggio che concepisce modelli unici ma non univoci, liberi di spaziare ma delineati per struttura generale. Non pensiate che il linguaggio elettronico sia una porta anarchica dove tutto è permesso. Le regole esistono e costituiscono la massa critica, un’ideale costituzione che indica e denota, permette e vincola. Il gioco attuale riguarda minimi equilibri tra addizioni e sottrazioni. Il nuovo millennio è una bilancia che plasma le sue tarature sul momento storico e sul contesto specifico, dando al metalinguaggio una centralità che sta riscrivendo le regole dell’arte.

 

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LUCA BARCELLONA

La scrittura "fraktur", gotico rinascimentale del 1500 e la scrittura espressiva, nata a metà del '900. Il dialogo contrastante di due autori lontani fra loro, dove la riflessione sulla scrittura in senso letterario, trova un nuovo significato se intesa come scrittura fisica: la calli-grafia presta le sue forme al servizio del testo.

"Quanto più felice il delirio dello scrittore mio seguace quando, senza starci punto a pensa-re, solo col modico spreco di un po' di carta, seguendo l'ispirazione del momento, traduce prontamente in scrittura tutto quanto gli passa per la testa, anche i sogni."
Erasmo da Rotterdam, “Elogio della follia”

"Presentare le cose nella loro verità. Dire la cosa vera, la successione dei movimenti e dei fatti che producono l'emozione, che resta valida per un anno e per dieci anni o, se siete stati fortunati e se l'avete espressa con una grande purezza, per sempre."
Ernest Hemingway, “Le verdi colline d'Africa”

Luca Barcellona vive e lavora a Milano. Le lettere sono la componente principale delle sue creazioni artistiche. Insegna calligrafia con l'Associazione Calligrafica Italiana e tiene workshop in varie città europee. L'intento del suo lavoro è quello di far convivere la manualità di un'arte antica come la scrittura con i linguaggi e gli strumenti dell'era digitale. Nel 2003 fonda, assieme a Rae Martini e Marco Klefisch il collettivo Rebel Ink, con il quale dà vita a d un’esibizionie live di calligrafia, writing e illustrazione. Nel 2009 ha lavorato per il Museo Nazionale di Zurigo, assieme al calligrafo Klaus Peter Schaffel, per realizzare la riproduzione fedele di un mappamondo di grandi dimensioni risalente al 1569, utilizzando la calligrafia con materiali originali (penna d’oca e inchiostri naturali). Fra i brand che han-no richiesto i suoi lettering ci sono Carhartt, Nike, Mondadori, Zoo York, Dolce&Gabbana, Sony BMG, Seat, Volvo, Universal, Eni. Fra le sue ultime esposizioni le collettive “Oscuro Scrutare”, presso la Galleria Patricia Armocida di Milano, il progetto "Some Type of Wonderful" a (Melbourne/Sidney) e “Don't Believe the Type” (Den Haag). Oltre ad aver preso parte a numerosi progetti indipendenti, i suoi lavori sono apparsi in svariate pubblicazioni; fra le ultime, uno speciale sulla rivista americana “Letter Arts Review”, “Calligraphy and Graphic Design” di Marco Campedelli, e i libri “Playful Type 2”, “Los Logos 5” e “Arabesque 2”, editi da Gestalten.

 

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›› lucabarcellona.com

SBAGLIATO

Sbagliato è un artista dall’identità celata che non diffonde notizie biografiche. Sappiamo che il progetto inizia per le strade di Roma con una serie di poster allestiti in ambienti urbani. Le immagini raffigurano porte, finestre ed altri elementi architettonici che generano spiazzamento nei passanti. Attraverso un lavoro di campionamento architettonico, Sbagliato proietta lo spettatore in porzioni di spazio illusorie, creando un nuovo codice che proviene dalla strada ma che allo stesso tempo risulta lontano dai canoni tradizionali della street art.
Le sue installazioni murali sono interventi sofisticati e al contempo semplici, capaci di parlare a chiunque. Porte e finestre appaiono su muri, ponti, scogli e chissà dove altro ancora. Sono installazioni che aprono gli spazi chiusi o “addormentati”, generando nuove armonie urbanistiche e una versione psicosensoriale della città invisibile.

