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COSMOGONIA
LE SUPERNOVA DEL COLLEZIONISMO ITALIANO
Un percorso tra collezionismi dai percorsi anomali, avventure umane che si trasformano in opere, viaggi visionari in cui l'arte coinvolge i sensi… bellezza, ironia, intelligenza, sollecitazione, intuito, veggenze: l'arte contemporanea diventa un racconto di vita, una narrazione virtuosa per dare all'opera d'arte lo spazio di una nuova riflessione.
29 GIUGNO - 29 SETTEMBRE 2013

A cura di Gianluca Marziani e Marina Deserti

 

Terzo capitolo del progetto COSMOGONIA, dedicato alle collezioni italiane con un’alchimia rara e una storia unica da raccontare. LE SUPERNOVA DEL COLLEZIONISMO ITALIANO, dice il sottotitolo: perché si tratta di un collezionismo dal cuore “sartoriale”, costruito con la coerenza del gusto intimo, come un perimetro identitario che definisce una strategia della bellezza. COSMOGONIA racconta la passione della scoperta, l’amore per l’opera, la tensione della ricerca, l’intuito per la rivelazione. Un viaggio nell’anima del collezionista, dove l’arte disegna il codice sentimentale di una persona. Signore e Signori, benvenuti nella nuova COSMOGONIA di Palazzo Collicola Arti Visive…

Entrate pure nel cielo cosmogonico delle collezioni che amiamo raccontarvi. Oggi però non cammineremo tra le sale del Piano Nobile, dove solitamente allestiamo le collezioni con mimetismo installativo. Non era possibile distribuire una collezione di quadri nelle zone che si prestano a lavori plastici e volumetrici, dentro perimetri nobiliari in cui di solito non si sfruttano le pareti ma il pavimento, i mobili, lo spazio aereo. Per la collezione di Marina Deserti avevamo bisogno di muri bianchi e sale disadorne, ci servivano fogli bianchi su cui trascrivere le frasi di questo viaggio a ritroso, dentro la memoria di un’esperienza umana, nel viaggio pubblico che diventa raccolta collezionistica. Una collezione intima. Una collezione DAVVERO privata.

Un viaggio espositivo che ripercorre una memoria privata attraverso l’arte contemporanea. Marina Deserti, bolognese e imprenditrice di successo, riavvolge una fetta della propria vita assieme ai lavori di Mario Schifano, raccolti negli anni in un continuo legame tra cultura e passioni quotidiane, famiglia e tempo libero, ricordi e sguardo sempre in avanti. Una selezione di opere per un viaggio museale in 12 sezioni tematiche, arricchito da diversi inediti e una sorpresa finale, la sala completa coi quattro grandi quadri "Ex Film". Disegni, tele, collage, stampe, Polaroid e un oggetto scultoreo per attraversare i mondi di Schifano dentro le energie sentimentali di una collezione “davvero” privata.

Le 12 sezioni tematiche ritmano l’andamento eterogeneo dei lavori prescelti, piattaforme che indicano le principali nature dell’artista, i suoi punti luminosi, le predilezioni maniacali, i migliori caratteri figurativi. La cosa importante è che molti pezzi potrebbero appartenere a più sezioni, confermando così l’attitudine aperta dell’opera, la sua qualità meticcia, la pienezza in termini ispirativi ed elaborativi.

Gianluca Marziani: Raccontare questa collezione è un privilegio che rende immersivo ed emozionante il lavoro del curatore, un viaggio prezioso in cui ho ripercorso, attraverso la collezione di Marina Deserti, le varie fasi di un maestro dell’arte italiana. Difficile trovare collezioni così filologiche attorno ad un singolo autore. Se poi quelle opere sono sorprendenti, spesso inedite, firmate da uno dei più dotati e prolifici artisti contemporanei, l’emozione progettuale diventa un’esperienza germinativa.

Marina Deserti: La collezione è fatta di varie parti, in particolare i regali di Gabriele a me e ai miei figli… molte opere hanno, infatti, una dedica, una motivazione, sono state date in occasioni speciali o per completare una stanza, una parete. Poi ci sono le opere di cui ero “committente”: credo che Mario non avrebbe mai fatto un paravento se io non ne avessi avuto necessità, né avrebbe lavorato con il Domopak se non lo avessi sfidato a farlo: sono opere uniche. Quindi ci sono i regali di Mario: volevo delle palme, anzi volevo “un tipico Schifano” con dentro “tutto”! Mi fu fatto e in basso si legge: “Marina, ti piace o no?” E infine ci sono altre opere, a cui ho trovato un posto nella mia casa, ed altre che per la prima volta vengono appese secondo un filo più critico che estetico o affettivo.

