20 GIUGNO / 15 OTTOBRE 2010

A cura di Gianluca Marziani
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Il nostro protagonista si chiama Mauro Cuppone, esordiente maturo che entra nel pianeta artistico dopo una lunga esperienza nella comunicazione creativa. Nello scatto da un momento concentrato (la comunicazione) ad un momento liberato (l’arte visiva), Cuppone ha privilegiato un tema centrale nella storia dell’arte, ovvero, la morte. Qualsiasi opera, se ci pensiamo bene, incarna una lotta alla consunzione, al relativismo, alla precarietà dell’esistente. Talvolta, però, la morte come immaginario diviene sfida pugilistica ai costumi sociali, attacco frontale alla cultura della rimozione, al moralismo tremolante, alle coscienze deboli. La morte pulsa nel DNA dell’arte visiva eppure non è cosa ovvia esporla in forma dichiarata. L’Occidente teme la figurazione attorno alla comare secca, ne isola la presenza esplicita e preferisce lo spazio metaforico, il simbolo evocativo, l’allegoria ficcante. Mantegna, Caravaggio e Goya avevano aperto la via coraggiosa del confronto senza filtri, in presa muscolare con la morte al lavoro. Ma non è bastato il loro apporto, anche perché l’arte non incide su un costume sociale in modo totalizzante. In tempi recenti difficile dimenticare il ciclo “The Morgue” di Andres Serrano, viaggio fotografico attorno ai cadaveri negli obitori di New York, non a caso la più evidente dichiarazione di continuità con le posture e i chiaroscuri drammatici del Seicento italiano. Cuppone conosce bene i casi riportati e ne intuisce il valore esempiare, capendo che arte e comunicazione possono parlarsi solo se i temi morali appartengono al tessuto collettivo. L’autore non voleva chiudersi nel baricentro del piccolo mondo interiore, né affrontare aspetti parziali e troppo soggettivi. Senza fronzoli ha indagato la sfida più estrema, parlando di morte con la giusta sintesi (ecco il “mestiere” di chi conosce i segreti del comunicare) e un cortocircuito che coinvolge e ribalta l’energia mediatica della moda.

Design necessario = bara
Design ulteriore = decorazione fashion
Cortocircuito finale = bara brandizzata da marchi moda

Il design si occupa dello scibile umano, affronta la casa e l’ufficio, il corpo e gli spazi del piacere, la città e i mezzi di spostamento… tutto passa sotto l’occhio ciclopico della creatività industriale, nulla sfugge al ripensamento ingegneristico, alle evoluzioni estetiche, ai modelli di crescita abitativa, meccanica e fruizionale. Eppure qualcosa sembra lontana dal design, quantomeno in termini di progetti a diffusione globale. Parlo del luogo in cui un corpo (diciamo ciò che del corpo rimane) trascorre la maggior parte del proprio tempo dopo la vita, ovvero, la fatidica cassa da morto. Le necessità corporali (la posizione allungata), gli spazi d’alloggio vincolanti (ormai la maggior parte delle bare vanno nei fornetti a muro) e la consuetudine sociale fanno la loro parte, tarpando le ali a qualsiasi sperimentazione che inventi altre posture per il defunto. Pensate, ad esempio, ai corpi in posizione rannicchiata dentro volumi circolari che somigliano ad astronavi: non sarebbe più magico ed esteticamente pregevole? Anche i cimiteri, davanti a bare di forma aliena, potrebbero cambiare le loro architetture e creare luoghi meno tristi, senza quei devastanti muri del pianto collettivo. Difficilissimo cambiare le consuetudini attorno a nascita e morte, in quasi tutte le culture (a parte alcune eccezioni in ambito tribale o in contesti di forte isolamento geografico) permane il tabù estetico che non modifica l’origine arcaica delle tradizioni. A farlo ci pensa l’artista visivo, maestro di utopie plausibili, architetto del tempo sospeso e del viaggio ulteriore. La sua visione a-funzionale elabora il passo liquido della veggenza, la zona iconografica della riflessione. E porta la forma dove non immaginavamo, verso le zone minate dell’interrogativo, verso le revisioni della norma. Verso un limbo dove verità e sogno hanno qualcosa di simile.

