19 MARZO / 22 MAGGIO 2016

A cura di Gianluca Marziani
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Mauo Iori è un uomo che molti dovrebbero conoscere. Una lunga vita come insegnante d’arte in accademie e scuole della Capitale, formando generazioni, intuendo talenti e caratteri, trasmettendo agli studenti la stessa passione che lo guida tra le mura intime del suo studio, quando il colore e la tela diventano per lui ossigeno, quotidiana rigenerazione. La mostra vi svelerà la sua storia, i suoi mondi, il suo talento, seguendo idealmente il suo doppio passo: dipingere e insegnare, insegnare e dipingere, concependo la pittura come un diario sentimentale e avvolgente, uno scambio di doni tra se stesso e il mondo esterno…

Romano di nascita e formazione, Iori ha iniziato a esporre verso la metà degli anni Sessanta. Cinquant’anni d’arte con un pensiero fisso: alimentare una pittura totale che metabolizzasse, con rigore e armonia figurativa, la gran massa d’informazioni e suggestioni assorbite. La città è sempre stata il suo bacino di vita vissuta, il mare la sua fuga, le donne la sua linfa. L’accademia ha incarnato, invece, la generosità, la condivisione dello sguardo, la partecipazione progettuale. Dipingere era e rimane il suo collante tra la vita vissuta e la trasmissione del sapere: un campo metafisico in cui offrirsi alla memoria mentre si comprende il presente e s’intuisce il futuro. Non è un caso che la sua pittura sia capiente, stratificata, debordante di elementi: l’artista ricrea nel quadro una partecipazione collettiva, un teatro del continuo presente, dove la moltitudine significa esperienza, crescita, connessione totale.

Il canone figurativo di Iori mescola tecniche, generi, atmosfere e stili con bulimia e personalità espressiva, tanto da renderlo unico nel suo vocabolario dalle mille voci. L’artista porta nel quadro gli interessi personali, i dilemmi privati, le passioni che scaldano, i legami e le fughe, gli erotismi e i piccoli feticismi, le cose minime, gli strumenti del suo lavoro, le curiosità banali, i maestri del Novecento... dentro le opere, in modo sottile ma continuo, si depositano le parziali risposte che ricostruiscono una persona e ne definiscono la personalità. Quadri che non accettano un singolo centro e divagano sui bordi del ricordo, nei margini dell’esperienza, moltiplicando prospettive e punti di vista, come la mente quando registra le informazioni per poi ordinarle, sistemarle, gettando quelle inutili, integrando le sole “necessarie”. Il mondo di Iori è un registratore visivo di voci e modi urbani, colori e sapori, toni e volumi: sorta di sistema digestivo che si raccoglie nello spazio chiuso dell’atelier, dove il silenzio assorbe dettagli, emozioni, curiosità, evidenze. Qui, nell’antro urbano del rifugio necessario, l’artista metabolizza l’esperienza del quotidiano,

La mostra a Spoleto si focalizza sullo studio/atelier dell’artista, il luogo fisico che ingloba la dimensione spirituale ma, soprattutto, l’ordine reale di giornate altrettanto reali. Il suo è uno spazio di condensazione in cui si accumulano ricordi e oggetti, opere e strumenti lavorativi, sogni e mobili, citazioni e rielaborazioni, brandelli notturni e diurni. Un luogo fisico che, tramutandosi nel compendio sintetico di un’esistenza, diventa il presente di un’opera in continuo divenire. Quel suo atelier domestico sollecita incastri, invenzioni, memorie disperse, storie veritiere e aggiunte fantastiche. Appare come un campo panoramico dalla prospettiva orizzontale: dentro si sovrappone la citazione picassiana alle luminose finestre verticali, il caos dei barattoli di colore a una colonna da loft statunitense, un paio di scarpe femminili ai fogli sparsi, un vestito sexy a un oggetto anonimo. Molte cose riguardano il vero, altre appartengono allo spazio scenico della mente creativa, disvelando un incrocio di strabilianti citazioni, procedendo oltre le avanguardie, metabolizzando gli elementi. La sua arte è così: una fusione continua di simili e opposti, un suq emozionale che mette lo spirito sopra la pelle e una nuova epidermide attorno all’anima.

Mauro Iori, durante gli anni Novanta, fu tra i primi artisti italiani a usare la tecnologia digitale con competenza linguistica e asciuttezza iconografica. Nel suo processo ibrido mescolava fotografia, disegno, collage e pittura. Procedeva per gradi, disegnando, ingrandendo, dipingendo, ritagliando, stampando e ristampando diversi passaggi, di nuovo intervenendo fino al punto finale, quando l’ibrido aveva raggiunto una sua plausibile risoluzione. Alla dimensione tecnologica si accosta, da sempre, una pittura più tradizionale ma ugualmente complessa per ideazione e struttura esecutiva. Le opere sul suo atelier ne sono il perfetto esempio: una dimensione babelica degli elementi, geografie di tessuti e cuciture che sintetizzano le ragioni profonde del suo sguardo generoso.