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LE COLLETTIVE
28 GIUGNO - 27 SETTEMBRE 2014
Progetti tematici attorno ad argomenti eterogenei, contesti umani e geografici, spunti etici ed evidenze diffuse. Mostre collettive che orchestrano note visuali lungo la trama narrativa del progetto individuato. Un viaggio espositivo per creare nuove assonanze, collaborazioni e approfondimenti ulteriori. Un percorso collettivo con la capacità di generare continui focus su ogni singolo artista.

 

A sessant’anni dalla firma dell’accordo di cooperazione culturale tra Italia e Giappone e dall’entrata in vigore della Convenzione Internazionale sui diritti politici delle donne, il Museo Nazionale d’Arte Orientale (Roma) e Palazzo Collicola Arti Visive (Spoleto) sono lieti di presentare una collettiva con quattro tra le più significative artiste giapponesi contemporanee: Atsuko Tanaka (1932), Yoko Ono (1933), Kazuko Miyamoto (1942), Chiharu Shiota (1972). Quattro donne che, pur diverse per background, ambito di ricerca e forme espressive, attraverso le loro opere incarnano l’essenza di quattro periodi fondamentali della storia giapponese: l’immediato Dopoguerra, gli anni Sessanta, l’epoca del boom economico, il nuovo millennio. Il filo rosso che lega le artiste riguarda la volontà di oltrepassare il confine tra arte e vita, filtrando, attraverso la loro sfera emotiva, avvenimenti e fantasie, mitografie e realismi, sogni e disillusioni. Pittura e disegno, scultura e installazione, video e performance sono i diversi medium utilizzati per esplorare quella realtà che penetra e traspare nella loro produzione artistica, recando in sé le caratteristiche di un vissuto privato e al contempo generazionale.

Atsuko Tanaka (1932-2005), tra i membri fondatori del gruppo Zero, aderisce da subito al movimento Gutai, fondato da Jiro Yoshihara. Nota in particolare per il suo “Electric Dress” (1956), vestito realizzato interamente con neon colorati, Tanaka è una delle prime artiste a esplorare il rapporto tra la corporeità femminile, l’abito e lo spazio. La sua ricerca pittorica è basata, come per tutti i membri di Gutai, sulle sperimentazioni di tecniche e materiali, sull’innovazione delle forme e sui meccanismi processuali. Tanaka rappresenta bene l’immagine del Giappone del Dopoguerra, Paese provato da un lungo conflitto, ansioso di liberarsi da sovrastrutture e imposizione totalitaria. Una ricerca per dimenticare il passato, guardare al domani e ritrovare libertà espressiva attraverso la valenza evolutiva del nuovo.

Rottura con la tradizione e orientamento verso il futuro sono i punti condivisi da Yoko Ono (1933), selezionata per rappresentare gli anni Sessanta, in particolare quell’ambito che lo storico dell’arte Tono Yoshiaki definì “la post-Hiroshima generation”. Le contestazioni giovanili, i movimenti pacifisti e i tentativi del Giappone di affrancarsi dagli Stati Uniti, fanno da sfondo a una raffinata ricerca da cui traspare, con sintesi e impatto catartico, la volontà di mescolare realtà e utopia. L’individuo nella sua complessità fisica e psicologica, il corpo-psiche e i suoi meccanismi relazionali con il sistema mondo, sono da sempre il principale contenuto nelle visioni dell’artista. La mostra presenta alcuni film realizzati nell’ambito del movimento Fluxus: “Eye Blink”, “Bottom”, “Rape” e “Fly”, oltre ad alcuni progetti relazionali che si fondano sul tema dell’utopia.

Con Kazuko Miyamoto (1942) si passa al periodo successivo, il ventennio a cavallo tra la fine dell’epoca Showa (1926-1989) e l’inizio di quella Heisei (1989-). In questo spazio di tempo, scandito dalla morte dell’imperatore Hirohito (1901-1989), il Paese giunge al suo apice di ricchezza per poi entrare nella sua più profonda crisi economica. A livello artistico, come nel resto del mondo, il crollo delle utopie rimette in discussione i principi della modernità. Miyamoto, nota dagli anni ’70 negli ambienti del minimalismo americano (grande importanza avrà la sua collaborazione con Sol LeWitt), a partire dagli anni ’80 orienta la ricerca verso problematiche di matrice identitaria e gender. La mostra presenta i lavori riconducibili a tale filone, generalmente poco esplorato, presentando una selezione di opere-kimono, oltre a disegni e fotografie che documentano le sue performance.