 

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›› flickr.com/photos/sbagliatoproject

Moneyless viene dai boschi e nasce a Milano nel 1980, città dove entra in contatto con una delle più prolifiche scene street italiane. Presto, però, il conformismo del writing lo annoia e inizia ad andare oltre. La sua base operativa è ora a Lucca ma la ricerca lo porta in giro tra stati e continenti, così da spingere sempre più in là la sua pratica incessante: alterare lo spazio. “La povertà nell’essenzialità di una forma è per me una vera ricchezza, rappresenta il silenzio che fa riaffiorare il pensiero”: con queste parole Moneyless descrive il suo lavoro, ribadendo peraltro quello che è già inciso a chiare lettere nel nome che ormai lo accompagna da tempo.

 

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›› moneyless.it

MONEYLESS

Lucamaleonte nasce nel 1983 a Roma, città dove vive e lavora. Da sempre parla poco, osserva molto e disegna moltissimo, ossessionato compulsivamente dalla tecnica con le sue molteplici chiavi concettuali. Maestro riconosciuto dello stencil, Lucamaleonte, tra i fondatori dell’International Poster Art, nel 2008 é stato invitato da Banksy al Cans Festival di Londra. Tra le mostre museali ricordiamo “Scala Mercalli” presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma.
Nel suo processo ideativo combina arte di strada e immaginario medievale, lungo ricerche espressive che affondano le radici negli antichi bestiari trecenteschi, reinterpretati dal nostro autore attraverso la tecnica dello stencil, creando così un codice sottotraccia tra tradizione iconografica e pura contemporaneità.

 

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›› flickr.com/photos/lucamaleonte

 

LUCAMALEONTE

Borondo nasce a Segovia (Spagna) nel 1989. E’ una sorta di artista “preistorico” che in mancanza di caverne si arrende alle città e determina così la sua presenza meticcia negli spazi contemporanei. Quest’anomala attitudine lo ha portato a graffiare, incidere e segnare i muri incontrati finora sul cammino. Le sue opere parietali per le strade di mezza Europa lo impongono sulla scena competitiva della street art internazionale grazie ad un’estetica di natura espressionista, rielaborata attraverso un linguaggio e un assetto contemporanei. Il nomadismo reale è la capsula stagna in cui elabora i segnali recepiti attraverso la pratica e l’osservazione di luoghi e persone, restituendo nell’opera una sintesi figurativa dei suoi incontri umani.
Borondo vive e lavora nel mondo reale.

 

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›› borondo.blogspot.com.es

BORONDO

Jacopo Ceccarelli aka 2501 nasce a Milano nel 1981. E’ un’entità creativa di genesi stradale che ha conquistato gli spazi metropolitani in due modi complementari: da una parte con il tratto della bomboletta negli assalti notturni ai treni, dall’altra con installazioni site-specific di maschere beffarde e mostruosi pupazzi. Il suo approccio alla pittura è precoce e prepotente. Ancora giovanissimo, si trasferisce a San Paolo (Brasile) dove entra in contatto con la scuola del writing sudamericano. Prima con lo pseudonimo di Robot inc e poi come 2501 inizia un percorso che integra graffiti, pittura su tela, scultura e video. Si conferma una delle personalità artistiche più eclettiche e influenti sul piano internazionale della nuova street art.
Vive e lavora tra Milano, Berlino e San Paolo.

