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IMAGO ITALICA
Nuove proposte italiane per una sezione che unisce l'anima del laboratorio con il corpo dinamico delle figurazioni più contemporanee. Qui non conta l'anagrafe ma l'età dello sguardo, la natura ibrida dei linguaggi, l'impatto di una veggenza che indaga le planimetrie del reale. Artisti italiani che ci raccontano storie attraverso gli input dei loro mondi riconoscibili.

A cura di Gianluca Marziani

 

Palazzo Collicola Arti Visive presenta Sergio Russo. Un esordio in età matura che incarna l’anima più empatica del nostro museo, ovvero, indagare le molteplici strategie della creazione artistica, le anomalie significanti, le belle storie che prescindono da anagrafe e dettagli biografici. Qui a Spoleto non ci limitiamo al valore istituzionale del racconto titolato ma includiamo lo scandaglio e le emersioni laterali, rischiando sul campo della proposta, con la coscienza del dialogo aperto, senza certezze ma con il lusso dello spiazzamento ragionato.

Sergio Russo è un signore di antiche eleganze e modi calibrati. Durante le conversazioni lui osserva prima i dettagli e poi la versione generale, dimostrando una sensibilità che viene dalla sua professione di parrucchiere, incarnata con talento raro e ispirazione speciale. Una prima vita che non è un lontano ricordo ma, possiamo dirlo, una parte ormai minima dopo cinquant’anni da stimato maestro. Russo parla a voce bassa e passeggia con fluida morbidezza, attivando i sensi con sincronica partecipazione. Gli occhi saettano ad animata velocità, quasi a voler comprendere la bellezza nei margini del caos, quasi a non disturbare il naturale rumore della vita. Oggi rivela la sua vita parallela e lascia esordire le opere, nate durante anni recenti e meno frenetici, figlie di un’età in cui il professionista ha già dimostrato: motivo in più per dire che le dimostrazioni diventano “mostre”. Nulla era mai uscito dal portone della sua casa in campagna, ogni singolo lavoro aveva trovato sistemazione definitiva lungo i perimetri della propria cerchia domestica. Finché mesi fa, con la tenacia delle sfide rigeneranti, abbiamo immaginato questa seconda vita, tracciando le mappe del nostro destino, disegnando coordinate per qualcuno anomale ma non insospettabili.

Un viaggio coerente nel circuito biologico del riuso attivo, nei materiali saggi di una campagna generosa, pronta ad offrire lo spunto testuale, l’escamotage figurativo, la chiave concettuale. Quando parliamo di campagna s’intende, in realtà, il serbatoio continuo di scarti agricoli, meccanici, idraulici ed elettrici che una tenuta nel verde produce a ciclo continuo. Immaginate una fucina in cui gli scarti vengono divisi per tipologia di materiale, un posto di attrezzi e macchinari da cui pescare con vorace energia. Adesso pensate a Sergio Russo che gestisce quei frammenti con le sue mani flessuose, abituate per decenni alla leggerezza soffice, capaci di trattare il ferro e il legno con morbida passione. La fucina si trova nella campagna laziale, nella zona di Sant’Oreste, dove il nostro artista ha costruito tanti anni fa il suo rifugio straordinario. Qui, seguendo le vicende cromatiche del paesaggio, Russo sta sviluppando le sue forme sinuose, i suoi colori mai casuali, i prelievi di frammenti che dal paesaggio giungono. Qui sta nascendo un giardino tra land art e botanica visionaria, un hortus sorprendente che rimanda alle opere di formato murale, ai singoli pezzi di una visione poetica tra natura e artificio.

Le opere di Russo vivono una relazione privilegiata con il colore, una simbiosi che insegue la vertigine del paesaggio circostante. Ogni tinta si adagia sulle superfici dure, sui materiali grezzi, sugli oggetti tenaci, trasformando la durezza in panneggio plastico, come un’apparizione di sottili stoffe setose. Verdi, arancioni, blu, rosa, gialli… gamme che hanno tonalità ben studiate, mai piatte o nette, che vibrano ai cambi di luce, che richiamano singoli momenti naturali.

