30 APRILE / 30 OTTOBRE 2011

A cura di Gianluca Marziani e Alessandro Facente
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La brutale traduzione pittorica di tre corpi macellati, anziché aggredire, invita ad immergersi in una frattura che sembra portare altrove.
Brandelli di carne di tre mucche sacrificate si abbandonano ad una putrefazione solitaria il cui dissanguamento lascia tracce evidenti nelle colature che gravano verso il basso.
Un’immagine eroica, adamantina, che vuole contrapporsi alle logiche consuete dell’approccio visivo, scardinando ciò che convenzionalmente “deve” significare, aprendosi alla potenzialità di qualcos’altro che l’integrità dello spettatore può ricercare in altre forme, lontane anche dall’abitudine che il bagaglio sociale trasmette attraverso i suoi mezzi.
Politi parte dal concetto di “taglio” legato alla separazione straziante che esercita sulla “carne” e la putrefazione ad esso connessa è l’elemento chiave che suggerisce tale trapasso, permette l’attraversamento verso un linguaggio che solo formalmente appare negativo.
La sua sostanzialità, al contrario, segue un taglio positivo facendo leva sul concetto di rigenerazione, legato a ciò che del corpo rimane in vita dopo la sua morte, ovvero il processo biologico di decomposizione visto ancora come vita.
Appese, ciondolanti, inerti e assolutamente prive di interazione le tre vacche, in evidente stato di morte, evocano nella loro putrefazione un senso fortemente fisico, terreno, svuotato di spirito, disidratato e fuori da ogni possibile interazione.
Ciò permette di collocare il lavoro in una realtà odierna che disgrega il “corpo” della collettività con conseguente rottura in tanti singolarismi alla ricerca di una condizione individuale per una finalità individuale.
Un’esplosione, una proiezione in fuori, un modo per uscire dalla disillusione di un momento come il nostro, in cui solo gli atti di eroismo risultano logici e vincenti, in quanto mirano a riprendere ciò che sfugge o da cui veniamo esclusi e a ricomporre un senso collettivo per una finalità collettiva.
Le vicende politiche, sociali e migratorie degli ultimi tempi sono un esempio schiacciante di uno strenuo attaccamento alla vita, l’ostinazione a resistergli, e come sia evidente che si lotti soprattutto per trattenere una condizione di cui non si è più parte integrante.
Il malum folium (Quercus pyrenaica o melojo) dove la foglia morta e disidratata rimane attaccata all’albero fino all’arrivo della nuova in primavera che la spingerà fuori via dal ramo: la “marcescenza”.
L’atto del distacco della foglia denutrita che fino a quel momento conservava le caratteristiche estetiche di quella viva, congelando dentro di sé la morte che avviene solo al momento dell’effettiva caduta.
Un modo per parafrasare ciò che Politi sta compiendo in questo lavoro dove l’elemento morto dei tre cadaveri è l’ipocrisia che usano per apparire ciò che non sono, trasmettendo a chi guarda un’immagine serena, piacevole e vincente.
Politi riesce a deresponsabilizzare chi guarda dal vero sentimento che va provato in quel momento, trasformando strazio e paura in qualcosa di affascinante tenendolo lontano da un pericolo imminente.
Una sorta di De rerum naturam in cui l’uomo sta ad una distanza tale da non subire gli orrori di ciò che sta accadendo vivendone solo la parte affascinante.
Politi gioca su un continuo equivoco, fa in modo che il dubbio sia sempre il principio di un nuovo principio dove vita e morte si mescolano attraverso il processo sacro.
Taglio, decapitazione e apertura, sono i tre momenti da cui l’artista parte per scandire questo rito finalizzato a mutare la visione del soggetto al di fuori dall’ovvietà dell’avvenimento in sé, in un dialogo che vada oltre una narrazione epidermica.
Le cose non saranno mai più come prima è un lavoro pertanto sulla risignificazione dell’esperienza che noi individualmente viviamo nel quotidiano, quale valore gli diamo e che effetto ha su chi ci sta intorno.