 

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›› 2501.org.uk

2501

Gaia (New York, 1968) cresce nel contesto hip hop della New York anni Novanta, poi sceglie di studiare al Maryland College of Art di Baltimore, città in cui si stabilirà tra un viaggio e l'altro. E’ uno dei pionieri della street art di nuova concezione: all’inizio del nuovo millennio tappezza Brooklyn con i suoi poster di figure ibride uomo-animale e le firma con il nome Gaia, la dea greca personificazione della Terra. E’ interessato ai simbolismi e ai complessi fattori compositivi davanti e dietro l'immagine. La portata del lavoro attira subito l’attenzione su di lui, giovanissimo artista che nel frattempo passa a dipingere sui muri, scegliendo luoghi degradati ed estremi. E’ un attento osservatore della condizione sociale e il suo lavoro nel contesto pubblico è rivolto, con spiccata evidenza, alle dimensioni marginali del sociale. E’ stato definito dal Times uno dei 100 artisti più influenti sulla scena urbana internazionale. Gaia è continuamente in viaggio, i suoi lavori campeggiano sui muri delle città di cinque continenti. Di fatto, sembra non avere alcuna intenzione di fermarsi. 

Qui a Spoleto l'artista ha cercato un dialogo serrato con una doppia memoria del territorio, da una parte quella storica, dall'altra quella industriale. Le sue suggestioni visive colgono diversi aspetti che solo l'arte rende evidenti, riportando il muro ad una comunicazione aperta dagli effetti imprevedibili.

 

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›› gaiastreetart.com

GAIA

Primitive, eleganti, sobrie, solenni, spirituali, dotate di una semplicità apparente che in realtà cela una distillata complessità. Le due figure femminili che Alo rappresenta, sono determinate dall’individualità e dalla grazia. La loro riduzione all’essenziale è tutt’altro che ingenua, bensì il frutto di un’elaborazione meditata che comunica attraverso la sfera emotiva di chi osserva. Qui lo sguardo muto trova espressione e scruta l’anima. Utilizza il muro come una tela, definendo lo spazio d’azione con una spessa cornice nel quale la sua ricerca sviluppa la propria autonomia stilistica.

 

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›› aloart.org

 

ALO

Il valore della progettualità assume un peso determinante nella strategia linguistica di Come Achille. Una realizzazione intellettuale, che valorizza il processo e dà forma al principio universale che regola la vita dell’uomo sulla terra. E’ la prima Eclissi del Sole Bianco. Una lucida geometria che si cimenta con la storia a distanza di ventitrè anni. Un altorilievo circolare fatto di sabbia, calce, cemento, ossido di ferro e vernice, che si interpone idealmente a quello realizzato da Sol LeWitt nel 1981 a Cancelli di Foligno. Lo stesso identico diametro. Un monumento al monumento, in uno scambio che lega passato e presente e ci invita a porci domande sul futuro.

 

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›› comeachille.tumblr.com

 

COME ACHILLE

Confronto, identità, trasformazione, il bosco umbro diventa un modello simmetrico e complementare dell’Uomo. Il leccio sacro a Giove, del bosco di Monteluco di Spoleto, un tempo intoccabile nella sua immota vita, con le radici nascoste e affondate nella terra natìa, è giunto alla migrazione. Perché anche l’albero, come l’uomo, nella spinta di realizzare pienamente la sua forma, nel bisogno di diventare un’entità compiuta, supera la sua stessa natura e si libera, lasciando dietro di sé una scia di foglie e rami spezzati.
Ecco che l’asse cosmico si sposta e ciò che era statico e immobile diventa dinamico nell’opera di Ob Queberry. Una fuga dal sacro, “le radici centenarie si divincolano da una terra che non le rispetta più come meritano”, è la “condizione odierna e contemporanea del migrante”, costretto ad abbandonare le radici di appartenenza.
Gli alberi si arrampicano, tra lo stormire delle fronde e i giochi di luce e ombre. La selva è stregata da un’energia vitale e dinamica. Un disordine insolito e complicato, che crea stupore.
L’albero diventa una manifestazione archetipale della Potenza, della meraviglia del territorio nella sua forza ieratica, ruvida, poderosa. La prorompente bellezza della natura esce dal misticismo del bosco, per entrare in un’altra dimensione. Il territorio, infatti, non è più uno spazio protetto e tutelato, non è più il luogo nel quale rifugiarsi; è dunque necessaria una fuga verso una zona di confine, per un’evoluzione, una rigenerazione, una maturazione. Da tutto questo scaturisce quella straordinaria forza che supera la dimensione fisica del luogo. Perché l’albero siamo noi e la nostra sorte è connessa alla sua.

