3 DICEMBRE / 12 FEBBRAIO 2017

A cura di Gianluca Marziani e Italo Bergantini
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Ascoltare gli echi di un paesaggio intermedio, le linee frequenti di una vibrazione nel vento nordico, il fruscio sonoro di sottili foglie che si distendono verso luci dal respiro polare… Ascoltare la pittura nel suo rumore sotterraneo, nei suoi echi metaforici, nelle sue geometrie organiche… Ascoltare il viaggio di Franco Marrocco nel suo elegante universo in dissolvenza incrociata, tra foreste dei sogni, nature ibride, mappature interiori, richiami spirituali…

Marrocco ha sempre tradotto il valore complesso e l’attitudine essenziale del dipingere. Ha cercato di svuotare l’immagine fino allo scheletro portante, ai muscoli significativi, ad una pelle coi colori del cielo: pochissimi elementi per mettere in scena le tracce del suo sistema interiore. Un processo in cui s’intrecciano rarefazioni nebulose, scivolamenti liquidi, fessure solide, sempre alla ricerca di una grammatica autonoma che traduca, con misura e sensatezza, gli alfabeti cromatici dell’autore…

L’artista agisce per indizi, dipingendo tracce che sembrano scosse da due destini concentrici: apparire dal vuoto, come una rivelazione in divenire, o scomparire gradualmente, come un’azione accaduta che lascia sedimenti. Due modi che gestiscono l’entropia necessaria del campo pittorico, creando equilibri vibranti ed elettrici, sospesi nella vicenda del singolo colore. Apparire e scomparire con l’obiettivo di imprimersi sulla superficie, dando lucidità agli echi di un passaggio…

Apparire e scomparire, inspirare ed espirare: la pittura pulsa per metafore e simboli, trasformando l’idea del corpo nella forma del paesaggio, favorendo la messinscena di un altro reale che nasce per tracce sopra la forma del mondo, a immagine e somiglianza del proprio sistema interiore. Una pittura che respira sul battito del mondo…

La struttura del quadro conferma la pulsazione aerobica che governa l’approccio estetico. Ogni opera nasce da telai di forma diversa, accostati per creare un unicum corporeo, dove la superficie maggiore rappresenta la colonna vertebrale con gli organi vitali, mentre i telai più piccoli incarnano gli occhi verso l’esterno, le braccia che afferrano, le gambe che camminano…

Il percorso di Marrocco è un cammino consapevole nella riduzione del superfluo. Il suo passo ha un profilo orientale, sembra tarato sulla cultura giapponese della ceramica, dove l’evidenza del talento si mostra nel silenzio del passo sospeso. Lunghezza e lentezza danno il tempo e lo spazio all’azione calibratissima del segno, agendo con prassi armoniosa attorno alle cuciture del quasi invisibile. L’opera si rivela con timidezza sensoriale, non usa il timbro marcato delle decisioni nette; al contrario, parla con frasi semplici ma dense, ricordando la letteratura soppesata di Milan Kundera, la prassi metafisica di Peter Handke, le atmosfere nebulose di Yasunari Kawabata…

La Natura ci accompagna in questo viaggio sensoriale dentro gli umori dello sguardo. Scorriamo l’occhio emotivo dell’artista, gli stati d’animo, le sensazioni momentanee, un codice dei sentimenti che si declina sul distillato sensuale del paesaggio atmosferico. Quella di Marrocco è una natura senza enfasi, avvolgente col suo suono nascosto, una natura che scorre dal vetro di un treno mentre si attraversano interminabili pianure. Talvolta sembra giungere sui bordi del grande fiume, altre volte rimanda a un torrente tra pietre bianche e canne di bambù, altre ancora lascia intravedere un tramonto sulla laguna, un’alba tra le risaie, una luce tra le colline… anche quando immaginiamo un incendio o un sole zenitale, lo sguardo di Marrocco mantiene la giusta distanza e non si lascia “bruciare” dagli eventi, così da poter osservare la trasformazione dei colori atmosferici, la loro inquietudine inestinguibile.

E’ sempre il colore a decidere lo stato d’animo dell’opera. Le sfumature, i toni e le gamme mediane, una complessa declinazione delle cromie che dimostra un solido ragionamento attorno all’essenzialità necessaria. Nulla si aggiunge con modi superflui, qui si ragiona con istinto alchemico affinché il colore pulsi con fisicità lieve ma decisa. Il poco è in realtà quanto basta per offrire una vita sentimentale alla geometria: nasce qui il paesaggio intermedio di Franco Marrocco, la sua porzione di interiorità abitabile, la geografia pittorica che il bianco dei muri conduce lontano, molto lontano…

L’opera come stato dell’anima…

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