I materiali di scarto sembrano attraversati da un erotismo fluido, da una coscienza del bello che l’artista gestisce con parsimonia mercuriale. Le opere sono sensuali, fluttuano sul muro come grandi foglie sospinte dal vento estivo, quasi a perdere le proprie origini “sporche”. Forme che abdicano alle funzioni d’uso, favorendo le metodiche contemplative e liberatorie. Le rondelle da ferramenta sono il miglior esempio per capire l’approccio di Russo: un oggetto seriale, destinato a utilizzi poco poetici, che si trasforma in punto di trama, cerchio dopo cerchio fino a creare una geometria derivata, uno specchio frammentato del paesaggio che si sublima nel moto plastico delle tavole.

La natura frammentaria si raccorda sulle superfici dure dei quadri, segue una tensione interna che calamita le forme verso geometrie cosmiche. Che si tratti di lente incisioni nel legno, pigmenti di pollini, frammenti di piante o elementi ferrosi poco cambia nel vitalismo plastico dell’opera: perché ogni pezzo insegue archetipi geometrici che riportano al macro del cosmo, alle galassie e stelle, verso uno spazio che nel mistero conserva la sua rigenerazione vitale e il suo principio metafisico.

Anche le sculture partecipano al flusso energetico tra cosmo e corpo, diventando pianeti autonomi con una loro carica sensuale e aggregativa. Il pallone da rugby arpionato dalla pietra racchiude tutto ciò al meglio: un ovale che è forma simbolica (seme, uovo, inizio) e metafora femminile (vagina, ventre, occhio), bloccato senza sforzo da una morsa dura ma flessuosa, un po’ come l’amore che stringe la donna in un abbraccio protettivo e rigenerante. Le altre sculture ragionano con la medesima energia dei contrasti, unendo materiali dissimili che percorrono le dinamiche della sensualità e dell’artificio naturale. Ad esempio, nel caso del cubo fatto di soli tiranti, la ripetizione definisce l’armonia, agendo con simile spirito metaforico e impatto concreto. O ancora l’uso dei chiodi, interi o spezzati, per modulare superfici tra il paesaggio collinare e il dettaglio femminile, ribadendo una sincronia fedele tra corpo e paesaggio, realtà e visione.

 

›› CATALOGO

 

19 MARZO - 22 MAGGIO 2016
25 GIUGNO - 25 SETTEMBRE 2016

A cura di Gianluca Marziani

in collaborazione con Fondazione Mudima

 

Per raccontare Pierpaolo Curti bisogna iniziare dalla sua storia giovanile come calciatore professionista. Qualcuno potrebbe dire: un’esperienza distante dal rigore ascetico che modula le solitudini dei suoi paesaggi pittorici, in realtà una sintonia profonda tra origini private, gap adolescenziali e scelte adulte. Le età della vita si sintetizzano nella coscienza del proprio fluttuare, nell’incoerenza apparente che concilia distanze. Non si può fuggire dalle origini, dalle storie che ci hanno preceduto, dai mondi in cui ci sentivamo accolti. Siamo un incastro di esperienze che risolve la contraddizione con una possibile nuova azione: l’agire della nostra volontà, del nostro desiderio, delle nostre aspirazioni utopiche, del nostro appartenerci e riconoscerci.

Pensate allo sport come applicazione di metodo e disciplina, due input che definiscono la genetica figurativa di Curti. Due codici che riguardano un’educazione individuale (il singolo) dentro un resoconto collettivo (la squadra). Due spinte che rendono l’esperienza fisica un codice sorgente, quel silenzioso stato mentale che plasma la vocazione ascoltata, le attitudini genetiche, le scelte tematiche e stilistiche.

La struttura del campo calcistico ha influenzato, in termini subliminali, il meccanismo ottico di Curti. Quel rettangolo lo ritroviamo per indizi logici, segnali metaforici, direzioni tracciate. Rilascia dettagli nei singoli quadri, calibrando visibile e implicito, solido e gassoso, tranquillità e allarme. La grammatica del campo crea equilibrio gravitazionale nei paesaggi, disegna confini dinamici, impressioni visionarie.