Si entra, infine, nel nuovo millennio con la più giovane delle artiste, Chiharu Shiota (1972), nata nel periodo in cui iniziano a manifestarsi le contraddizioni socio-culturali di una nazione cambiata troppo in fretta. Nei lavori di Shiota, famosa per alcune installazioni monumentali dove il delicato dialoga con il conturbante, si legge l’inquietudine di una memoria che riaffiora dal sogno, vicina in alcuni casi all’incubo. Nella sua ricerca, dove la tendenza all’opera ambientale si fonde con la performance relazionale, emergono la disillusione e il malessere di un’intera generazione. La mostra presenta alcuni disegni, fotografie e alcuni video che permetteranno di comprendere i confini elastici della sua pratica artistica.

 

›› VIDEO EVENTO

5 - 13 LUGLIO 2014

Palazzo Collicola Arti Visive e l’Officina d’Arte&Tessuti di Spoleto, in collaborazione con l’Alma Mater Studiorum Università di Bologna, presentano ARType - Archetipi della videoarte contemporanea, iniziativa nata nel 2013 come emanazione del progetto Videoart Yearbook - Annuario della videoarte italiana, promosso, a partire dal 2006, dal Dipartimento delle Arti dell’Ateneo bolognese.
ARType (neologismo che tiene conto dei due termini “arte + archetipo” nella loro variante anglofona) è un progetto curatoriale che propone temi e chiavi di lettura trasversali, utili a comprendere meglio la videoarte contemporanea. A riguardo, il gruppo di ricerca – formato da Guido Bartorelli, Paolo Granata, Silvia Grandi, Fabiola Naldi, Stefania Portinari, docenti nelle università di Bologna, Padova e Venezia – ha individuato sei archetipi, ovvero, sei elementi primordiali della cultura umana da osservare attraverso lo sguardo della videoarte.
Attraverso i sei archetipi – il rito, il gioco, il territorio, il gesto, il viaggio, il Sé – è possibile ampliare le possibilità di lettura critica delle opere selezionate e organizzare al meglio la fruizione. Il team di ricerca agisce, inoltre, nella convinzione che il linguaggio sperimentale del video d’artista rappresenti una via d’accesso privilegiata per osservare la complessità degli assetti antropologici nel mondo d’oggi.
Per la rassegna di Spoleto, due dei curatori del progetto, Paolo Granata e Silvia Grandi, presenteranno una selezione di 36 opere di artisti italiani contemporanei. Questi video aspirano a tracciare una mappa antropologica dell’immaginario contemporaneo, svelare alcuni tratti dell’inconscio visivo, evocare le esperienze primordiali dell’esistenza umana per riscoprire, in un mondo affollato di immagini, l’irresistibile fascino degli archetipi.
L’idea di archetipo, che abbraccia trasversalmente l’intera storia del sapere umano, dalla tradizione classica alle scienze umanistiche novecentesche, assume nel mondo dell’arte una valenza simbolica di proporzioni ancora maggiori, che attraverso l’intervento dell’artista traspare nella sua accezione mondana. Le forme archetipali dell’esistenza umana plasmano, infatti, in maniera tacita e sommessa, le sfere dell’ordinario; condizionano le abitudini, influenzano gli atteggiamenti, i piccoli gesti quotidiani. E tutto ciò accade perché gli archetipi sono forme originali – arché/týpos –, manifestazioni ancestrali dell’immaginario simbolico, espressioni dell’inconscio collettivo radicate negli spazi reconditi del sé, che reiterano se stesse all’infinito. Destino dell’arte è infrangere questa monotona sequenza. Gli artisti, da sempre, si sono fatti interpreti di una “visione” ed a ciò non si sottrae quell’ampia compagine di sperimentatori che opera attraverso il linguaggio del video, il mezzo espressivo che per vocazione tende a scardinare i meccanismi ordinari dell’assuefazione visiva.