Comunicazione + design + fotografia digitale + idea = arte visiva

Mauro Cuppone unisce diverse piattaforme linguistiche attorno al principio universale di un archetipo. Come già detto, non affronta alcun processo funzionale e privilegia l’omogeneità estetica, analizzando due momenti che toccano, in modi ovviamente diversi, ognuno di noi: la morte (momento organicamente necessario) e la moda (momento futilmente necessario). Nel decoro impattante dell’oggetto non poteva che privilegiare il culto del prêt-à-porter, punto nodale nel richiamo emotivo del brand e nei processi che il brand impone. Ecco Armani, Valentino, Moschino, Fendi e altri marchi del lusso contemporaneo, tutti famosi in misura planetaria, tutti ben integrati al mercato globale delle merci. Qualcuno ricorderà le opere di Tom Sachs che prendeva packaging di Prada o Chanel per costruire armi o water. In quel caso l’artista americano giocava sul “falso dichiarato” e ricreava oggetti reali con un processo di “plastificazione” evidente. L’operazione di Cuppone va oltre e ipotizza un falso vero che entra nei piani strategici del design per decifrare la qualità scultorea, quasi munariana delle forme reali. Il processo è mimetico, come se l’oggetto fosse pronto per l’ingresso nel business della distribuzione planetaria. In realtà qualcosa incarna l’assurdo alla Jodorowsky, si sentono echi di un postsurrealismo mediatico che rende plausibile il quasi impossibile. L’artista gioca sul paradosso ironico e rimescola gli immaginari da copertina, imponendo il peso specifico del volume tridimensionale, dell’apparizione realistica, della somiglianza inquietante.

La cassa da morto impone un atteggiamento diverso davanti alla scultura. Le sue geometrie riconoscibili ci dicono subito di cosa si tratta, eppure la nuova pelle fashion evidenzia contenuti non solo etici ma anche estetici. Cuppone parte dai volumi obbligati e ci lavora attorno, modificando l’epidermide artificiale e il sistema di percezione culturale. La cassa rimane quella di sempre ma di fatto la vediamo come mai avremmo immaginato. Si trasforma in un paradossale oggetto del desiderio, entra nel rito feticistico del significante mediatico, esce fuori da cimiteri e station wagon con interni metallici. Adesso la cassa appartiene alla città, si adagia ironicamente tra le strisce di un parcheggio pubblico, occupa spazi in cui la vita prosegue con le sue abitudini. La bara entra nella normalità e ne prende le sembianze, ricordandoci il nuovo approccio della scultura contemporanea. Quando vedi le casse comprendi dove sta andando l’arte del presente: se prima l’opera cercava una distanza dal contesto reale, oggi si ambisce al mimetismo e alla convivenza, creando forme del dialogo urbano, presenze in armonia col rumore colorato del mondo. La cultura figurativa vuole feticci del desiderio proibito, del lusso sensoriale, del sentimento radicale: e li desidera densi, catalizzanti ma anche sintetici, complessi al loro interno ma comunicativi nel loro status formale. Oggetti in empatia con la vita reale, carichi di anomalie purchè dentro il battito del mondo.

L’elaborazione digitale della bara completa il viaggio iconografico del progetto. Era importante uno sfalsamento di materiali e formati, a conferma di un totale cortocircuito linguistico attorno agli archetipi della morte e del vestire. Cuppone veste la bara e crea una sorta di pubblicità impossibile, un quadro anticomunicativo che cambia i contenuti di cassa e abiti. I marchi famosi “vestono” l’esterno di un oggetto che di solito si nasconde sotto la terra o dietro una lastra di marmo: in pratica, la radicale estromissione della moda dai suoi codici d’appartenenza. La morte del marchio, direbbe qualcuno. A me pare la nuova coscienza del brand mediatico, la trasgressione consapevole che rivela i punti deboli dell’edonismo globale. Sarebbe lunghissimo l’elenco di giochi intelligenti attorno alla moda, eppure quasi mai si arriva allo sposalizio radicale tra i due contesti. Nel caso di Mauro Cuppone mi sembra che il messaggio sia estremo, senza fronzoli accomodanti, divertito ma anche tragico nel suo pathos tra presente e futuro.

www.maurocuppone.com