Impossibile, poi, prescindere dalla dominanza del verde, stabilendo un legame indotto con il colore tipico del calcio. Immaginate di aver trascorso sull’erba l’adolescenza e oltre, giorni di allenamenti e partite, cambiando squadre e città, ruoli e condizioni professionali. Quel prato diventa la tua radice essenziale, il tuo contesto retinico, il paesaggio che accoglie l’agonismo atletico e l’ambizione vincente. Finché, un giorno, ritrovi quel verde nel cuore della tua visione, capisci che un colore ha connotato le priorità del tuo impianto visivo.

Una calma sospesa attraversa gli scenari dipinti. La parola giusta è sospensione, come se il tempo interno somigliasse a un suono cosmico dalle note lunghissime. Quegli esterni potrebbero raccontare pianeti lontani, dove scale e piattaforme rappresentano l’archeologia di una civiltà estinta. Un tempo sospeso che torna nello studio di Curti, uno spazio a Lodi che guarda verso i campi, dotato di una finestra che sembra un quadro, così integrata alle atmosfere dei verdi pittorici e dei contesti interiori, così silenziosa da far pensare ai sentieri di montagna oltre i tremila metri, gli stessi che l’artista percorre quando il trekking lo spinge negli anfiteatri del silenzio, dove le vertigini verticali ampliano la geografia del suo sguardo figurativo.

Nei quadri vediamo ambienti senza presenza umana. Spazi di ascetica solitudine, frammenti di una natura che intuiamo ma non circoscriviamo. Chiunque scoverà qualcosa di proprio in ogni lavoro: lontani ricordi, echi fotografici o filmici, musiche elettroniche, voci di vacanze trascorse o di memorie parentali. Impossibile non leggere l’immagine senza un momento personale, anche perché la stessa assenza umana stabilisce uno spazio attivo per lo spettatore, una specie di ruolo partecipativo in cui l’opera diviene quinta scenica su cui muovere il nostro sguardo. Un paesaggio pittorico che modifica la nostra percezione, silenziosamente e densamente, sfruttando l’alchimia di forme senza tempo, al confine tra ignoto terrestre e immaginario alieno.

I paesaggi di Curti rappresentano la geografia liminale di un’altra visione, parallela a quella reale ma ulteriore, intuitiva, privata. Ridefiniscono il valore dell’ignoto, evocando la fantascienza di certo cinema planetario ma anche le zone senza umanità dopo un disastro nucleare. Come ogni interrogativo aperto, creano tensione ma non vogliono spaventarti. Sono brevi segnalazioni di pericolo, messe in campo attraverso scale, ponti, aste, orizzonti indistinti, altezze non rivelate. Nulla dichiara il dramma ma tutto richiama un climax elettrico, un pathos d’ambiente che pulsa, pulsa, pulsa, pulsa…

Curti è un artista che attraversa la metafisica con passo autoriale, ancorato al presente ma con salde radici storiche. L’attesa morandiana di uno spostamento impossibile torna a farsi sentire nel passo figurativo di Curti. Si percepisce la pulsazione lenta ma costante, un battito sottotraccia che ha portato la natura morta verso il paesaggio mentale, verso le zone d’ombra del ripiegamento psicanalitico, verso le luci rivelatorie, verso il dubbio che piaceva a Samuel Beckett, verso il lunghissimo silenzio di un orizzonte impossibile.

Ci sono bordi, strapiombi, dirupi, ponti tra due rocce, trampolini nel bianco infinito, scale su montagne ripide… i luoghi placidi di Curti nascondono un limite invalicabile, un punto di non ritorno che determina la coscienza di un vuoto continuo, di un pericolo con cui confrontarsi e dialogare. Assistiamo a un autoritrarsi psichico che elabora paesaggi oltre il reale, dentro una vita parallela che ha svuotato la quinta naturale dalla presenza umana, così da lasciare spazio al viaggio intimo dell’individuo. Non è un processo surreale ma un meccanismo ultrareale, come se il plausibile mescolasse l’assurdo e il concreto, senza che nulla somigli davvero a un sogno, senza che nulla sembri completamente verificabile.

