13 DICEMBRE 2014 / 1 MARZO 2015

A cura di Gianluca Marziani
.

Croce Taravella porta a Spoleto una mostra di opere recenti e conferma la speciale attenzione del museo per la pittura italiana contemporanea. Un’indagine espositiva, quella voluta dal direttore Marziani, che esce dal margine del conformismo mediatico e presenta autori di forte autonomia estetica, figli di belle storie personali che raccontano il talento italiano, la forza atavica dei luoghi d’origine, la densità di contenuti ad elevata linfa sociale.

Le città di Croce Taravella sono i luoghi di un immaginario diffuso. Ne carpiamo dettagli, riconosciamo cose mentre altre ci sfuggono. Alcuni quadri conservano la loro specularità col reale, rispecchiando lo scatto fotografico senza modifiche digitali; altri sono il risultato di mescolanze e accostamenti, indicando il plausibile prima dell’impossibile. In generale le sue città ondeggiano tra vero e falso, carne e spirito, rumore e silenzio. Sono possenti e al contempo liquide, mantengono una certa struttura ma lottano per sopravvivere.

La tecnica di Taravella riesce a evocare tutto ciò, graffiando e stilettando l’immagine, consumando e perimetrando le forme, incidendo linee armoniche. Un tecnicismo metabolico, biologico nel suo flusso sanguigno, nell’espressione muscolare e circolatoria. Una scarnificazione che, non togliendo dove sottrae, prende la materia incisa e la intinge nel magma cromatico, senza sprecare nulla, potenziando il colore stesso e le sue scale tonali. Viene in mente Umberto Boccioni coi suoi futurismi matriarcali, la sua “Materia” figlia del divisionismo e madre del surrealismo spirituale. Sovviene Anselm Kiefer, ovviamente, anche se Taravella infonde il sangue dove il tedesco scarnifica e basta. E poi gli espressionismi in maschera di James Ensor, dove la tragedia prendeva il sopravvento sul dramma, mentre il palermitano fonde il dramma con la salvifica ironia. Soprattutto, si pensa al grande Ottocento italiano, Pellizza da Volpedo e Giovanni Segantini in particolare, artisti che fondevano carne e spirito nel loro realismo interiore.

Taravella utilizza il campo lungo per codificare la sua città ideale. Non cerca il dettaglio ma un’apertura panoramica sui luoghi prescelti, un vedutismo prospettico a fuga centrale, figlio di una concezione classicamente italiana. Fateci caso, i quadri hanno un rigore che comprime la scena dentro l’inquadratura, come se nulla dovesse sfuggire a quell’ingaggio tra corpo e gesto. L’equilibrio figurativo e il senso panoramico ne confermano l’indole mediterranea, la sua appartenenza al filo rosso che unisce secoli e tendenze, il suo sangue barocco ma anche la vertigine rinascimentale, lontana parente di affreschi e antiche tavole. La prospettiva dei quadri, incline al punto amato da Masaccio, sottolinea il legame coerente tra compressione e azione, tra la cornice di contenimento e una catena di gesti progressivi, aerobici, rissosamente propri.

Scrive Marziani in catalogo: “L’artista palermitano mi aveva colpito anni fa, quando notai l’equilibrio dei quadri, come se lì sopra avesse aperto una ferita senza lasciarla sanguinare. Pensai a un corpo tagliato e quieto, privo di emorragie, un moloch architettonico eppure biologico che esibiva un vitalismo anomalo, sorta di espressionismo metodico, lontano dal giochino facile dei trend. Negli anni ho rivisto opere di Taravella, confermando la sensazione iniziale di sospensione scenica, un qualcosa di evocato e al contempo battesimale, l’epilogo della natura che si trasformava in un continuo e stupefacente prologo. Una luce diversa, la sua, per intensità e toni, palpabile e sfuggente, muscolare e leggerissima. Una luce che mi parlava di grande pittura. Una luce figlia della terra e del cielo, animata dal rosso del sangue e dal bianco dei confini estremi. Una luce pulsante e planetaria, intrisa di buio cosmico e polvere stellare: altezza e sottosuolo nella natura crudele e metabolica dell’artista…”

Croce Taravella nasce nel 1964 a Polizzi Generosa (Palermo). Frequenta l’Accademia di Belle Arti di Palermo. Tra il 1983 e il 1984 arriva l'appoggio del gallerista Lucio Amelio che lo introduce nell'ambiente artistico napoletano.

Da qui l’incontro fondamentale con Beuys, Warhol, Rauschenberg, Longobardi e Paladino. Taravella si dedica da subito alla pittura sperimentale, utilizzando tecniche miste di forte impatto cromatico. Tornato a Palermo, crea il centro polivalente “II Labirinto” con cui promuove una rigorosa attività culturale. Si trasferisce poi a Roma dove lavora come scenografo per diversi programmi RAI.
Rientrato a Palermo fonda, nel cuore della Vucciria, l'”Associazione Culturale d'Arte Moderna e Contemporanea”, esponendo artisti del calibro di Kounellis e Beuys. Nella stessa sede fonda un'altra realtà, “Mondo Tondo”, che coinvolge giovani artisti europei per realizzare installazioni permanenti e mostre di taglio più tradizionale.

Tra le mostre recenti si segnala la personale alla Fondazione Sant’Elia (Palermo, 2014). Attualmente vive e lavora nel centro madonita e a Roma.