 

ARTISTI

Aldo Giannotti & Markus Hofer, Alessandra Caccia, Angelo Sarleti, Audrey Coïaniz, Basmati, Bianco-Valente, Botto & Bruno, Bruno Muzzolini, Christian Niccoli, Danilo Torre, Davide Bertocchi, Debora Vrizzi, Diego Zuelli, Donato Sansone, Enrico Bressan, Filippo Berta, Gabriele Picco, Giovanna Ricotta, Giovanni Kronenberg, Karin Andersen, Kensuke Koike, Luca Coclite, Marcantonio Lunardi, Marco Morandi, Massimiliano Nazzi, Michael Fliri, Michela Formenti, Natalia Saurin, Rebecca Agnes, Riccardo Benassi, Sergia Avveduti, Silvia Camporesi, Stefano Cagol, T-Yong Chung, Virgilio Villoresi, Virginia Mori.

 

›› officinadartetessuti.com

28 GIUGNO - 13 LUGLIO 2014

 

Apre, sabato 28 giugno alle ore 16,00 la mostra Artist's book rules/Libri a regola d'artista a cura di Emanuele De Donno e Giorgio Maffei, concepita come antologica documentazione dell'intera rassegna biennale LIBEROLIBROdARTISTALIBERO nata nel 2002.

Il progetto FREEbook 7/LIBEROLIBROdARTISTALIBERO7-2014 di VIANDUSTRIAE e STUDIO A' 87, è un programma sul libro d'artista contemporaneo di cadenza biennale, che con la presente edizione abbina le sedi principali di Foligno e Spoleto a quella esterna di Urbino.

L'idea del percorso espositivo è di raccogliere i “migliori exempla” selezionati dallo storico della manifestazione per descrivere la fenomenologia del libro d'artista e definirne uno statuto in definizioni-regole che lo autorizzano.

La mostra scaturisce da un’indagine sulle citazioni poetiche estratte dai libri e gli statements, definizioni prosaiche-pratiche che preparano lo statuto del libro d'artista. Lo spunto della fondazione delle regole del libro d'artista è un esercizio curatoriale che si affida agli stessi artisti e propone una soluzione a fronte di una perenne indecisione storiografica sul tema.
Per arrivare alle regole si propongono 3 stadi di avvicinamento: la didascalia (identità), la citazione (poetica) e l'affermazione (pratica).
Con 40 libri, 12 citazioni e 10 statement si arriva dunque a definire uno statuto anti-teoretico ed una sommaria antologia delle 6 edizioni precedenti della manifestazione.
I punti di analisi che corrispondono alle sezioni in mostra sono la tipografia, l'im-paginazione, la superficie, la legatura, la grammatura, il volume, il formato, l'allegato, la tiratura, la post-lettura.
La mostra avrà 10 stazioni guida con 10 didascalie maestre corrispondenti a 10 libri-capisaldi; ogni sorgente ha affiancate una serie di opere-libro eredi, derivative o sensibilizzate; il diagramma/panorama va dalle avanguardie artistiche, dai valori assodati e storicizzati alle proposte contemporanee, viventi e fluide.
Il criterio della normalizzazione di opere eccezionali non avrà carattere dogmatico né programmatico in quanto si tratta di definizioni interne pratiche, punti determinati ed appurati dagli stessi autori/fautori.
L'assunto finale dei curatori è che l'aspetto prescrittivo non ostacola la frequentazione di questa rara produzione artistica, il compartimento al contrario alimenta quel percorso di socializzazione ed esplicitazione del libro autorizzato dall'artista.
La ricerca che si addentra nei testi dei libri d'artista estraendone summae avrà un catalogo-compendio progettato con l'intento di evidenziare il display della mostra e il criterio dell'ordinamento: didascalia, citazione, definizione e infine regola.

 

›› viaindustriae.it

14 DICEMBRE 2012 - 16 MARZO 2013

A cura di Gianluca Marziani

 

ATOLLO per alzare la temperatura invernale di Palazzo Collicola Arti Visive. ATOLLO per incrociare i linguaggi visivi in una sinestesia fluida del presente. ATOLLO è un viaggio espositivo con sette artisti italiani delle ultime generazioni. ATOLLO come tessitura di ipotesi visive, cortocircuiti linguistici, conflitti dialettici. ATOLLO verso la pittura più biologica, germinativa, indefinibile. ATOLLO verso la pittura che si espande negli ambienti, sui materiali, oltre il telaio. ATOLLO verso la pittura che certifica la finzione del realismo. ATOLLO verso la pittura che certifica il realismo della finzione. ATOLLO verso la fotografia che riabilita i codici storici, le matrici, le radici necessarie. ATOLLO verso la fotografia che usa consapevolezza sui valori digitali. ATOLLO verso il video che metabolizza la moda e i suoi codici figurativi. ATOLLO verso il video che metabolizza le diverse arti dentro i suoi codici figurativi. ATOLLO verso il design che incontra le ragioni concettuali dell’architettura. ATOLLO verso il design che elabora le funzioni dentro i codici plastici della scultura. ATOLLO per proporre, indicare, connettere… ATOLLO per rischiare, smuovere, attraversare…