 

Presso il bookshop del museo è disponibile un catalogo con testi di G. Marziani, A. Madesani, D. Di Maggio.

 

›› www.pierpaolocurti.com

 

A cura di Gianluca Marziani

 

Mauo Iori è un uomo che molti dovrebbero conoscere. Una lunga vita come insegnante d’arte in accademie e scuole della Capitale, formando generazioni, intuendo talenti e caratteri, trasmettendo agli studenti la stessa passione che lo guida tra le mura intime del suo studio, quando il colore e la tela diventano per lui ossigeno, quotidiana rigenerazione. La mostra vi svelerà la sua storia, i suoi mondi, il suo talento, seguendo idealmente il suo doppio passo: dipingere e insegnare, insegnare e dipingere, concependo la pittura come un diario sentimentale e avvolgente, uno scambio di doni tra se stesso e il mondo esterno…

Romano di nascita e formazione, Iori ha iniziato a esporre verso la metà degli anni Sessanta. Cinquant’anni d’arte con un pensiero fisso: alimentare una pittura totale che metabolizzasse, con rigore e armonia figurativa, la gran massa d’informazioni e suggestioni assorbite. La città è sempre stata il suo bacino di vita vissuta, il mare la sua fuga, le donne la sua linfa. L’accademia ha incarnato, invece, la generosità, la condivisione dello sguardo, la partecipazione progettuale. Dipingere era e rimane il suo collante tra la vita vissuta e la trasmissione del sapere: un campo metafisico in cui offrirsi alla memoria mentre si comprende il presente e s’intuisce il futuro. Non è un caso che la sua pittura sia capiente, stratificata, debordante di elementi: l’artista ricrea nel quadro una partecipazione collettiva, un teatro del continuo presente, dove la moltitudine significa esperienza, crescita, connessione totale.

Il canone figurativo di Iori mescola tecniche, generi, atmosfere e stili con bulimia e personalità espressiva, tanto da renderlo unico nel suo vocabolario dalle mille voci. L’artista porta nel quadro gli interessi personali, i dilemmi privati, le passioni che scaldano, i legami e le fughe, gli erotismi e i piccoli feticismi, le cose minime, gli strumenti del suo lavoro, le curiosità banali, i maestri del Novecento... dentro le opere, in modo sottile ma continuo, si depositano le parziali risposte che ricostruiscono una persona e ne definiscono la personalità. Quadri che non accettano un singolo centro e divagano sui bordi del ricordo, nei margini dell’esperienza, moltiplicando prospettive e punti di vista, come la mente quando registra le informazioni per poi ordinarle, sistemarle, gettando quelle inutili, integrando le sole “necessarie”. Il mondo di Iori è un registratore visivo di voci e modi urbani, colori e sapori, toni e volumi: sorta di sistema digestivo che si raccoglie nello spazio chiuso dell’atelier, dove il silenzio assorbe dettagli, emozioni, curiosità, evidenze. Qui, nell’antro urbano del rifugio necessario, l’artista metabolizza l’esperienza del quotidiano,

La mostra a Spoleto si focalizza sullo studio/atelier dell’artista, il luogo fisico che ingloba la dimensione spirituale ma, soprattutto, l’ordine reale di giornate altrettanto reali. Il suo è uno spazio di condensazione in cui si accumulano ricordi e oggetti, opere e strumenti lavorativi, sogni e mobili, citazioni e rielaborazioni, brandelli notturni e diurni. Un luogo fisico che, tramutandosi nel compendio sintetico di un’esistenza, diventa il presente di un’opera in continuo divenire. Quel suo atelier domestico sollecita incastri, invenzioni, memorie disperse, storie veritiere e aggiunte fantastiche. Appare come un campo panoramico dalla prospettiva orizzontale: dentro si sovrappone la citazione picassiana alle luminose finestre verticali, il caos dei barattoli di colore a una colonna da loft statunitense, un paio di scarpe femminili ai fogli sparsi, un vestito sexy a un oggetto anonimo. Molte cose riguardano il vero, altre appartengono allo spazio scenico della mente creativa, disvelando un incrocio di strabilianti citazioni, procedendo oltre le avanguardie, metabolizzando gli elementi. La sua arte è così: una fusione continua di simili e opposti, un suq emozionale che mette lo spirito sopra la pelle e una nuova epidermide attorno all’anima.

