29 GIUGNO / 15 OTTOBRE 2013

A cura di Gianluca Marziani e Italo Bergantini
.

Spoleto mantiene salda la sua attenzione verso la scultura contemporanea, con un occhio particolare alla memoria dei materiali nobili e al loro cortocircuito nelle strutture dinamiche del presente. Giuliano Corelli (Condino, 1971) è un artista anomalo e raffinato, privo di foga espositiva, concentrato a lavorare nel suo studio dal 2007, anno in cui si è trasferito in Toscana e ha iniziato a scolpire il marmo. Da quel giorno sono nate nove grandi sculture col tipico bianco di Carrara, tutte in scala naturale, nove posizioni di vita quotidiana dei suoi uomini urbani dai lineamenti contemporanei e catalizzanti.
Ecco a voi i nuovi gesti tipici: guardare la televisione, parlare al cellulare, scrivere su un laptop, riprendere con una videocamera, versare benzina da una tanica, indossare occhiali da sole, un asciugamano o una borsa a tracolla… unica fuoriuscita dal volto/corpo anonimo è il lavoro dedicato a Roberto Saviano, una sorta di epilogo narrativo con un simbolo del nostro tempo mediatico.

Impeccabile e vorticosa la perfezione tecnica delle opere, quasi ipnotiche nel gioco di rimandi specchiati tra scultura e spettatore. Mentre le guardi entri in automatica sintonia con uno o più gesti, senti come il bianco sia un ideale foglio su cui stai scrivendo il tuo nome e le tue predilezioni, capisci che lo spunto canoviano ti porta oltre la metafora, nel gioco figurativo del realismo interiore, tra concetti che si calibrano attorno alle merci, al culto feticistico, ai temi del narcisismo, del possesso, dell’apparire. Opere che hanno una loro tattilità neoclassica, una dimensione estetica che capta i perimetri del reale e le proietta fuori dal tempo, rendendole un implicito archetipo archeologico, una pagina narrativa sul presente condiviso. Significativi, in tal senso, il pezzo sul Made in Italy e l’altro con l’asciugamano a mo’ di bandiera tricolore: doppio richiamo ad una dimensione geografica che in realtà proietta le sculture verso una sociologia globale, verso quel consumismo diffuso che ha reso l’Italia un marchio da imitare. Da qui Corelli elabora una necessaria critica al sistema sociale, alle deformazioni dietro quel termine, “bellezza”, così contaminato da subire una riflessione chirurgica.
Palazzo Collicola Arti Visive ospita nove sculture che raccontano gli spazi di apparente normalità e i confini di normale ambiguità dell’uomo contemporaneo. Nove visioni che, tramite posture e azioni catartiche, ribaltano la staticità del manichino e implicano una lettura morale, un codice etico che prende il monumentalismo per ricondurlo al vissuto quotidiano, proprio come accadeva ieri con George Segal e oggi con Charles Ray. Non è casuale la scelta di Saviano, simbolo di una certa Italia che sottolinea valori dispersi e stigmatizza la sottocultura del malaffare, dell’ignoranza, della volgarità dilagante. La presenza dello scrittore ribadisce un DNA italico che avvolge l’intero progetto, sorta di azione centripeta in cui Corelli analizza i significati metaforici e le chiavi simboliche del suo sguardo sulla società, sui desideri, sul senso dell’individuo. E sulle nuove vie di una certa scultura, intrisa di memoria ma con la sostenibile intelligenza dell’essere (contemporanea).