STEFANO ABBIATI

Quadri in forma di cubo, opere come finestre 20x20, aperture seriali su un ideale meta-condominio che lascia scoprire la vita “domestica” dei suoi abitanti speciali. Abbiati ha raccolto immagini legate al divertimento, ai concorsi di bellezza, alla realtà dei cosplayer, ai party in piscina… le ha poi trasformate e metabolizzate nei modi processuali che lo contraddistinguono, agendo per passaggi connessi, secondo metodi di stratificazione che decretano la tensione organica dei soggetti, la biologia interna delle scene, dove tutto sembra in lenta consumazione come cellule verso il loro destino. Legno, tempera, plexiglas dipinto ma anche elementi in cartapesta per alimentare una figurazione tra memoria e aspettativa, evanescenza e impronta profonda. Abbiati conferma a Spoleto le raffinatezze concettuali del suo voyeurismo pittorico, un viaggio di modulazioni sensibili dei toni cromatici e dei temi intrapresi, sul limbo metodico tra carne e spirito, materia e codice teorico. Un percorso che indaga memorie pubbliche e private, abitudini popolari e idolatrie, su quel bilico articolato tra echi letterari e impianto filosofico.

Gianluca Marziani: “L’arte di Abbiati sta crescendo a una velocità biologica che ricorda i processi chimici, quel loro mescolarsi indefesso e accelerato che elabora risultati prevedibili e al contempo inaspettati. Disegno e colore si fondono in una matrice mineralizzata, simile alla morbidezza gelatinosa del vetro in lavorazione. La forma che noi vediamo, per capirci, è il risultato del processo interiore, lo specchio di una progressione tra stadi della materia e passaggi del pensiero teorico.”

Luca Beatrice: “L’immagine, non rispettando il fine mimetico, non è più un luogo di rivelazioni, ma d’identificazioni fantastiche che evocano o rilasciano significati altri. Il rappresentabile è solo il medium per veicolare risonanze e dissonanze con la propria memoria storica.”

Alberto Mugnaini: “Dietro ai dipinti c’è un’apertura culturale che lo porta a spaziare dai miti classici alle idolatrie contemporanee, e che gli concede l’agio di isolare e sviluppare motivi e iconografie che mettono a nudo una vulnerabilità originaria dell’individuo, soggetto e depositario di un pathos le cui radici affondano in una dimensione immemoriale. Il suo è un incedere nei territori del grottesco, su una scena tragicomica calata in uno stato di regressione esistenziale, in un clima di degenerazione in cui si solidificano fantasmi dell’inconscio e affiorano lineamenti dispersi e confusi negli annuari della storia dell’arte.” 

 

›› stefanoabbiati.it

TERESA EMANUELE

La rielaborazione incessante della “bellezza”… quasi un mantra che ricorre davanti alla ricerca fotografica di Teresa Emanuele, davanti ai suoi cicli sul paesaggio naturale e artificiale. Una visione in cerca del sublime spontaneo, dell’estasi in equilibrio, della forma come apparizione tra evanescenza e impatto solido. Il mondo narrato riguarda i nostri paesaggi, i luoghi dell’anima che desideriamo ma anche gli spazi del quotidiano che la vita ci assegna. Un progetto sul nodo ideale tra scienza e fantascienza, sul limbo che divide e avvicina le due dimensioni: il pragmatismo concreto da una parte, la visionarietà dall’altra. Emanuele sta nel punto mediano, sul crinale in cui la scienza ha bisogno d’istinto e la fantascienza chiede ragione e razionalità. La sua fotografia attraversa quel limbo con attitudine mercuriale, liquidamente plasmabile attorno alle cose, come un abito che si adagia in modo morbido, lasciando la sensazione accesa della materia ma anche del suo spirito aleggiante.

Il titolo della mostra, VARIAZIONI, raccoglie in un termine il senso fatale di questo limbo, di una natura da registrare nelle sue variabili, nei suoi bagliori e trasparenze, nel buio modulare, negli esiti imprevisti che la luce provoca.

