12 APRILE / 2 GIUGNO 2014

A cura di Gianluca Marziani
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Il foglio bianco, destino di ogni visione originaria, geografia d’accoglienza che ospita la permanenza della radice, dell’idea come genesi e fondamenta “abitabili”. Quella cellulosa rettangolare è la madre del fattore artistico, il pianeta generativo in cui l’espressione coglie l’inizio, il prologo determinante, la luce del primo chiarore. Un foglio che è anche decisione autonoma, grammatica dalle frequenze proprie e dai codici endogeni. La carta bianca registra lo spirito dei tempi, le attitudini individuali, i caratteri diffusi. La sua maneggevolezza entra nel cuore dell’idea, raccordando il prima e il dopo nel suo limbo sospeso ed elegante. Un materiale che diviene linguaggio e codice, dividendosi tra la natura “fragile” dell’appunto e il destino “resistente” della pittura.

Emilio Leofreddi e il foglio bianco si appartengono da sempre, quantomeno dal primo viaggio adulto dopo l’epoca scolastica, quando l’artista ha intrapreso la propria avventura indiana: due anni in giro nel subcontinente per affinare le coordinate del fatidico passaporto interiore. Da quel momento possiamo parlare di doppia anima, divisa tra Occidente e India, tra la coscienza elettiva e la geografia inseguita. Una compenetrazione tra due realtà antropologiche, messe in dialogo con il passo sospeso dell’occhio poetico, del vagabondo sensibile che coglie il destino umano e la comune fatica, le tensioni del corpo e le aperture dello spirito.

Lunghi periodi indiani hanno rilasciato energie in modo prolungato, così come la radice occidentale rilascia di continuo le sue alchimie specifiche. Leofreddi, a differenza di altri artisti, non ha mai diviso nettamente l’esperienza orientale da quella europea. Ha sempre incrociato le visuali e amalgamato il rilascio alchemico, lavorando sulla sinestesia del suo immaginario polifonico. Piani, livelli e formule si mescolano fluidamente, senza spigoli iconografici, senza tensioni nodose. Tutto scorre, come direbbe qualcuno. Tutto torna, come direbbe chiunque creda nell’armonia conquistabile.

L’Italia è il luogo di provenienza genetica: Leofreddi non dimentica mai da dove arriva, i suoi codici e segni mnemonici rimangono italiani, figli di una visuale che si definisce negli anni Sessanta, attorno ad autori come Alighiero Boetti, Mario Schifano, Tano Festa, Franco Angeli… similmente a loro mantiene lo spirito nomade del segno liberatorio, la fluida morbidezza dell’appunto impressivo, e come loro scruta il paesaggio urbano nei suoi spunti semantici, il cortocircuito tra antico e contemporaneo, le distanze e vicinanze tra nuovo e vecchio mondo. L’India è il luogo di congiunzione culturale: Leofreddi non dimentica le proprie origini ma non limita il piano geografico delle radici in età adulta. La sua patria inseguita plana sul subcontinente indiano, nel Paese in cui la spiritualità definisce l’apparato umano e il gene collettivo. Qui l’artista ha trovato un completamento, che nulla condivide con la ricerca freak di un centro o altre robe da retorica hippie. Completarsi significa aggiungere la parte mancante, il punto di congiunzione tra sguardo e mondo; un’aggiunta che riguarda la personale prospettiva sul mondo, segno di un destino esistenziale, di una condizione umana che Leofreddi si portava già dentro.

L’intero corpus dei disegni si presenta oggi nella sua natura olistica, come una galassia di pianeti tra loro diversi, accomunati da un volume circolare (nel caso dei disegni da un foglio rettangolare) e da una compresenza di elementi chimici (nel caso dei disegni da molteplici spunti figurativi). Li attraversa la scrittura che dichiara autore e titolo: senza però il tono del narcisismo, al contrario con un segno sottile e rapido, quasi dissolto nel deserto del bianco.

Completa la mostra una serie di nuove opere, in linea con le carte appena descritte, realizzate per gli spazi di Palazzo Collicola Arti Visive. In una terza sala, infine, Leofreddi ha selezionato alcuni lavori storici. Si tratta delle tende indiane, ovvero, tecniche miste (stampa fotografica, pittura e disegno) su teloni indiani cuciti a Goa. La scelta della tenda nasce dalla sua struttura materica (canapa ricoperta di cera) e dall’essere un materiale povero, utilizzato dai nomadi locali come abitazione oppure nei cantieri stradali come magazzino per i materiali; la tenda allo stesso tempo è percepita come sinonimo di movimento, rifugio e comunità. Tutti questi caratteri rispecchiano la visione olistica di Leofreddi, il suo approccio a una figurazione meticcia e diaristica, la sua natura nomade e il suo spirito etico.

Emilio Leofreddi è nato nel 1958, vive e lavora a Roma. Nei primi anni ’90 progetta installazioni con video e performance su temi politici e sociali. Del 1992 è la sua prima installazione, “Balene”, patrocinata da Greenpeace e finanziata da Mario Schifano. Del 1993 l’opera “Contact” contro la pena di morte, patrocinata da Amnesty International e Nessuno tocchi Caino.
Nel 1999 ha co-fondato a Roma lo studio d’arte collettivo Ice Badile Studio. Sempre nel 1999 espone la sua personale “Human being” al M.O.C.A. di Washington D.C.. Nel 2004 inizia a lavorare sul viaggio come opera d’arte e sul diario di viaggio da realizzare su tappeti tibetani e tende indiane. Prende forma il progetto “Dreams” che lo riporterà, dopo anni, a rivivere in India. Le opere saranno poi esposte in Italia, ad Art Basel Miami (USA) e nel 2007 alla Xa Biennale del Cairo (Egitto), dove riceve il Premio della Critica. Nel 2009 espone al Vittoriano di Roma l’installazione “Il respiro del mondo”, realizzata con le tende indiane cucite a Goa.
Numerose le mostre personali e collettive in Italia e all’estero, tra Inghilterra, Stati Uniti, Germania, India e Cina. Alcune sue opere video hanno partecipato a festival di cinema e rassegne di videoarte. Alcuni suoi lavori fanno parte di collezioni pubbliche e private, sia nazionali che internazionali. I video “Contact” e “Im – Media” sono stati acquisiti dall’Archivio Video del Palazzo delle Esposizioni di Roma.