Una volta terminata la mostra, la Sala Ex Film diventerà per alcuni anni una nuova stanza della Collezione Collicola. Un’esperienza immersiva nel nero delle tele, quasi cinque metri di lunghezza ognuna, posizionate a quadrato su quattro lati, una sorta di camera mediatica in cui la pellicola filmica si traduce in sospensione metafisica, spazio di astrazioni mentali oltre qualsiasi tecnologia.

 

 

25 GIUGNO - 30 OTTOBRE 2011

A cura di Gianluca Marziani e Valentina Moncada

 

Ad un anno preciso dalla nascita di Palazzo Collicola Arti Visive, ecco il secondo appuntamento cosmogonico tra le collezioni italiane: ad aprire le danze visuali ci pensa Valentina Moncada, gallerista e collezionista, donna di passioni personali e intuizioni felici, curatrice di eventi e mostre dove la fotografia si conferma linguaggio privilegiato ma non univoco. Ci conosciamo da vent’anni, da quando scoprii il suo spazio bianco nel cortile del 54 di via Margutta. Non ho perso una mostra, seguendo i suoi passi da talent-scout, le sfide che altre gallerie non accettavano, godendomi opere che negli anni Novanta non scovavi in nessun museo romano. Mi piace il confronto con questa tipologia di collezionismo, un felice ibrido tra professione e vita privata, il mix più riuscito di grandi amori e avventure coerenti, lampi poetici e anomalie progettuali. Rappresenta una precisa formula del collezionare, fatta di passioni che toccano il mercato ma senza vincolarsi alle leggi del business, vicina ai giovani ma non dimenticando i maestri di riferimento, internazionale per natura senza scordare il valore del proprio territorio.

Anche stavolta ho costruito la mostra assieme al collezionista, passando pomeriggi tra le sale del piano nobile, stilando comunanze e posizioni installative, dialoghi e contrasti tra le camere, ipotizzando ribaltamenti di senso e invenzioni di un nuovo senso. Il progetto è nato per germinazioni intuitive, in parte sfogliando le immagini fotografiche delle opere, in parte con la nostra fantasia che evocava atmosfere, densità emotive, stimoli sensoriali. Alla fine abbiamo raggiunto un elenco essenziale, una squadra alchemica che incastra le naturali diversità in una convivenza liquida e al contempo radicata.

Il salone d’apertura, stanza d’accoglienza e sfarzo aristocratico, parte con un volo bloccato a terra, un capolavoro di Tony Cragg che supporta tutta l’immaginazione attorno ad un’avventura espositiva. Dal ballatoio l’aereo galleggia in altitudine sul pavimento della sala, dal basso si trasforma in paesaggio di reperti ordinati, un mondo di oggetti e ricordi per celebrare le ibridazioni plastiche del pop universale. Davvero il miglior augurio per intraprendere un attraversamento dentro l’attualità della memoria.

A conferma di un percorso che evoca impegno e peso specifico, la successiva infilata di stanze comincia dai piedi: ieri con la scultura di Francesco Arena che metteva due blocchi di marmo sotto una calzatura punitiva, oggi con l’apparizione argentata di Yayoi Kusama e la sua scarpa surreale, un inno alla passeggiata liberatoria della nostra mente, una vertigine psicomotoria per celebrare le oasi della memoria dentro gli oceani del presente.

Subito dopo si passa alla stanza dai muri verdi in cui sbucano tre fotografie di Hiroshi Sugimoto. Se ieri toccava ad un paesaggio naturale di Olafur Eliasson, oggi sono gli schermi bianchi a ridarci una visione orizzontale dell’occhio d’autore, un taccuino segreto che compare come libro aperto, ipotetico diario di viaggio romantico tra ascensioni mistiche e rigore spirituale.