Teresa Emanuele ha una predilezione per il bianco e nero, la via cromatica che meglio racconta le variazioni minime di un’atmosfera, un cambio climatico, una zona d’ombra, una fibrillazione delle foglie o delle nuvole. Anche la profondità di campo si esalta in un bianco e nero che in realtà è l’universo dei grigi, delle scale complesse, delle molte anime dentro uno stesso corpo di luce.

La mostra di Palazzo Collicola presenta una selezione di trasparenze digitali e il cosiddetto “shadow box”, dove la luce artificiale scorre nel quadro per aumentare il carico luministico delle atmosfere narrate.

Anche le tecniche di stampa confermano il pittoricismo dell’artista, passando dalla grafica d’arte alla camera oscura, dalla stampa contemporanea alle sperimentazioni cinetiche (la proiezione delle ombre di stampe su plexiglas).

La Natura che scopriamo è una danza tessile, un telaio germinativo che distribuisce filamenti e intrecci. L’occhio attento rivela un fragile equilibrio, colto nel puro istante del dialogo silenzioso, nel flusso prospettico che lancia lo sguardo verso un punto di fuga, come se la gravità del paesaggio fosse un circuito dinamico e incessante. Si sente il movimento bloccato, lo scatto metodico di una fotografia sempre più gassosa, così malleabile da tirar fuori la pelle pittorica del paesaggio. La potenza della natura che si adagia per un singolo istante, come una tempesta di William Turner, un mare di Hiroshi Sugimoto, un nero di Ad Reinhardt…

 

›› teresaemanuele.com

MAURO MAUGLIANI

La mostra di Mauro Maugliani parte dal teatro di guerra, dal punto conflittuale, da un quadro controverso su cui si è parlato e scritto a profusione negli ultimi mesi. Ci riferiamo alla tela - IN GOD WE TRUST - che raffigura una donna in abito talare, vandalizzata da cinque sconosciuti nella galleria romana che la stava esponendo (Galleria L’Opera, mostra “Trialogo”). Oggi quel quadro diventa il muscolo cardiaco della personale spoletina: un viso femminile “ricucito” da un segno rosso che voleva ferire la simbologia iconoclasta e invece ne ha sottolineato la forza energetica, la detonazione iconografica, il potere di creare turbamento attraverso una diversità. Presentiamo la tela senza alcun restauro, mostrandone il processo biologico, la vita esogena dopo la vita elaborativa, il rilascio dei suoi flussi in termini socioculturali.

Gianluca Marziani: “Sottolinerei la forza impavida che la pittura ancora sostiene. La fermezza metafisica dell’immagine dipinta non ha terminato il suo ciclo biologico, al contrario evidenzia una specie di assolutezza congenita e paradigmatica. La pittura come motore del sublime, del fantastico allegorico, della metafora profonda… l’opera di Maugliani parte dal realismo per giungere nel cuore della metafora epocale. Una maschera shakesperiana che non scivola nella provocazione; il viso come azione pura davanti al dubbio, un attraversamento dell’ovvio a favore del plausibile.”

IN GOD WE TRUST ha assunto il valore di testimonianza del flusso storico, un ideale muro urbano che ha registrato la cronaca attraverso la nettezza di quel segno. Colpisce, in particolare, il timore reale che il quadro ha evocato: guardate il segno rosso e capirete che un certo ordine guidava la mano del vandalo, come se volesse seguire il profilo del volto, non uscire dal perimetro dello sguardo femminile, profanando il messaggio ma non la “sacralità” del valore artistico, dell’intensità emotiva, del realismo prospettico di un primo piano interrogativo. Essere guardati in quel modo da un’immagine implica una sfida, volente o meno si viene coinvolti nei sentimenti dietro il realismo: e finché sarà così significherà vita per l’arte e la sua profezia, le sue domande, la sua veggenza.

EGO TE ABSOLVO è il titolo della mostra, deciso molto tempo prima dell’azione vandalica. Era difficile trovare una frase migliore per celebrare la sacralità della pittura e il suo disporsi generoso davanti al pubblico: protezione zero, corpo che si spoglia in piena coscienza, senza nascondimenti e anestetici. I ritratti nudi ribadiscono l’essenza della pittura come codice arcaico e attuale. Nessun filtro davanti a ciò che mostra il ciclo carnale, la consunzione e l’attitudine, la verità di pura pelle. E’ la vita con la sua crudezza, il suo tremore, la sua estasi.

