23 GIUGNO / 28 OTTOBRE 2012

A cura di Gianluca Marziani
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1962 SCULTURE NELLA CITTA’

Il progetto di Giovanni Carandente fu un avvenimento unico e scardinante, qualcosa in più di una semplice mostra, possiamo dire il primo evento globale che relazionò una città ad alto valore storico con le visioni di alcuni grandi scultori del Dopoguerra. Cinquant’anni dopo, con un leggero ma significativo slittamento nel titolo (“nella città” diventa “in città”) che sottolinea un legame e una necessaria autonomia, arrivano a Spoleto decine di artisti italiani, giovani e meno giovani, tutti variamente sorprendenti per la qualità dei lavori proposti, per il dialogo che stabiliscono col luogo, per gli stimoli che innescano e le energie che rilasciano. Una sottile linea rossa corre così lungo il tempo e traccia lo spazio degli attimi significativi, cucendo assieme passato e presente, astrattismi e figurazioni, linguaggi e materiali. La lingua comune della scultura ha davvero trovato un’abitazione speciale a Spoleto.

Giovanni Carandente: “L’importante traguardo che si volle raggiungere fu quello, insomma, di interrompere la soluzione di continuità che esisteva dall’epoca barocca, tra passato e presente, tra una città agglomerato di secoli e l’arte del secolo scorso, fino a quel momento pressoché esclusa da spazi pubblici e urbani. Poiché non doveva trattarsi di una semplice mostra, ogni lacuna era da considerare lecita, quanto legittima fu da ritenere la scelta degli artisti e delle opere…”

2012 SCULTURE IN CITTA’

A cinquant’anni dalla grande mostra firmata Carandente, Spoleto celebra la scultura contemporanea assieme ad una cinquantina di artisti, dislocati tra Palazzo Collicola Arti Visive e svariati luoghi della città storica.
Dentro Palazzo Collicola ci sono quattro grandi mostre – Robert Gligorov, Giovanni Albanese, Michelangelo Galliani, Fausto Delle Chiaie - e diversi progetti speciali, oltre alla collezione permanente con opere e altri materiali del periodo.
Per le vie di Spoleto si sviluppa la mappatura eterogenea degli interventi installativi, decine di sculture che trovano sede temporanea tra palazzi storici, altri musei comunali, piazze, strade, la Rocca Albornoziana, la Spoletosfera…
Nel 1962 prevalse la cultura della fusione e delle leghe pesanti, secondo una concezione elaborativa che esprimeva nel ferro la sua natura primordiale e al contempo avanzata. Il principale sostenitore di quella mostra fu l’Italsider che permise lavorazioni formidabili: pensiamo solo al "Teodelapio" di Alexander Calder, capolavoro surreale nel suo gioco di proporzioni ed equilibri, impensabile senza il supporto tecnico di una grande industria. Oggi sono cambiati i codici figurativi ma anche i materiali, le tecniche d’esecuzione, i modi di integrarsi o reagire nel contesto urbano. Diminuiscono le simbologie astratte e crescono i legami con la città viva, il corpo mutante, gli oggetti tecnologici. Permangono le antiche tecniche elaborative che si affiancano a un approccio eterogeneo, in dialogo con il progresso dei nuovi materiali e delle recenti possibilità tecnologiche. La forza di +50 sta proprio nella sua doppia natura: da una parte la scultura come atto innovativo, esperimento sul presente, volume aperto; dall’altra il rispetto per la memoria storica, reso evidente da autori che lavorano il marmo, il gesso o la cera con raffinata sapienza “classica”, adattando le radici alle storie del tempo digitale.

+50 come mostra diffusa che mappa la città e formula un percorso dinamico a tappe dialoganti. Una dislocazione sensoriale tra interni ed esterni, visibilità e nascondimento, tra l’impatto figurativo e le molteplici chiavi narrative. Una “caccia ai tesori” in cui vince sempre l’opera con i suoi codici e le sue infinite nature sentimentali.

Giovanni Carandente: “…nel 1962 a Spoleto si volle sperimentare anche qualcosa d’altro, in che misura, cioè, potessero convivere un contesto architettonico esemplare e le forme a quel momento più attuali della scultura mondiale. In alcuni casi si trattava di integrare spazi e volumi cittadini con opere adeguate, in altri di far confrontare gli artisti stessi con i luoghi, prima ancora che cominciassero a fissare le proprie idee…”

+50 non ha un tema specifico o un orientamento prefissato. Al contrario, ogni artista crea un dialogo con lo spazio assegnato o prescelto, tracciando tematiche proprie ma sempre universali. Il luogo genera contenuti e il rapporto con l’opera offre percorsi narrativi sorprendenti, inaspettati, tra il peso specifico della memoria e il codice liquido del presente.

1962-2012: due date per due grandi eventi di arte diffusa. Un abbraccio a distanza che conferma l’attitudine di Spoleto per l’arte pubblica, per il dialogo tra radici e presente, per una traccia narrativa nel suo tessuto storico, per una nuova alchimia tra linguaggi e contenuti.