Mauro Iori, durante gli anni Novanta, fu tra i primi artisti italiani a usare la tecnologia digitale con competenza linguistica e asciuttezza iconografica. Nel suo processo ibrido mescolava fotografia, disegno, collage e pittura. Procedeva per gradi, disegnando, ingrandendo, dipingendo, ritagliando, stampando e ristampando diversi passaggi, di nuovo intervenendo fino al punto finale, quando l’ibrido aveva raggiunto una sua plausibile risoluzione. Alla dimensione tecnologica si accosta, da sempre, una pittura più tradizionale ma ugualmente complessa per ideazione e struttura esecutiva. Le opere sul suo atelier ne sono il perfetto esempio: una dimensione babelica degli elementi, geografie di tessuti e cuciture che sintetizzano le ragioni profonde del suo sguardo generoso.

 

19 MARZO - 22 MAGGIO 2016

a cura di Gianluca Marziani e Italo Bergantini

 

Ascoltare gli echi di un paesaggio intermedio, le linee frequenti di una vibrazione nel vento nordico, il fruscio sonoro di sottili foglie che si distendono verso luci dal respiro polare… Ascoltare la pittura nel suo rumore sotterraneo, nei suoi echi metaforici, nelle sue geometrie organiche… Ascoltare il viaggio di Franco Marrocco nel suo elegante universo in dissolvenza incrociata, tra foreste dei sogni, nature ibride, mappature interiori, richiami spirituali…

Marrocco ha sempre tradotto il valore complesso e l’attitudine essenziale del dipingere. Ha cercato di svuotare l’immagine fino allo scheletro portante, ai muscoli significativi, ad una pelle coi colori del cielo: pochissimi elementi per mettere in scena le tracce del suo sistema interiore. Un processo in cui s’intrecciano rarefazioni nebulose, scivolamenti liquidi, fessure solide, sempre alla ricerca di una grammatica autonoma che traduca, con misura e sensatezza, gli alfabeti cromatici dell’autore…

L’artista agisce per indizi, dipingendo tracce che sembrano scosse da due destini concentrici: apparire dal vuoto, come una rivelazione in divenire, o scomparire gradualmente, come un’azione accaduta che lascia sedimenti. Due modi che gestiscono l’entropia necessaria del campo pittorico, creando equilibri vibranti ed elettrici, sospesi nella vicenda del singolo colore. Apparire e scomparire con l’obiettivo di imprimersi sulla superficie, dando lucidità agli echi di un passaggio…

Apparire e scomparire, inspirare ed espirare: la pittura pulsa per metafore e simboli, trasformando l’idea del corpo nella forma del paesaggio, favorendo la messinscena di un altro reale che nasce per tracce sopra la forma del mondo, a immagine e somiglianza del proprio sistema interiore. Una pittura che respira sul battito del mondo…

La struttura del quadro conferma la pulsazione aerobica che governa l’approccio estetico. Ogni opera nasce da telai di forma diversa, accostati per creare un unicum corporeo, dove la superficie maggiore rappresenta la colonna vertebrale con gli organi vitali, mentre i telai più piccoli incarnano gli occhi verso l’esterno, le braccia che afferrano, le gambe che camminano…