 

›› GALLERIA IMMAGINI

›› www.mauglianiart.com

SILVIA MORANI

La cultura video include molteplici esperienze “derivative”, legate ad ambiti linguistici che confluiscono nell’arte visiva attraverso la struttura e la filosofia del progetto filmico. In particolare, sono gli ambiti del Fashion Film a raccogliere alcune tra le più interessanti visionarietà odierne, regalando alla Moda una cognizione oltre l’essenza dell’abito, proiettando il vestire su un piano interpretativo e concettuale, dove gli stessi abiti possono scomparire a favore di spazi, corpi, geometrie, atmosfere, azioni, posture… E’ il fashion film che interroga l’interrogativo: per capire l’umano prima dell’artificiale, per svelare le idee prima delle azioni, per afferrare gli istinti attraverso l’analisi della ragione.

PARADISE LOST è un doppio video al cui centro troviamo Adamo ed Eva, due adolescenti in stallo, bloccati nell’eterno desiderio, vittima e carnefice che mescolano i ruoli della loro partita terrena. Le immagini sono costruite con radici geometriche e risultati matematici, affinché la visione euclidea diventi spunto riflessivo sulla sofferenza, sui codici morali della cultura religiosa, sulle gabbie invisibili che ognuno si costruisce addosso. Quei corpi atletici si muovono dentro geometrie compresse, in una danza scenica tra vuoti astrali e pressioni barocche. Corpi attoriali di luce muscolare, scie solari tra condizione solida e gassosa, un eterno transito in avanti e indietro, il continuo presente che si aggancia alla sicurezza geometrica (la forma solida, il quadrato della sicurezza, della razionalità, del campo chiuso che protegge) e cerca orientamento tra gli orizzonti instabili del buio (la forma liquida in cui il movimento fisico somiglia a scie gassose che galleggiano in avanti).

2manycurators/Andrea Polichetti: Analizzandoli individualmente vediamo come Adamo il primo uomo porti sulle spalle il peso della realtà euclidea, facendosi carico della stabilità del quadrato, della sua forza regolare. Il primo mattone che costituisce il mondo intero, che viene inscritto però nel cerchio divino, la perfezione tanto agognata dall'uomo contemporaneo eternamente immerso nella ricerca, uno stato di movimento tanto reiterato da diventare statico. Adamo ne è consapevole, si aggrappa a queste geometrie ne è stupidamente fiero, sfida la forza di gravità pur di stare li eretto fiero e sconfitto da quello che ha davanti, la sua Eva, così per la quale ha perso il paradiso condannando se stesso alla sofferenza autoimposta, intrecciando un cilicio con le sue mancate qualità di maschio, incapace di prendere una decisione che sia buona per lui, diventando completamente maschio assoggettato com'è alla sua donna.

 

›› silviamorani.com

FRANCESCO PARETTI

Partire dalla ricerca di un designer, dai suoi prototipi e dagli oggetti finora prodotti in ambito industriale. Ragionare, attraverso il design, sulla forma scultorea, sullo spazio che la inquadra, sui legami contestuali che gli oggetti ricreano. Seguire lo spostamento da una funzione all’altra, scovando le molteplici nature di una forma autografa nello spazio abitabile. La mostra di Francesco Paretti evidenzia questi passaggi dentro le sale di Palazzo Collicola. Un percorso per un principio finalizzabile: cercare le connessioni tra Arte, Architettura e Design.

Paretti è un designer umbro con una decisa esperienza tra piano teorico e sviluppo pratico. Da tempo indaga molteplici ambiti del design industriale, cercando nuove soluzioni da applicare agli oggetti di lunga tradizione, plasmabili sulle ragioni funzionali del presente. La continuità con diverse aziende umbre dimostra l’attenzione di Paretti al territorio, indagato per segnali antropologici, evoluzioni socioculturali, impatto ambientale e progresso a misura d’uomo.

Dal 1995 Paretti si occupa di design del prodotto (dal concept alla progettazione e successiva industrializzazione), di marketing e marketing strategico, spaziando tra molteplici ambiti (arredamento per interni ed esterni, prodotti per il bagno, oggetti per la casa e la tavola, illuminazione, elettronica consumer, trasportation, abbigliamento e accessori per lo sport).