SCULTURE NELLA CITTA’ Spoleto 1962 è considerata una pietra miliare per la Scultura del Novecento. Ideata e curata da Giovanni Carandente come evento artistico del Festival dei Due Mondi, la rassegna ebbe notevole risalto e il dibattito internazionale che ne seguì si focalizzò sulla plausibilità di un nuovo rapporto tra spazio urbano e opera d’arte. I lavori vennero realizzati espressamente per l’occasione, lungo un percorso che si snodava tra le vie e le piazze cittadine.
L’opera simbolo era ed è tuttora il Teodelapio di Alexander Calder, collocato sul piazzale della stazione: primo esempio dei suoi celebri Stabiles e di scultura monumentale eretta in una piazza italiana. Il bozzetto di quell’opera è esposto, insieme a molti mobiles e alla corrispondenza con l’amico Carandente, presso Palazzo Collicola Arti Visive.
La mostra fu immortalata dal celebre fotografo Ugo Mulas ed ebbe una vasta eco sui giornali italiani e internazionali. Vi parteciparono grandi nomi come David Smith e Henry Moore, Lynn Chadwick e Anthony Caro, Nino Franchina, Pietro Consagra, Arnaldo e Giò Pomodoro, Beverly Pepper, Leoncillo e Giacomo Manzù. Mulas venne a Spoleto per documentare il lavoro degli artisti, dopo aver seguito lo sviluppo creativo di quelle opere e le fasi delle lavorazioni nelle officine dell’Italsider, sponsor del progetto che permise lavorazioni altrimenti impensabili. “Ma Ugo Mulas – per citare le parole di Carandente – seppe soprattutto cogliere quel singolare aspetto che le vie di Spoleto assunsero in quella felice stagione, la gente intenta alle occupazioni di sempre e sullo sfondo le immobili presenze delle sculture… …Non più uomini a cavallo, sovrani o generali, statisti o borghesi, musicisti o poeti, ma le forme della libertà dell’astrazione che ha configurato l’arte del XX secolo”. Le foto sono oggi conservate nella biblioteca intitolata a Giovanni Carandente presso Palazzo Collicola Arti Visive.
A memoria di quell’evento rimangono oggi il "Teodelapio" di Alexander Calder nel piazzale antistante la stazione; "Stranger III" di Lynn Chadwick lungo via dell’Arringo; "Colloquio spoletino" di Pietro Consagra temporaneamente all’ingresso di Palazzo Collicola; "Spoleto 1962" di Nino Franchina in piazza del Municipio; "Il dono di Icaro" di Beverly Pepper in piazzale Roma; "La colonna del viaggiatore" di Arnaldo Pomodoro in viale Trento e Trieste. Le affinità patetiche di Leoncillo si trovano, invece, nella Collezione Collicola del Museo Carandente.

+50, Sculture in città tra memoria (1962) e presente (2012) ha inteso conservare la memoria e, al tempo stesso, riflettere sulle nuove formule espressive della scultura contemporanea. Gianluca Marziani, Direttore Artistico di Palazzo Collicola Arti Visive e curatore della mostra, è partito dalle tracce del 1962 per costruire un progetto dal cuore italiano e dallo spirito globale. Di notevole rilevanza il nucleo di opere che sono state donate per ampliare il circuito urbano di sculture permanenti. Le opere di Michele Ciribifera, Franco Troiani e Michele Manzini riallacciano i legami con le loro precorritrici, confermando la vocazione di Spoleto per la scultura pubblica. Nell’area esterna di Palazzo Collicola si possono ammirare le opere di Mario Consiglio, Vincenzo Pennacchi, Angelo Bucarelli, Epvs, Marcello Maugeri, Andrea Pinchi e Carlo Moggia (le sculture degli ultimi quattro andranno nel nuovo piano della Collezione Collicola).

Completano il nucleo storicizzato della collezione altre presenze, giunte in periodi diversi, a seguito di progetti specifici. Nel 1967 venne posizionata la Spoletosfera di Richard Buckminster Fuller, mentre Isamu Noguchi realizzò nel 1968 una scultura modulare in cemento colorato, Octetra, oggi nel cortile di Palazzo Collicola. Sempre negli anni Sessanta la scultrice Anna Mahler ha donato le strutture lapidee di Donna che beve e Donna che guarda il sole, ora nel complesso di San Nicolò. Sol LeWitt, in occasione della mostra “Incontri 1980. Interventi di artisti contemporanei” realizzò Muro, scultura che pose appena fuori dal centro storico, nell’area dei giardini di viale Matteotti. Del 1989 è la donazione di Hant che Agapito Miniucchi ha concepito come un dolmen, inserito nell’area verde dei giardini di viale Matteotti.

Infine, con l’attitudine del mecenatismo illuminato, la famiglia Monini (sponsor di questo volume) ha acquistato cinque importanti sculture esposte per +50: i due pezzi monumentali di Michele Ciribifera, le due opere di Alex Pinna e la colonna nera di Francesco Irnem.