Il percorso di Marrocco è un cammino consapevole nella riduzione del superfluo. Il suo passo ha un profilo orientale, sembra tarato sulla cultura giapponese della ceramica, dove l’evidenza del talento si mostra nel silenzio del passo sospeso. Lunghezza e lentezza danno il tempo e lo spazio all’azione calibratissima del segno, agendo con prassi armoniosa attorno alle cuciture del quasi invisibile. L’opera si rivela con timidezza sensoriale, non usa il timbro marcato delle decisioni nette; al contrario, parla con frasi semplici ma dense, ricordando la letteratura soppesata di Milan Kundera, la prassi metafisica di Peter Handke, le atmosfere nebulose di Yasunari Kawabata…

La Natura ci accompagna in questo viaggio sensoriale dentro gli umori dello sguardo. Scorriamo l’occhio emotivo dell’artista, gli stati d’animo, le sensazioni momentanee, un codice dei sentimenti che si declina sul distillato sensuale del paesaggio atmosferico. Quella di Marrocco è una natura senza enfasi, avvolgente col suo suono nascosto, una natura che scorre dal vetro di un treno mentre si attraversano interminabili pianure. Talvolta sembra giungere sui bordi del grande fiume, altre volte rimanda a un torrente tra pietre bianche e canne di bambù, altre ancora lascia intravedere un tramonto sulla laguna, un’alba tra le risaie, una luce tra le colline… anche quando immaginiamo un incendio o un sole zenitale, lo sguardo di Marrocco mantiene la giusta distanza e non si lascia “bruciare” dagli eventi, così da poter osservare la trasformazione dei colori atmosferici, la loro inquietudine inestinguibile.

E’ sempre il colore a decidere lo stato d’animo dell’opera. Le sfumature, i toni e le gamme mediane, una complessa declinazione delle cromie che dimostra un solido ragionamento attorno all’essenzialità necessaria. Nulla si aggiunge con modi superflui, qui si ragiona con istinto alchemico affinché il colore pulsi con fisicità lieve ma decisa. Il poco è in realtà quanto basta per offrire una vita sentimentale alla geometria: nasce qui il paesaggio intermedio di Franco Marrocco, la sua porzione di interiorità abitabile, la geografia pittorica che il bianco dei muri conduce lontano, molto lontano…

L’opera come stato dell’anima…

 

Presso il bookshop del museo è disponibile un catalogo (Edizioni NOMOS) con testi di Gianluca Marziani, Martina Corgnati, Giovanni Iovane, Emma Zanella.

3 DICEMBRE - 12 FEBBRAIO 2017

A cura di Gianluca Marziani

 

Vertiginose presenze dentro camere fibrillanti… l’agonismo muscolare compresso da un moto centrifugo indefinibile… il genere vivente nella dimensione entropica del gesto orchestrato…

Così l’artista parla della sua pittura: “Osservo i comportamenti, m’interessano le cause che generano effetti, soprattutto sugli esseri viventi. Dall'osservazione scaturisce una nuova interpretazione della realtà in cui il possibile e l'improbabile si mischiano. Il movimento diventa elemento essenziale, focalizzato nel suo durante, ed è un moto senza compimento, un accadere senza succedere, pura sospensione di un gesto.”

Spoleto. Estate 2016. Palazzo Collicola Arti Visive. Siamo al Piano Nobile di un rigoroso edificio settecentesco nel cuore della cittadina umbra. Per la personale di Nicola Pucci non esisteva miglior spazio elettivo dell’appartamento gentilizio, sorta di completamento esogeno per (ri)ambientare gli stessi ambienti pittorici, ampliando la vertigine iconografica dei corpi, aprendo l’opera al cortocircuito degli arredi, dei soffitti affrescati, delle pareti dipinte, delle quadrerie tematiche. I quadri diventano frangenti installativi, vengono posizionati a terra, sui mobili, addosso ad un muro, sospesi come finestre senza ali. Un allestimento che ribalta il rigore frontale da parete bianca, trasformando lo spazio in una navicella temporale che attraversa i secoli e lascia fluttuare le opere in modo scenografico, come parti attive di una memoria futuribile.

