19 MARZO / 22 MAGGIO 2016

A cura di Gianluca Marziani
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Palazzo Collicola Arti Visive presenta Sergio Russo. Un esordio in età matura che incarna l’anima più empatica del nostro museo, ovvero, indagare le molteplici strategie della creazione artistica, le anomalie significanti, le belle storie che prescindono da anagrafe e dettagli biografici. Qui a Spoleto non ci limitiamo al valore istituzionale del racconto titolato ma includiamo lo scandaglio e le emersioni laterali, rischiando sul campo della proposta, con la coscienza del dialogo aperto, senza certezze ma con il lusso dello spiazzamento ragionato.

Sergio Russo è un signore di antiche eleganze e modi calibrati. Durante le conversazioni lui osserva prima i dettagli e poi la versione generale, dimostrando una sensibilità che viene dalla sua professione di parrucchiere, incarnata con talento raro e ispirazione speciale. Una prima vita che non è un lontano ricordo ma, possiamo dirlo, una parte ormai minima dopo cinquant’anni da stimato maestro. Russo parla a voce bassa e passeggia con fluida morbidezza, attivando i sensi con sincronica partecipazione. Gli occhi saettano ad animata velocità, quasi a voler comprendere la bellezza nei margini del caos, quasi a non disturbare il naturale rumore della vita. Oggi rivela la sua vita parallela e lascia esordire le opere, nate durante anni recenti e meno frenetici, figlie di un’età in cui il professionista ha già dimostrato: motivo in più per dire che le dimostrazioni diventano “mostre”. Nulla era mai uscito dal portone della sua casa in campagna, ogni singolo lavoro aveva trovato sistemazione definitiva lungo i perimetri della propria cerchia domestica. Finché mesi fa, con la tenacia delle sfide rigeneranti, abbiamo immaginato questa seconda vita, tracciando le mappe del nostro destino, disegnando coordinate per qualcuno anomale ma non insospettabili.

Un viaggio coerente nel circuito biologico del riuso attivo, nei materiali saggi di una campagna generosa, pronta ad offrire lo spunto testuale, l’escamotage figurativo, la chiave concettuale. Quando parliamo di campagna s’intende, in realtà, il serbatoio continuo di scarti agricoli, meccanici, idraulici ed elettrici che una tenuta nel verde produce a ciclo continuo. Immaginate una fucina in cui gli scarti vengono divisi per tipologia di materiale, un posto di attrezzi e macchinari da cui pescare con vorace energia. Adesso pensate a Sergio Russo che gestisce quei frammenti con le sue mani flessuose, abituate per decenni alla leggerezza soffice, capaci di trattare il ferro e il legno con morbida passione. La fucina si trova nella campagna laziale, nella zona di Sant’Oreste, dove il nostro artista ha costruito tanti anni fa il suo rifugio straordinario. Qui, seguendo le vicende cromatiche del paesaggio, Russo sta sviluppando le sue forme sinuose, i suoi colori mai casuali, i prelievi di frammenti che dal paesaggio giungono. Qui sta nascendo un giardino tra land art e botanica visionaria, un hortus sorprendente che rimanda alle opere di formato murale, ai singoli pezzi di una visione poetica tra natura e artificio.

Le opere di Russo vivono una relazione privilegiata con il colore, una simbiosi che insegue la vertigine del paesaggio circostante. Ogni tinta si adagia sulle superfici dure, sui materiali grezzi, sugli oggetti tenaci, trasformando la durezza in panneggio plastico, come un’apparizione di sottili stoffe setose. Verdi, arancioni, blu, rosa, gialli… gamme che hanno tonalità ben studiate, mai piatte o nette, che vibrano ai cambi di luce, che richiamano singoli momenti naturali.

I materiali di scarto sembrano attraversati da un erotismo fluido, da una coscienza del bello che l’artista gestisce con parsimonia mercuriale. Le opere sono sensuali, fluttuano sul muro come grandi foglie sospinte dal vento estivo, quasi a perdere le proprie origini “sporche”. Forme che abdicano alle funzioni d’uso, favorendo le metodiche contemplative e liberatorie. Le rondelle da ferramenta sono il miglior esempio per capire l’approccio di Russo: un oggetto seriale, destinato a utilizzi poco poetici, che si trasforma in punto di trama, cerchio dopo cerchio fino a creare una geometria derivata, uno specchio frammentato del paesaggio che si sublima nel moto plastico delle tavole.

La natura frammentaria si raccorda sulle superfici dure dei quadri, segue una tensione interna che calamita le forme verso geometrie cosmiche. Che si tratti di lente incisioni nel legno, pigmenti di pollini, frammenti di piante o elementi ferrosi poco cambia nel vitalismo plastico dell’opera: perché ogni pezzo insegue archetipi geometrici che riportano al macro del cosmo, alle galassie e stelle, verso uno spazio che nel mistero conserva la sua rigenerazione vitale e il suo principio metafisico.

Anche le sculture partecipano al flusso energetico tra cosmo e corpo, diventando pianeti autonomi con una loro carica sensuale e aggregativa. Il pallone da rugby arpionato dalla pietra racchiude tutto ciò al meglio: un ovale che è forma simbolica (seme, uovo, inizio) e metafora femminile (vagina, ventre, occhio), bloccato senza sforzo da una morsa dura ma flessuosa, un po’ come l’amore che stringe la donna in un abbraccio protettivo e rigenerante. Le altre sculture ragionano con la medesima energia dei contrasti, unendo materiali dissimili che percorrono le dinamiche della sensualità e dell’artificio naturale. Ad esempio, nel caso del cubo fatto di soli tiranti, la ripetizione definisce l’armonia, agendo con simile spirito metaforico e impatto concreto. O ancora l’uso dei chiodi, interi o spezzati, per modulare superfici tra il paesaggio collinare e il dettaglio femminile, ribadendo una sincronia fedele tra corpo e paesaggio, realtà e visione.

 

www.sergio-russo.it