 

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OB QUEBERRY

Matematico, geometrico, calibrato, filosofico. La costruzione dei volumi, il bilanciamento dei grigi, tutto è ponderato, calcolato, legato all’esperienza, allo studio, alla percezione, ai sensi, allo sviluppo e all’uso del sapere pratico e teorico. Morcky nei suoi lavori utilizza la geometria per dimostrare una razionalità meccanica che sfugge alla prospettiva e si trasforma in sogno. Per l’artista la forma diventa libera espressione. “Concrete Dreams”. Elementi realmente immaginari, razionalmente fantastici, deliberatamente ispirati al Concretismo olandese e alle rigorose architetture di Theo van Doesburg.
La sua meccanica funzionale si basa su forme concrete che dimostrano un processo in 4 fasi che culmina in una disseminazione del senso. Un uso della geometria come campo di una regione irregolare che sviluppa i propri princìpi mescolandoli all’emozione.
Nella sua ricerca Morcky materializza oggetti per l’uso intellettuale. Un vocabolario di forme basato sulla combinazione, nell’intimo equilibrio tra linea e colore, ritmi e spazi, chiaroscuri, nell’assoluto bilanciamento compositivo che si sviluppa sul piano inclinato.
Una geometria ricca, tracciata a matita, articolata, precisa, basata sulla linea obliqua, sulla forma e sul colore, utilizzata per un processo finalizzato a una comprensione profonda e consapevole della costruzione, perché capace di portare alla luce scelte, opzioni, fratture che hanno condotto un insieme ad essere ciò che è. Morcky rende visibile, con mezzi puramente artistici, pensieri astratti ed analisi universali e crea con ciò dei nuovi oggetti.
Una composizione e scomposizione delle superfici e degli elementi con infinite possibilità di senso, rappresenta il livello figurativo della nostra epoca tecnologica, tesa alla smaterializzazione e all’astrazione dei corpi.


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MORCKY

Si conclude qui, sulla parete d’ingresso di Palazzo Collicola Arti Visive, la prima parte del progetto COLLICOLA ONTHEWALL. Si tratta del diciottesimo muro: un numero che indica la maggiore età, il tempo dell’autonomia, l’inizio di una vita adulta. Un numero che plasma il destino stesso del progetto, oggi al suo esame di maturità come felice caso d’integrazione sistematica del muro/opera nel piano conservativo di una collezione museale. E’ questa la parete che chiude un cerchio curatoriale nato nel 2010, quando partì la mia avventura come direttore artistico. Cinque stagioni che hanno visto crescere la più anomala e contemporanea tra le collezioni museali del Paese, un patrimonio che regala a Spoleto la vetta dell’innovazione metodica, del legame tra locale e globale, della convivenza sanata tra linguaggi visivi.

108 interviene nel punto in cui si trovava la scultura di Pietro Consagra. Una posizione speciale che meritava un intervento connettivo con alcuni teoremi iconografici del museo. Nulla di più stimolante, quindi, del far dialogare un giovane artista con Alberto Burri, Pietro Consagra, Alexander Calder e Sol LeWitt, quattro nomi che danno le linee portanti della collezione storica. La pittura informale di Burri ha incarnato un mantra per gli artisti spoletini, così come la scultura di Consagra ha segnato svariate tappe della vita culturale di Spoleto. Calder e LeWitt hanno generosamente sposato la città umbra, lasciando opere e segni che appartengono al DNA del luogo, definendone l’anima profonda e l’appartenenza al mondo.

 

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