Gli scenari di Pucci hanno la tenacia narrativa dei romanzi metatemporali. Sono ambienti densi di energia, esistenti ma astratti nell’essere palcoscenico per fulminei incontri ravvicinati. Danno forza ai corpi e prendono forza dai soggetti in campo, diventando quinte kubrickiane di un fermoimmagine tra Giacomo Balla e René Magritte. Del grande futurista il nostro richiama la gestione pittorica dei corpi dinamici, mentre del surrealista belga richiama le relazioni fuoriscala tra figure e camere. Pucci unisce la continuità spaziale dell’azione con la frontalità di una scenografia realistica, giocando tra spinta (Futurismo) e compressione (Surrealismo), tra dinamismo e introspezione visionaria.

Senti che circola un moto centrifugo e gravitazionale, un’energia invisibile che teatralizza le scene e alza il livello del quotidiano, secondo accenni onirici che non sono mai puro sogno ma neanche piena aderenza al vero. Un percorso tra viaggio mentale e realtà, stranezza e presumibile, artificio e provocazione muscolare, tra dimensioni relazionali che creano qualcosa d’inclassificabile, nel canone inverso della realtà altra.

I mobili, le stoffe, i pavimenti, le lampade, le stoviglie… anche l’inorganico manifesta una precisa idea di design, moderno senza esasperazione, una grammatica di stile che si amalgama con l’apparato umano e lo completa, definendo un gusto sociale e un’estrazione culturale. Un approccio di natura teatrale che Pucci cura nei singoli dettagli, rivelando il valore catartico degli oggetti con la loro simbologia sentimentale.

Difficile non emozionarsi davanti alla sua pittura: misteriosa, drammaturgica, dinamica, ambigua, realistica eppure assurda… è una visione che inventa immaginari, una pittura cinematica dal montaggio interno, puro movimento implicito come poche volte capita davanti ad un quadro.

Prevalgono le donne nei quadri di Pucci. Sono eleganti e sensuali, sedute su poltrone o divani, ammalianti e magnetiche nelle loro posture, nell’abbigliamento, negli accessori indossati. Inscenano il cuore caldo dell’opera, la pulsazione erotica che si diffonde, il centro che fa ruotare gli eventi attorno al proprio asse ideale. Le donne generano e rigenerano, da sempre il ruolo principale in pittura spetta a loro, così come la vita ha riservato loro il fattore riproduttivo della specie. Il quadro, sintesi di un atto demiurgico e divinatorio, rispecchia la vita con le sue priorità, al punto da lasciare il centro all’icona femminile, al soggetto che meglio rappresenta la genealogia del vivente, la forma del mistero, l’evocazione del futuro.

Compaiono gli sportivi, nuotatori in particolare ma anche pugili, cavalieri, calciatori… i loro gesti appartengono al flusso ordinario della vita mediatica: per qualche spettatore incarnano una passione agonistica, per quasi tutti sono i simboli di un atletismo dai connotati sociali (e, talvolta, culturali). E’ il loro atletismo, improvviso e scattante, che alza la temperatura emotiva nel quadro, che altera il codice realistico senza romperlo. Un’azione plastica che ragiona coi codici metaforici della statuaria antica, come se gli attributi iconografici del marmo avessero invaso la vita reale dei protagonisti.

Non mancano gli animali: cavalli, cani, scimmie, galli, aragoste… loro e altri per spiazzare la messinscena, incarnando il cortocircuito della comunicazione primaria, rompendo il realismo con un balzo nell’assurdo percettivo. E’ vero, non vedrete mai un fantino a cavallo che entra in un vagone di metropolitana; però quel fantino esiste, quel vagone pure, esistono piani del reale che si sovrappongono fino a scatenarci l’interrogativo. Su quel dubbio percettivo si gioca la partita di Pucci, del suo realismo psicanalitico, della sua coscienza figurativa. Su un moto tra realismo e finzione si decide la mossa concettuale del progetto, il destino iconografico di una visione così radicale.

Presso il bookshop del museo è disponibile un catalogo bilingue (italiano/inglese)

 

www.nicolapucci.it

 

25 GIUGNO - 25 SETTEMBRE 2016