Le sale del museo verranno “ridisegnate” attraverso alcuni oggetti in produzione: la libreria Farnia, la lampada Bach, i tavolinetti Wiki, i bicchieri Botero, la Cioccolatiera, la lampada Slamplanet, i vasi Tubes, il portacandele Notte, il Cubolibro, le poltrone Inòndo… ogni oggetto verrà allestito secondo un cortocircuito interno, diventando un frammento poetico che legherà la propria forma alla natura e ai diversi aspetti del paesaggio reale.

Un esempio: la libreria Farnia, archetipo di un albero in cartone stratificato, verrà installata assieme ad un prato finto e una proliferazione di foglie e rami in plastica, portando la dialettica tra naturale e artificiale, verità e finzione, ciclo e riciclo…

Le sale del museo saranno trasformate in un ambiente abitativo dai connotati scultorei. Oggetti come attivatori dinamici del pensiero, volumi vitruviani che si prestano alla misura olistica dell’ambiente connettivo. Paretti ha immaginato i suoi prodotti come membrane interattive dentro una stessa rete di scambio. L’installazione assume le ragioni evoluzionistiche del bosco in cui convivono specie animali, diversità botaniche, cicli stagionali, criticità climatiche e interventi umani. Uno spazio che rompe la logica abitativa e inserisce una calibrata attinenza germinativa, dove ogni oggetto genera sviluppi e significati ulteriori, dove una posizione non è mai l’unica possibile, dove la funzione d’origine lancia soluzioni eventuali.

Continua il processo elaborativo dell’artista negli ambienti di Palazzo Collicola. Da tre anni, in una limonaia ottocentesca che abbiamo chiamato Oasi Collicola, Pennacchi sta ragionando sull’archetipo della Domus, declinato nel tempo per sottrazioni, aggiunte e modifiche, secondo un progress mai definitivo che sta amplificando la biologia molecolare dell’opera.

La Domus rappresenta un intervento “sartoriale” dentro le dimensioni da hortus conclusus del luogo. Non è la prima domus abitabile dell’artista ma sicuramente la più matura per sinestesia e armonia. Un oggetto prismatico e polimorfo, tra la pittura dinamica e la scultura installativa, funzionale e al contempo metafisico, asciutto nel suo disporsi tra strati di memorie e azioni.

La mostra odierna si divide in tre distinti progetti che convivono come parti di un’orchestrazione omogenea, rafforzando quel tema sinestetico in cui la pittura si estende sugli spazi abitabili, la scultura ingloba gli altri linguaggi, le materie vive si amalgamano al colore e viceversa.

PRESENZE è un’installazione popolata da figure cui manca idealmente la parola. Corpi che calamitano il movimento dello spettatore dentro le trame polimorfe delle opere, dando alla figura un’intensità plastica che alza il volume emotivo e partecipativo.

INSIDE ME è un’installazione di elementi pittorici, usati dall’artista in maniera bifacciale, così da richiamare l’uso delle pareti specchianti che già decostruiscono la domus nel cortile del museo e che ritroviamo, secondo soluzioni ad hoc, nella planimetria dell’igloo. Il visitatore potrà entrare fisicamente nell’opera, diventando un raccordo concreto tra i progetti esposti.

IGLOO riparte da Mario Merz per dare alla citazione il carattere di un codice evolutivo, nello stesso modo in cui materiali e forme evolvono l’opera di Pennacchi verso un suo meta-spaziotempo. La domus cresce tramite fogli di carta da pacchi e si contamina con le tele di grandi dimensioni, generando circuiti virtuosi, nuovi processi architettonici, nuovi timbri sensoriali.

Pennacchi costruisce elementi nello spazio per creare un circuito di opere dialoganti. Al contempo, chiede allo spazio di intraprendere una relazione intima con l’opera stessa, di partecipare alla relazione tra vuoti e pieni, ribaltando ogni certezza nel suo contrario, risolvendo i vuoti con la partecipazione e i pieni con la loro continua germinazione. Un circuito olistico in cui non esiste differenza tra il totale e i frammenti che lo compongono. Un ciclo biologico della creazione in cui l’opera metabolizza l’esterno per disegnare la sintesi della complessità.