La terza camera cerca il suono nascosto dentro l’opera, un salottino che già l’anno scorso immaginai come camera della musica invisibile. Ieri la fotografia col concerto di incappucciati firmato Sislej Xhafa, oggi una scultura totemica di Chen Zhen, reperto prezioso del più catartico tra gli artisti cinesi. La sua luce, i simboli del lettering, la sabbia e alcuni oggetti dietro il vetro, tutto parla di “suoni” e silenzi asiatici che si avvolgono attorno alle note occidentali della visione archeologica.

Volevo che le prime camere in sequenza evocassero il clima curatoriale della precedente mostra, intrecciando quel filo rosso che connette i piani della memoria coi campi dell’esperienza. Il resto della mostra scorre con soluzioni d’allestimento più “obbligate” (nella sala col tavolo tondo è quasi impossibile non privilegiare quel punto installativo) ma anche sorprendenti e narrative, tante storie fatte di richiami, aperture, vibrazioni, scosse. Sono state le opere a instillarci un nuovo ordine degli spazi, a stimolare l’anfratto e il dichiarato, il centro netto o l’angolo indeciso. Penso a Josè Maria Sicilia e al suo quadro floreale dagli echi divisionisti, un richiamo a Pellizza da Volpedo che è stato inserito sull’angolo, in corrispondenza con un vaso di fiori sopra il tavolo. Poggiarlo a terra era un piccolo azzardo ma lo abbiamo messo all’angolo senza titubanze: e subito la rivelazione del dialogo con l’unico vaso di fiori del piano, un gioco in apparenza formale che spiega la meccanica degli spazi, i rapporti tra luci e colori, i confini della decorazione e le aperture dell’invenzione. Ancor più rivelatorio il tavolo coi sei cassetti, al centro di una stanza che era stata pensata da subito per Richard Avedon. Sei fotografie inedite del 1946, una sequenza dal tenore cronofotografico che pareva nata per vivere qui dentro, si è rivelata a perfetta misura di spazio ma soprattutto di tempo mentale. Così Anselm Kiefer che aveva nel suo genoma il prezioso tavolo circolare: il libro di piombo sembra figlio naturale di quel complemento, partorito dal legno per essere sfogliato da ogni lato con passo sciamanico e circolarità pollockiana. Così anche Rachel Whiteread con uno dei suoi calchi d’esordio, elemento dal chiarore marmoreo al centro di una sala asciutta dove il rigore unisce le distanze figurative. Stesso discorso, infine, per Luigi Ontani e la giungla di alberi in bambù, una selva verticale che ci rivela sorprendenti maschere in cartapesta, pura anomalia poetica che abbraccia culture e plasma nuovi immaginari scultorei. Una sequenza da carnevale degli eroici artisti che sono gravitati a Via Margutta, la strada romana dove vive lo stesso Ontani e dove Valentina, nel 1990, ha aperto la propria galleria.

E poi ci sono le sorprese che sorprendono, il lampo che reinventa lo spazio e ne ribalta il carattere iniziale. James Turrell con la luce sensoriale che plasma l’unica camera senza mobili e definisce un volume del viaggio interiore. Esperienza dentro l’esperienza con la trasformazione dello spazio solido in ambiente cromatico. E poi Pablo Picasso con alcuni costumi scultorei del 1917 che ricreano un teatro postcubista dentro il teatralismo scenografico di una camera affrescata. Vero gioco di veggenze ed eclettismi che stupirà per il tasso avanguardista e il tenore poetico del puro genio.

Nel viaggio non mancano alcuni autori italiani più giovani (parola ormai pericolosa in arte ma credo renda il senso anagrafico del percorso), quelli che Valentina ha supportato, visto maturare passo dopo passo, opera dopo opera, mostra dopo mostra. Donatella Landi coi suoi vassoi installativi da cui sbucano tubi misteriosi ad alto tasso simbolico, evocazione del porto di Amburgo in cui gli elementi d’uso funzionale, mescolati al piano sonoro, modificano le coordinate architettoniche. Carlo Gavazzeni con due lightbox fotografici e una fotografia dal taglio orizzontale: flash di corpi e reperti archeologici, lampi di tempo dilatato e spazio compresso per una visione densa, figlia iconografica di un talento della fotografia dal passo pittorico. Francesco Mernini e una doppia chiave del suo immaginario: un grande quadro che indaga l’architettura razionalista con attitudine fredda e postmediale; una scultura che sottolinea la concettualità elaborativa dietro un volume abitabile. Due opere connesse per un artista che sembra l’unico vero erede di Gerhard Richter. E’ svizzero ma conosce bene l’Italia Donato Amstutz, altro artista su cui Valentina ha scommesso e vinto. In mostra due lavori a ricamo che mescolano il ritratto alla cultura dell’equilibrio medicinale, inserendo una tecnica antica nel cortocircuito del presente tecnologico. Quattro autori eterogenei che sentono il valore intuitivo dell’immagine, il potere del volume plastico, l’importanza di una narrazione dietro l’energia estetica e il talento iconografico. Quattro interventi che portano la mostra verso l’evasione avventurosa, verso spazi lontani e luoghi del ricordo, tra malinconia ed emozione percepibile, oltre il confine della materia e delle apparenze.

