12 APRILE / 2 GIUGNO 2014

A cura di Gianluca Marziani
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Conduciamo lo sguardo in una stanza priva di rumori e inquinamento visivo. Su una parete ci attira a distanza un puntino rosso che stilla liquido color sangue, come una piccola ferita nel bianco, al centro di una piccola superficie che mostra la sua felice imperfezione, la macchia dentro l’assoluto, la salvezza del corpo di fronte alla “presunzione” dell’anima. Quell’opera ci osserva come un ciclope della coscienza collettiva, emana la forza esoterica dei moloch interrogativi. Sembra l’attesa dell’eterno che si rinnova nell’umanità ferita, nel destino di una sofferenza condivisa, nella sua attitudine per un futuro anteriore e liberatorio.

Personaggio silenzioso e paziente, legato al percorso lento e al relativo progetto, concentrato sulla capienza concettuale della singola opera. Per Luigi Manciocco il progettare - inteso come viaggio iniziatico - si definisce dentro l’unicum della forma, dentro una struttura compatta e sintetica che racchiude passaggi ed esiti del viaggio artistico. L’icona come un archetipo dal cuore resistente e dal cervello complesso, una sapiente alchimia d’ingredienti ben amalgamati. Un approdo iconografico che possiede l’energia di un’isola vulcanica, di uno spazio concluso che alimenta la propria forza con virtù endogena, tenendo un occhio sul mondo esterno e un altro sul ritmo incessante dell’universo interiore.

Il bianco di Manciocco è simbolo di alto valore immateriale: traccia in apparenza neutra, campitura d’accoglienza privilegiata per qualsiasi densità cromatica, luogo/nonluogo che incarna il valore contrario di ogni pienezza e assuefazione, eccolo dimostrare la sua generosità fagocitante, la capacità di metabolizzare l’esterno nel mare calmo del colore assoluto. Il bianco, in tal senso, diventa padrone dell’immateriale, assume la voce impalpabile del maestro, della guida che non giudica e accoglie qualsiasi differenza. Non era facile, ad esempio, citare Yves Klein per creare un lavoro autonomo che parlasse di valore immateriale, lo stesso valore che piaceva al francese quando vendeva zone di sensibilità pittorica immateriale. EX VOTO di Manciocco parte da una storia vera che legava Klein a Santa Rita, protettrice dei casi disperati e impossibili. Un legame tra spirito e territorio che oggi, a distanza di tempo ma non di spazio, ha preso la forma di un video in tre parti: una con gli occhi di Klein, una con gli occhi della Santa, una con gli occhi di Dino Buzzati. Occhi che non giudicano ma osservano chi sta esercitando lo sguardo. Ridestano i nostri sensi verso una sinestesia che il trittico rappresenta per sintesi e armonia: l’arte visiva di Klein, la scrittura di Buzzati e il misticismo di Santa Rita, tre condizioni che assieme si completano, riportando la memoria ad un ex voto che Klein fece alla Santa, dove pigmenti e oro davano forma al dialogo tra corpo e anima.

Gli occhi che fissano hanno la stessa radice immateriale del bianco. Il loro sguardo diventa un metabolizzatore di forme, similmente al bianco che digerisce gli altri colori dentro il suo oceano fagocitante. Lo sguardo assimila, ingloba e germina in un processo virtuoso di forma e memoria; così il bianco che compie un identico processo metabolico, trasformando la radice del colore in un’esperienza sensibile. Lo sguardo bianco rappresenta bene l’attitudine resistente di Manciocco, la sua levità sospesa ma densa, il saper guardare “oltre” mentre si sta “dentro”. Lo sguardo bianco pedina il lato sospeso della vita, l’apnea della bellezza, i fossili del presente. E’ un ciclope che cerca il senso del margine, il camminamento sul bordo, restando sotto i livelli di guardia, dove il rumore decresce e il suono ritrova la sua natura primigenia.

Luigi Manciocco definisce la sua poetica tra i margini dello sguardo (l’occhio) e della superficie (il bianco): qui dentro, rimanendo integro nel rigore progettuale, elabora strategie in forma di opera unica dal carattere polifonico. I suoi interventi prendono il volume dell’installazione scultorea, del quadro o del video, ogni volta secondo un unicum progettuale, una strategia che concentri il massimo carico energetico dentro il singolo linguaggio. Per l’artista i linguaggi visivi sono strumenti sensibili da calibrare con misurazione sartoriale, devono plasmarsi attorno all’idea restando un’essenza, uno scheletro primario e funzionale. Sarà sempre l’idea a definire la misurazione linguistica, un tema portante che darà ordini di approccio e soluzione al linguaggio.

Al candore apparente del bianco corrispondono messaggi che contengono la discrepanza del rosso violento, del nero abissale, dei marroni tenebrosi, del grigio asfissiante… perché le tematiche di Manciocco, macroscopiche e universali, non accarezzano il mondo reale ma lo affrontano con determinazione zen (concentrazione e calma ma anche la prontezza per assestare il colpo risolutivo), vogliono il conflitto interno, la battaglia ad armi pari sul campo morbido della metafora.

Sul filo che connette l’Artista e l’Antropologo, Luigi Manciocco inizia, alla fine degli anni Ottanta, due ricerche parallele: una sulle scienze antropologiche, l'altra nel campo della sperimentazione con environment e installazioni sulla poetica del bianco. All’interno di un sistema di comunicazione allargata, la sensibilità dell’artista sconfina nelle geografie dello spirito e della materia: la sua è una pittura-oggetto, una “shape on canvases”, sorta di attraversamento nei domini della scultura che ha dato modo a Lidia Reghini di Pontremoli di inserire l'artista nel saggio Primitivi urbani. Antropologia dell’arte presente (Roma, 1998). Negli anni Novanta Manciocco compie diversi viaggi negli Stati Uniti, dove tiene una personale all’Atlantic Gallery dal titolo “Inchoo – To begin” (1990). In seguito partecipa a mostre progettuali tra New York, San Francisco e Ithaca. Accanto a Grazia Chiesa di D’Ars Agency, conosce diversi personaggi dell’arte contemporanea americana: tra questi Margot Poroner Palmer che poi gli affiderà la redazione romana di “Artspeak”. Gli incontri e le interviste sono poi state pubblicate sulla Rivista d'Arte Contemporanea NEXT. Sempre negli anni Novanta collabora e scrive articoli critici sulla rivista D’ARS sotto la direzione di Pierre Restany. Attualmente collabora con la rivista ZETA dell’Editore Campanotto di Udine.
Numerose le mostre personali, le collettive tematiche, gli eventi trasversali, le rassegne e le fiere a cui Manciocco ha partecipato dagli anni Ottanta ad oggi.

 

www.luigimanciocco.it