 

›› GALLERIA IMMAGINI

›› vincenzopennacchi.it

VINCENZO PENNACCHI

Così l’artista parla della sua pittura: “Osservo i comportamenti, m’interessano le cause che generano effetti, soprattutto sugli esseri viventi. Dall'osservazione scaturisce una nuova interpretazione della realtà in cui il possibile e l'improbabile si mischiano. Il movimento diventa elemento essenziale, focalizzato nel suo durante, ed è un moto senza compimento, un accadere senza succedere, pura sospensione di un gesto…”

Le parole di Nicola Pucci evocano un processo biologico che parte dallo sguardo e attraversa l’esperienza quotidiana. Un circuito molecolare tra entropia e forza centrifuga dei corpi, una sorta di moto perpetuo che racchiude l’approccio pittorico e la sua continuità progettuale. E’ questa una precisa condizione focale dello sguardo ricevente (il modo in cui l’artista osserva il reale) e dell’immagine risultante (l’opera che vediamo), una taratura ottica che crea il timbro di personalità e collega assieme l’idea, l’approccio formale e il contenuto necessario (con i suoi molteplici rilasci di significato).

Le immagini di riferimento sono disegni dell’artista o fotografie di doppia provenienza, alcune prelevate dal web, altre realizzate direttamente da Pucci. Il disegno permette appunti impulsivi, mentre le associazioni di foto prevedono un approccio più lento e razionale. Il risultato parla di verosimiglianza ma non di semplice realismo, è come se l’artista avesse inventato una propria lente Zeiss e un proprio codice luministico, un’atmosfera che amalgama i corpi pittorici, le loro contorsioni plastiche, gli scatti sinuosi, le posture anomale. Senti che circola quel moto centrifugo e gravitazionale, un’energia invisibile che teatralizza le scene e alza il livello del quotidiano, secondo accenni onirici che non sono mai puro sogno ma neanche piena aderenza al vero. Tra viaggio mentale e realtà, tra stranezza e plausibile, tra artificio e provocazione muscolare… sempre tra due dimensioni che si relazionano e ricreano qualcosa di inevitabile e al contempo inclassificabile, nel canone inverso della realtà “altra”.

Pucci: “Pittoricamente amo la verosimiglianza della realtà, mi accanisco su quel dettaglio, cerco di dargli la terza dimensione rispetto al resto. Poi il lavoro si sviluppa strato su strato con decine di velature e pennellate più o meno materiche. Cerco di farmi guidare dalle linee delle immagini, a quel punto vorrei che tutto diventasse sospeso, che il tratto preciso e definito lasciasse il posto al gesto emozionale...”

 

›› nicolapucci.it

 

NICOLA PUCCI
23 GIUGNO - 28 OTTOBRE 2012
A CURA DI MATTEO PACINI
A CURA DI MICHELA DI STEFANO
A CURA DI GIANLUCA MARZIANI
A CURA DI GIANLUCA MARZIANI
A CURA DI FRANCESCA BRIGANTI
A CURA DI MARIA LETIZIA BIXIO E VALENTINA GRAMICCIA

Artwo è nata nel 2005, quando ancora non si abusava di termini quali “ecosostenibilità” e “sostenibilità sociale”, come un’avventura creativa dal profondo valore etico. Il suo ideatore, Luca Modugno, crede al valore decisivo della bellezza artistica nei luoghi in cui la libertà non appartiene al gioco del quotidiano. Rendere l’arte utile a tutti, soprattutto a chi ne ha più bisogno. Da un lato unendo la passione per l’arte contemporanea e il design, creando un percorso di intelligenza estetica e qualità morale dei prodotti; dall’altro lavorando con associazioni di recupero o realtà penitenziarie, offrendo un percorso formativo che le coinvolga fattivamente nella produzione di oggetti funzionali.

Artwo produce oggetti ideati da artisti contemporanei che, partendo da utensili d’uso comune, li decontestualizzano e riciclano, dando loro nuova forma e adeguato utilizzo. Ogni oggetto è firmato dall’artista e prodotto in tiratura limitata. Nel 2006 l’associazione ha realizzato all’interno della Casa Circondariale di Rebibbia un laboratorio attrezzato grazie ai proventi ricavati dalle vendite degli oggetti. Oggi alle ideazioni degli artisti si è affiancata quella di giovani designer, uniti da un’idea: fuggire dalla produzione stereotipata. Che sia un progetto per bookshop museali o per la regalistica aziendale, deve scaturire dal pensiero
laterale, da un modo diverso di vedere le cose e di realizzarle. Il risultato è la produzione di oggetti inediti, disponibili ad essere letti sotto una luce diversa, spiazzante.

 

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18 DICEMBRE 2010 - 5 GIUGNO 2011