In chiusura sottolineo l’opera che apre la mostra, il capolavoro di Cy Twombly che campeggia all’ingresso del piano nobile. Un lavoro di felice sintesi e struggente bellezza, un inedito dal titolo significativo: “Roman Notes”, appunti sismografici dove il tratto ripetuto diviene diapason polmonare e contrappunto dello sguardo. Su quei magici segni, tra flash reali e bagliori dell’animo, si chiude il secondo viaggio cosmogonico con una supernova dalla luce speciale e dal battito lungo. L’odissea di Valentina Moncada ha trovato un porto sicuro. Buona visionarietà a chi, come lei e il sottoscritto, ama vedere “oltre”.

 

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13 DICEMBRE 2014 - 1 MARZO 2015

A cura di Gianluca Marziani

 

La collezione di Stefano e Raffaella Sciarretta ha avuto inizio nei primi anni Novanta, inizialmente con una vicinanza alla Pop Art italiana, per confrontarsi subito dopo con la giovane arte nazionale - soprattutto quella ignorata dal mercato e praticata quasi timorosamente - e aprirsi negli anni seguenti ad artisti internazionali con le loro specificità culturali, sociali, geografiche. L’insieme di queste identità e pratiche, ricerche e interessi, ha consentito la sviluppo della fisionomia eclettica e tuttora in divenire della collezione stessa, che oggi conta circa 400 lavori di oltre 200 artisti, con una predilezione per le ricerche in cui si indagano criticamente le questioni del nostro tempo: la manipolazione dell’informazione, la dittatura dell’economia finanziaria, i conflitti sociali e culturali, lo sfruttamento dei popoli. Prerogativa della collezione, sin dall’inizio, è stata la volontà di sostenere gli artisti che ne entrano a far parte, promuovendo progetti e assistendo la costruzione di un percorso di visibilità all’interno del mondo artistico. Tutto ciò ha portato la collezione a svilupparsi ed espandersi in Fondazione: con la conseguente nascita, nel 2008, di Nomas Foundation, un organismo mobile, flessibile, “nomade” appunto.
Un progetto con sede a Roma in cui la programmazione si divide tra mostre, eventi e attività sperimentali, sostenendo e promuovendo la giovane arte contemporanea.
In mostra a Palazzo Collicola si vedranno alcuni lavori che hanno segnato le prime tappe della collezione (lo Yoda di Adrian Tranquilli, i busti di Paolina Bonaparte e Alessandro Magno di Piero Golia, la foto di Spencer Tunick su una performance realizzata a Roma grazie al supporto dei coniugi Sciarretta), diverse opere di artisti italiani e internazionali che si occupano delle tematiche più care alla collezione (i Trampoli di Francesco Arena, “Young Collector” di Pascale Marthine Tayou, “Watertower” di Atelier van Lieshout), fino alle acquisizioni più recenti (tra queste “Arch” di Else Leirvik, entrato a far parte della collezione dopo la recente mostra personale dell’artista negli spazi di Nomas Foundation).

 

ARTISTI

Darren Almond / Francesco Arena / Atelier Van Lieshout / Matteo Basilè / Vanessa Beecroft / Marc Bijl / John Bock / Maurizio Cattelan / Loris Cecchini / Peter Coffin / Nemania Cvijanovic' / Olafur Eliasson / Flavio Favelli / Fischerspooner / Kendell Geers / Piero Golia / Peter Land / Else Leirvik / Yasumasa Morimura / Vlad Nanca / Wang Qingsong / Sam Taylor-Wood / Pascale Marthine Tayou / Adrian Tranquilli / Spemcer Tunick / Sislej Xhafa 

 

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