25 GIUGNO - 25 SETTEMBRE 2016

A cura di Gianluca Marziani, in collaborazione con Fondazione Mudima
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Per raccontare Pierpaolo Curti bisogna iniziare dalla sua storia giovanile come calciatore professionista. Qualcuno potrebbe dire: un’esperienza distante dal rigore ascetico che modula le solitudini dei suoi paesaggi pittorici, in realtà una sintonia profonda tra origini private, gap adolescenziali e scelte adulte. Le età della vita si sintetizzano nella coscienza del proprio fluttuare, nell’incoerenza apparente che concilia distanze. Non si può fuggire dalle origini, dalle storie che ci hanno preceduto, dai mondi in cui ci sentivamo accolti. Siamo un incastro di esperienze che risolve la contraddizione con una possibile nuova azione: l’agire della nostra volontà, del nostro desiderio, delle nostre aspirazioni utopiche, del nostro appartenerci e riconoscerci.

Pensate allo sport come applicazione di metodo e disciplina, due input che definiscono la genetica figurativa di Curti. Due codici che riguardano un’educazione individuale (il singolo) dentro un resoconto collettivo (la squadra). Due spinte che rendono l’esperienza fisica un codice sorgente, quel silenzioso stato mentale che plasma la vocazione ascoltata, le attitudini genetiche, le scelte tematiche e stilistiche.

La struttura del campo calcistico ha influenzato, in termini subliminali, il meccanismo ottico di Curti. Quel rettangolo lo ritroviamo per indizi logici, segnali metaforici, direzioni tracciate. Rilascia dettagli nei singoli quadri, calibrando visibile e implicito, solido e gassoso, tranquillità e allarme. La grammatica del campo crea equilibrio gravitazionale nei paesaggi, disegna confini dinamici, impressioni visionarie.

Impossibile, poi, prescindere dalla dominanza del verde, stabilendo un legame indotto con il colore tipico del calcio. Immaginate di aver trascorso sull’erba l’adolescenza e oltre, giorni di allenamenti e partite, cambiando squadre e città, ruoli e condizioni professionali. Quel prato diventa la tua radice essenziale, il tuo contesto retinico, il paesaggio che accoglie l’agonismo atletico e l’ambizione vincente. Finché, un giorno, ritrovi quel verde nel cuore della tua visione, capisci che un colore ha connotato le priorità del tuo impianto visivo.

Una calma sospesa attraversa gli scenari dipinti. La parola giusta è sospensione, come se il tempo interno somigliasse a un suono cosmico dalle note lunghissime. Quegli esterni potrebbero raccontare pianeti lontani, dove scale e piattaforme rappresentano l’archeologia di una civiltà estinta. Un tempo sospeso che torna nello studio di Curti, uno spazio a Lodi che guarda verso i campi, dotato di una finestra che sembra un quadro, così integrata alle atmosfere dei verdi pittorici e dei contesti interiori, così silenziosa da far pensare ai sentieri di montagna oltre i tremila metri, gli stessi che l’artista percorre quando il trekking lo spinge negli anfiteatri del silenzio, dove le vertigini verticali ampliano la geografia del suo sguardo figurativo.

Nei quadri vediamo ambienti senza presenza umana. Spazi di ascetica solitudine, frammenti di una natura che intuiamo ma non circoscriviamo. Chiunque scoverà qualcosa di proprio in ogni lavoro: lontani ricordi, echi fotografici o filmici, musiche elettroniche, voci di vacanze trascorse o di memorie parentali. Impossibile non leggere l’immagine senza un momento personale, anche perché la stessa assenza umana stabilisce uno spazio attivo per lo spettatore, una specie di ruolo partecipativo in cui l’opera diviene quinta scenica su cui muovere il nostro sguardo. Un paesaggio pittorico che modifica la nostra percezione, silenziosamente e densamente, sfruttando l’alchimia di forme senza tempo, al confine tra ignoto terrestre e immaginario alieno.

I paesaggi di Curti rappresentano la geografia liminale di un’altra visione, parallela a quella reale ma ulteriore, intuitiva, privata. Ridefiniscono il valore dell’ignoto, evocando la fantascienza di certo cinema planetario ma anche le zone senza umanità dopo un disastro nucleare. Come ogni interrogativo aperto, creano tensione ma non vogliono spaventarti. Sono brevi segnalazioni di pericolo, messe in campo attraverso scale, ponti, aste, orizzonti indistinti, altezze non rivelate. Nulla dichiara il dramma ma tutto richiama un climax elettrico, un pathos d’ambiente che pulsa, pulsa, pulsa, pulsa…

Curti è un artista che attraversa la metafisica con passo autoriale, ancorato al presente ma con salde radici storiche. L’attesa morandiana di uno spostamento impossibile torna a farsi sentire nel passo figurativo di Curti. Si percepisce la pulsazione lenta ma costante, un battito sottotraccia che ha portato la natura morta verso il paesaggio mentale, verso le zone d’ombra del ripiegamento psicanalitico, verso le luci rivelatorie, verso il dubbio che piaceva a Samuel Beckett, verso il lunghissimo silenzio di un orizzonte impossibile.

Ci sono bordi, strapiombi, dirupi, ponti tra due rocce, trampolini nel bianco infinito, scale su montagne ripide… i luoghi placidi di Curti nascondono un limite invalicabile, un punto di non ritorno che determina la coscienza di un vuoto continuo, di un pericolo con cui confrontarsi e dialogare. Assistiamo a un autoritrarsi psichico che elabora paesaggi oltre il reale, dentro una vita parallela che ha svuotato la quinta naturale dalla presenza umana, così da lasciare spazio al viaggio intimo dell’individuo. Non è un processo surreale ma un meccanismo ultrareale, come se il plausibile mescolasse l’assurdo e il concreto, senza che nulla somigli davvero a un sogno, senza che nulla sembri completamente verificabile.